Christa Wolf: i 27 settembre degli ultimi dieci anni

36842361zNel 1960 la rivista russa Izvestija chiese a vari scrittori di raccontare il loro 27 settembre. Christa Wolf fu una delle invitate e continuò a raccontare lo stesso giorno, in forma diaristica, di anno in anno. I suoi 27 settembre – dal 1960 al 2000 – sono stati raccolti, una decina d’anni fa, in un volume intitolato Ein Tag im Jahr, poi pubblicato anche in Italia (Un giorno all’anno). L’uscita del libro, però, non l’ha fatta smettere e dal 2001 fino all’anno della sua morte, il 2011, ha continuato a farlo con regolarità. Gli ultimi dieci anni costituiscono il volume Ein Tag im Jahr im neuen Jahrhundert, uscito postumo in Germania l’anno scorso.

La prima domanda che la stessa Wolf rivolge a se stessa riguarda la sincerità di questa impresa: continuare a tenere questo diario “sui generis” dopo che è già stato pubblicato non è un po’ come scrivere mentre una folla ti sbircia sul foglio da dietro le spalle? Non rischia cioè di falsare un po’ la prospettiva? Non importa: Christa Wolf decide di comportarsi come se l’atteggiamento mentale fosse ancora quello di quando nessuno ancora sapeva niente di questa sua abitudine. Ma per noi lettori, invece, cambia qualcosa e, soprattutto, che valore ha questo secondo volume, oltre a quello, evidente, di testimonianza? Vale la pena leggerlo? Certamente ha un carattere di incompiutezza: l’ultimo anno è solo abbozzato perché, come spiega il marito Gerhard Wolf in una breve nota introduttiva, Christa Wolf è stata male proprio durante la scrittura (ed è morta poco più di un mese dopo). Così come è abbozzato il 2008 – di cui ci viene proposta anche la versione manoscritta -, anno in cui Christa Wolf ha dovuto trascorrere diversi mesi in ospedale per una serie di vicissitudini legate alla sua salute.

Se quindi si ha la sensazione di trovarsi davanti a dei testi un po’ “recuperati”, come se qualcuno avesse raschiato il fondo del barile o svuotato i cassetti per capitalizzare il più possibile il lascito di un’autrice importante appena morta (operazione, questa, ormai sempre più diffusa, tanto che certi autori sembrano pubblicare più da morti che da vivi), resta il fatto che in queste centocinquanta pagine si trovano comunque delle vere gemme. La parte più interessante, però, non è la riflessione dell’intellettuale sugli eventi pubblici, che risulta anzi piuttosto deludente. Per ogni 27 settembre c’è l’elenco – spesso meccanico – dei titoli dei giornali e dei telegiornali di quell’anno e i commenti di Christa Wolf non si discostano molto, ahimè, dalle lagne di molti anziani (per quanto acculturate) che osservano un mondo alla deriva, sempre peggiore rispetto a quello del passato. In altri casi le sue opinioni sono, né più né meno, equivalenti a quelle di una qualsiasi persona molto di sinistra, con la relativa avversione per il consumismo, la globalizzazione, il ruolo degli Stati Uniti negli eventi mondiali (ricordo, tra l’altro, che primo anno si apre a poca distanza dall’attentato terroristico alle Torri Gemelle). Tutto questo, però, è abbastanza irrilevante e si avverte che molte di queste opinioni sfiorano solo la superficie dell’esperienza mentre a prevalere è un certo distacco interiore, che aumenta con il passare del tempo. Lo confessa la stessa Wolf nel 2008: “Ho preso coscienziosamente conoscenza di tutto questo, ma mi ha toccato solo ai margini, anzi mi sono accorta che non conosco più la partecipazione interiore di un tempo ai conflitti (…): non mi sento più responsabile per ciò che succede”.

La parte davvero interessante è quella intima, invece. E’ il viaggio, umanissimo e intelligentissimo, di una donna dalle grandi capacità di autoanalisi che avverte il tempo sfuggirle di mano, e con esso la sua stessa vita. Le riflessioni più toccanti sono proprio quelle che riguardano la vecchiaia, la malattia, la perdita di autonomia, la stanchezza – anche fisica -, l’incapacità di concentrarsi troppo a lungo sulle cose e, soprattutto, la domanda sul senso del proprio fare. Più e più volte Christa Wolf ammette di leggere libri pur sapendo che non ricorderà più nulla, così come non ricorda nulla di gran parte di ciò che ha letto. E s’interroga persino se abbia senso e serva a qualcosa continuare a scrivere. Tra parentesi questi sono gli anni della lavorazione, a tratti spossante, di quello che sarà il suo ultimo (e magnifico) libro, Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr. Freud (La città degli angeli. E’ davvero straziante leggere delle sue malattie, della sua incipiente sordità, delle operazioni subìte e, in filigrana, avvertire l’acuirsi della disperazione: “Dalla finestra del soggiorno vedo dabbasso una giovane donna bionda che passa, con una giacca bianca e i pantaloni neri, vedo con invidia come cammina senza sforzo, come se fosse ovvio. Mi consolo: quando avevo la sua età ero capace anch’io”. “Quest’estate di malattia [il 2008] mi ha dato una bella spinta verso la vecchiaia. Temo l’ottantesimo compleanno come il confine tra la vecchiaia e la prossimità alla morte. Nei corridoi [dell’ospedale] incontravo altri pazienti, con le stampelle come me, che mi sembravano ancora più vecchi e indifesi, finché mi sono richiamata all’ordine e mi sono detta: sono vecchi come me, solo che io non me ne voglio rendere conto”. E ancora: “Il pensiero della morte è onnipresente. E la consapevolezza che ormai gli anni le corrono incontro. Lo stimolo a nuovi lavori è ridotto, ma soprattutto c’è la domanda: a che scopo?”. E con il trascorrere (e l’assottigliarsi) del tempo e l’avvicinarsi della morte diventano sempre più ricorrenti anche i momenti di sconforto, di abbattimento e di depressione: “[La mattina] l’una o le due ore prima di alzarmi sono tormentose, deprimenti, piene di pensieri angoscianti – la morte, sempre la morte -, dinanzi alle quali nemmeno l’enumerazione di tutte le cose positive di cui è fatta la mia vita riesce a ottenere nulla”.

Altrettanto affascinante è la notazione, spesso dettagliata, dei piccoli eventi quotidiani che, insignificanti all’apparenza, costituiscono invece quel “Gewebe der Zeit” – il tessuto del tempo -, di cui parla l’autrice nelle prime righe (un tessuto “lacerato”, in quelle pagine, dal crollo delle Torri Gemelle, cioè da un grande evento di portata storica che sconquassa il quotidiano: uno dei temi della sua narrativa, del resto). Di anno in anno scopriamo così, per esempio, che è sempre il marito Gerhard (Gerd) ad andare al mercato per le spese, a cucinare piatti spesso deliziosi – sforzandosi di mettere in tavola qualcosa di non banale anche la sera -, assistiamo ai piccoli riti legati ai festeggiamenti per il compleanno della figlia minore Katrin (Tinka), che compie gli anni proprio il 28 settembre, apprendiamo quello che i Wolf guardano alla televisione la sera, ed entriamo così in punta di piedi nella quotidianità della famiglia di Christa Wolf, tra l’appartamento di Pankow di fronte all’Amalienpark e la casa in campagna a Woserin, nel Meclemburgo. Le pagine di questo libro sono infine anche la testimonianza di una lunga storia d’amore, che corre sottotraccia dall’inizio alla fine, tra Christa e Gerhard Wolf. E se questo non è un testo capitale per chi volesse accedere all’opera di Christa Wolf, resta però un volume imperdibile per chi ha letto tutto il resto e ha una certa familiarità con uno dei più importanti autori di lingua tedesca dell’ultimo secolo.

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“Io e lui”, la tragedia grottesca di un “desublimato”

Moravia1Nella copiosa produzione letteraria di Alberto Moravia Io e lui, del 1971, non spicca forse come l’opera più importante e nemmeno come quella a cui tutti pensano quando si fa il suo nome, ma resta comunque un romanzo a suo modo delizioso. Lo lessi per la prima volta parecchi anni fa, adolescente, e ora che l’ho riletto a distanza di tanto tempo mi domando che cosa avessi capito, al di là della trovata di far colloquiare un uomo, il protagonista Federico, con il suo membro virile, opportunamente ribattezzato Federicus Rex.

Federico è uno sceneggiatore cinematografico di second’ordine che aspira a diventare il regista di un film sulle imprese di un gruppo di giovani rivoluzionari intitolato “L’espropriazione”. Tuttavia, a mettergli i bastoni tra le ruote, non ci sono soltanto il co-sceneggiatore Maurizio – uno dei giovani rivoluzionari – e il produttore Protti, ma anche e soprattutto “lui”. Lui è l’enorme cazzo di cui il protagonista è dotato: 25 centimetri di lunghezza e 18 di circonferenza, entità proterva e dotata quasi di una volontà autonoma che, persino nei momenti meno opportuni, avanza le proprie richieste e fa letteralmente sentire la sua voce, arrivando a sostenere di essere lui l’unico vero dio da adorare – “Insomma, se non ci fosse stato il Cristo (continuo a citarlo), ‘lui’, almeno qui in Italia, sarebbe ancora sugli altari, oggetto di un vero e proprio culto, sotto il bel nomino di dio Fascinus.” – e d’incarnare la “bellezza del mondo”.

In realtà lo scontro incessante tra Federico e “lui” è la rappresentazione plastica del concetto freudiano di sublimazione, secondo il quale, per accedere a forme più elevate di civiltà, l’uomo deve reprimere la sua libido – e, per l’appunto, “sublimarla”. Anche l’amore, sia detto per inciso, è il frutto di una sublimazione. Ecco quindi che Federico divide gli esseri umani in due grandi categorie (anzi, addirittura “razze”): i “sublimati” e i “desublimati”. I sublimati sono coloro che hanno messo a tacere i loro impulsi sessuali – incarnati dal loro cazzo (“Ma quando capirai, uomo superficiale, uomo leggero che io sono il desiderio e che il desiderio desidera ‘tutto’.”) – e in questo modo hanno ottenuto successo e potere, mentre i desublimati sono preda dei loro desideri sessuali, perennemente incapaci di resistervi. I primi stanno “sopra”, i secondi stanno “sotto”. In questa dialettica – e nell’impossibile tentativo di sottrarvisi – è invischiato il protagonista nel corso di tutto il libro e ad essa s’improntano tutti i suoi rapporti con gli altri. Con chi è “sopra” si sforza a tutti i costi di emergere, mentre su chi è “sotto” esercita ancora di più la sua poca superiorità. Insomma, come dichiara lo stesso Federico con uno scatto di furia, il suo dramma è tutto qui: “La vita per me è sublimazione, la morte desublimazione. Se sublimerò, vivrò, cioè sarò un uomo degno di questo nome. Altrimenti, morirò alla mia umanità. Sarò un desublimato, cioè un disgraziato, un inferiore, un incapace, un impotente, tutto sesso e niente creazione. Farò parte, irrimediabilmente, della razza inferiore, soggetta, che esiste in tutto il mondo, nei paesi ricchi come nei poveri, e non è caratterizzata dal colore della pelle o dai tratti somatici, ma dalla congenita incapacità di sublimare”.

Con queste premesse, Io e lui ha pregi e difetti delle opere moraviane. Da un lato c’è un certo meccanicismo nello sviluppo – ovvero, trovata l’idea centrale che fa da perno alla narrazione, questa procede come una specie di meccanismo a orologeria o come una molla che, una volta caricata, vada avanti motu proprio. Nel romanzo in questione questo si traduce nella semplificazione, magari un po’ rozza, della famosa dialettica freudiana. Allo stesso tempo, però, questa semplificazione dà modo a Moravia di sfogare la sua vena grottesca che si traduce non soltanto nelle situazioni create, ma anche nel gusto quasi iperrealistico con cui vengono descritti certi personaggi. Penso, in particolare, a Mafalda, la moglie di Protti che tenterà di sedurre perché lo aiuti ad avere la regia del film in lavorazione: “Il mio occhio si posa dapprima sulla sua piccola testa chiusa in una specie di turbante bianco: ha un viso di vecchio gatto o di attempato cane pechinese, con rotondi occhi lacrimosi e grande bocca appassita e imbronciata; poi discende giù per il collo lungo e snodato fino alle spalle massicce, ma purtuttavia, meno larghi dei fianchi, i quali, a loro volta, appaiono superati di molto, in ampiezza, dalle cosce monumentali”, o ancora: “Sento nell’abbraccio, una volta di più, il corpo di Mafalda muoversi e girare intorno le ossa e allora mi viene fatto di pensare che, forse, un giorno, la carne le scivolerà via di dosso, proprio come la carne di un animale che sia stato sottoposto a lunga bollitura e di lei, sul letto, non resterà che lo scheletro pulito e asciutto”.

Io e lui è, inoltre, un romanzo perfettamente inserito nel suo tempo, di cui testimonia certe mode e l’atmosfera generale, come l’ossessione per la “rivoluzione” imminente, l’anticapitalismo e l’avversione – talvolta di maniera – per la borghesia. Moravia, che si definiva a sua volta un “rivoltato”, dipinge tuttavia con sguardo disincantato e persino un po’ cinico i rituali della riunione di giovani rivoluzionari che, capeggiati da Maurizio, inscenano una specie di processo sommario a Federico, costringendolo all’ “autocritica” di prammatica. Ma naturalmente anche lo spirito rivoluzionario s’intreccia con la dicotomia freudiana e con la lotta tra “io” e “lui”, con la contrapposizione tra “sublimati” e “desublimati”. Come dice il protagonista a un amico: “Vladimiro, tu sai benissimo che non c’è nulla che non possa essere trattato in chiave sessuale. Letteratura, arte, scienza, politica, economia, storia, tutto può essere guardato da quel punto di vista lì. Non dico che non sia, alla fine, riduttivo. Dico che è una delle cose che si fanno”. E forse, in queste parole, fa capolino lo stesso Moravia che, con una strizzatina d’occhio al lettore, gli rivela uno dei pilastri della sua poetica.

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Il giardino senza delizie di Yves Navarre

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In occasione del ventennale del suo suicidio, avvenuto proprio nel 1994, ho letto in questi giorni Le jardin d’acclimatation – pubblicato in italiano, in due epoche diverse, con i titoli “Il giardino segreto” e “Il giardino zoologico” -, romanzo di Yves Navarre, scrittore francese oramai ampiamente dimenticato e, forse, sottovalutato. Questo romanzo, però, vinse il premio Goncourt quando uscì nel 1980 ed è il suo secondo che leggo, pur avendo completamente dimenticato l’altro che avevo letto anni fa, Les loukoums.

Yves Navarre era gay e il trauma dell’omosessualità è al centro di questo romanzo. Trauma, si badi bene, non per il personaggio gay del romanzo, Bertrand Prouillan, ma per suo padre Henri, grande borghese benestante che all’inizio degli anni sessanta, in predicato di diventare ministro della repubblica e preoccupato dal danno che l’omosessualità del figlio minore nemmeno ventenne (e il suo legame con un uomo di quindici anni più vecchio) potrebbe causare alla sua carriera politica lo “convince” a sottoporsi a una lobotomia presso un chirurgo di Barcellona. L’operazione, ovviamente, fallisce miseramente e dalla Spagna torna, a place Antioche a Parigi, un ragazzo ormai handicappato, nemmeno più in grado di badare a se stesso. Il padre allora lo rinchiude nella proprietà terriera di Moncrabeau, con una serie di servitori per tenerlo a bada. Da allora nessuno più va a fargli visita: diventa lo scheletro nell’armadio della famiglia Prouillan.

Tutto questo accade un 9 luglio di vent’anni prima – il giorno del compleanno di Bertrand, tra l’altro – e il romanzo fa la spola tra quel giorno e lo stesso giorno vent’anni dopo, che rappresenta il presente narrativo. Navarre sposta sapientemente lo sguardo sui vari personaggi, assumendo di volta in volta la prospettiva di ciascuno di essi. Oltre al padre ci sono i due fratelli, Sébastien e Luc, e la sorella, Claire, di Bertrand. Il romanzo si apre con una scena a suo modo perfetta che fornisce di colpo un ritratto psicologico completo di Henri, ormai settantaquattrenne: silenzioso, rinchiuso in se stesso, incapace di amare veramente chicchessia, votato a una perenne freddezza e rigidità. Quella mattina, infatti, esce con il suo cane, vecchio e malato – Pantalon III, il terzo di una serie di cani sempre uguali, quasi un simbolo della fissità di quella vita che è una forma di morte -, per portarlo dal veterinario e farlo sopprimere, senza dire nulla a Bernadette, la cameriera che accudisce la famiglia da più di cinquant’anni e che del cane si è sempre occupata affezionandovisi.

E così, capitolo dopo capitolo, entrano i scena Sébastien, Luc, Claire e la sorella di Henri, Suzy, che, come improvvisamente ricordando quel 9 luglio di vent’anni fa, sono colti da una strana inquietudine e cominciano a riflettere sulla loro esistenza di allora, sulla loro vita di oggi, sugli errori commessi e, soprattutto, sulla complicità (probabilmente involontaria, ma certamente frutto di ignavia) con il padre per quello che è stato fatto a Bertrand. Sono tutte esistenze fratturate, perché tutti loro, che hanno subìto l’imprinting di un simile padre e hanno vissuto in una famiglia del genere, hanno alle spalle matrimoni falliti, relazioni spezzate e incapacità di gestire i loro rapporti con il prossimo – figli, amanti o coniugi che siano. Come se la figura di Henri Prouillan, con i suoi meccanismi disfunzionali, incombesse come una condanna su tutti loro.

Le jardin d’acclimatation è lungi dall’essere un romanzo perfetto: a tratti è troppo “ombelicocentrico” nell’autoanalisi che i vari personaggi fanno della loro vita interiore, sempre tormentatissima. Talvolta è anche eccessivamente verboso – penso, per esempio, al capitolo in cui vengono riproposte le lettere, molto estetizzanti e un po’ cervellotiche, del giovanissimo Bertrand al suo amante Romain Leval (ma forse sono ingiusto: una certa tendenza al bizantinismo romanticheggiante è giustificata e normale per un adolescente ipersensibile come lui). Tuttavia, quando si arriva alla fine, si ha la sensazione di avere letto qualcosa di molto sincero e di profondamente sentito, che senza dubbio affonda anche nell’esperienza personale dell’autore. Quello che resta è il clima plumbeo e quasi deterministico che un certo tipo di famiglia, di ambiente e di educazione diffonde sulle esistenze dei vari personaggi.

Il finale è – lo dico subito – senza scampo: la condanna è vissuta fino in fondo e nessun protagonista si riscatta o riesce a redimersi, per quanto lucida sia la valutazione che ognuno dà delle vicende. Nemmeno l’arte, rappresentata qui dal defunto marito di Suzy, il commediografo Jean, riesce a salvare la situazione: ne è simbolo la vendita, da parte di Suzy al fratello, dell’inedito di Jean in cui, a malapena celate, venivano smascherate le magagne della loro famiglia borghese. Henri lo distrugge e lo butta nella spazzatura, quasi come a stabilire che l’ultima parola su tutto ciò che è accaduto resta la sua. Le jardin d’acclimatation stilla dolore e inesorabile tristezza da ogni pagina.

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“Teresa”, la tragedia della dignità

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Sto ripensando a L’oro di Napoli, il film a episodi girato nel 1954 da Vittorio De Sica che ho visto qualche sera fa. Tutti gli episodi sono belli, i protagonisti eccezionali e il film offre uno spaccato fantastico della città, ma è in particolare un episodio a ossessionarmi più degli altri. Mi riferisco a Teresa, in cui Silvana Mangano interpreta una prostituta romana che sposa un ricco e giovane napoletano e si trasferisce a vivere con lui. Quello che lei non sa è che lui ha incaricato un amico di sceglierla in modo più o meno casuale: l’importante era che fosse una prostituta, perché il matrimonio con “una di quelle” sarebbe stato il suo personalissimo modo di punirsi per il suicidio della ragazza che lui aveva amato davvero. Quando Teresa scopre la verità le crolla il mondo addosso. Per lei quel matrimonio è estremamente reale, lei ha creduto seriamente che un uomo si fosse innamorata di lei e che la volesse “salvare” dalla sua disonorante professione, per lei sposarsi significa davvero voltare pagina e iniziare una nuova vita. Allora ha uno scatto di dignità e, obbedendo all’impeto del momento, decide di non accettare quella situazione e rifiutare quel matrimonio di facciata e di convenienza: si riveste in fretta e furia – è la prima notte dopo la festa di nozze -, raccatta le sue cose, le infila alla bell’e meglio nella valigia e si precipita fuori di casa. Siamo già in piena tragedia, in effetti, e proviamo a metterci nei panni della poveretta. Il crollo di un’illusione, anche se non era percepita come tale, è di per sé tragico perché comporta anche il lutto causato dall’abbandono di un progetto o di un’idea di sé. Qui c’era l’idea del riscatto da una vita che supponiamo grama – la vita da prostituta in una casa chiusa – e l’immagine di una nuova esistenza come donna rispettabile, con tutti i crismi di un matrimonio regolare, per di più coronato dall’amore. Ecco, d’un tratto Teresa si trova spogliata di tutto questo. Ma il peggio viene dopo – ed è questo il colpo da maestro, quello che almeno io ritengo un’intensificazione della tragedia già in atto. Teresa esce dal palazzo: è notte, la piazza antistante l’edificio è deserta, lei è sola e spaesata con la sua valigia in mano. Probabilmente non sa dove andare, non sa a quale santo affidarsi, e ora sul suo volto si dipinge la vera disperazione. Possiamo solo intuire quali pensieri le attraversino la mente: forse l’atterrisce la prospettiva di tornare nel bordello romano o forse in quel momento il futuro le appare come un buco nero che potrebbe inghiottirla. Quindi Teresa fa dietrofront, ritorna al portone e prende forsennatamente a bussare. L’episodio si conclude sul portone che si apre e la donna che rientra nel palazzo. Quello che succederà dopo è lasciato all’immaginazione dello spettatore. Quasi certamente finirà per accettare quello che, poco prima, aveva rifiutato sdegnata. Ed è questa la seconda tragedia, quella che pone il suggello definitivo alla vicenda: anche la dignità ha un prezzo – sembra essersene resa conto pure lei – e chi non può permettersi di pagarlo non ha diritto di rivendicarla per sé. E’ la tragedia della rassegnazione non tanto (o non solo) a una condizione esistenziale sgradita che succede all’abbandono di un’illusione scambiata per realtà, ma è anche la tragedia della rinuncia alla propria integrità nel fallimento. In una ventina di minuti, con un’assoluta economia di mezzi narrativi, abbiamo assistito a uno scacco esistenziale completo. Ora possiamo davvero piangere: la tragedia è compiuta.

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Sui cosiddetti “territori occupati”, ovvero: scambiare causa ed effetto

IMG_20140730_201121“ [Dopo il 1967 gli Stati Arabi] avrebbero dovuto schierare nuovi argomenti per giustificare l’ostilità continua contro Israele. E quale prova migliore poteva esserci dell’innata aggressività di Israele se non il fatto incontestabile che il paese era uscito dalla guerra più grande di quando vi era entrato? Tutti i territori che gli Arabi avevano perso nel 1967, territori che i leader arabi avevano usato per organizzare una guerra che loro stessi avevano provocato, venivano ora esibiti come esempi dell’incontenibile espansionismo israeliano. In questo modo le conseguenze dell’aggressione araba venivano presentate come se ne fossero le cause.

Ora i leader arabi esigevano che questi stessi territori venissero loro restituiti. Il fatto che siano riusciti a convincere molte persone della giustizia della loro richiesta è, a dir poco, curioso. Dopo tutto presentano una teoria completamente nuova nelle relazioni internazionali. Mai in precedenza gli stati che avevano perduto dei territori in guerre di aggressione avevano indossato con una tale facilità gli abiti della parte offesa. Certamente non l’avevano fatto la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale e neppure gli altri stati aggressori in quella stessa guerra. Anzi, non c’è praticamente nessun caso nella storia in cui un aggressore respinto abbia poi avuto il permesso di rivendicare nulla, men che meno i territori da dove è partita la sua aggressione.

L’accettazione diffusa dell’idea che Israele debba cedere la Giudea e la Samaria ha molto a che fare con il concetto, promulgato nello statuto dell’Onu, secondo il quale l’acquisizione di terra attraverso la forza dovrebbe essere considerato illegittimo.  (…) Tuttavia le “acquisizioni” israeliane di territori con la forza contrastano palesemente con la maggior parte degli esempi che si potrebbero addurre, comprese le azioni americane contro gli indiani e contro il Messico, grazie alle quali sono nati gli Stati Uniti. Perché in nessun momento Israele si è messo alla conquista di nulla. E’ stato ripetutamente costretto a ingaggiare guerre di autodifesa contro dei regimi arabi ideologicamente votati alla sua distruzione.

Di capitale importanza è il fatto che i territori in questione – le alture del Golan, la Samaria e la Giudea – sono stati tutti usati dagli eserciti arabi come trampolini per attaccare Israele durante la Guerra dei Sei Giorni come zone per organizzare il terrorismo negli anni precedenti la guerra. (…) I paesi che sono stati oggetto di aggressioni hanno il legittimo interesse a proteggersi da attacchi potenziali, un principio che è stato ripetutamente riconosciuto nelle relazioni internazionali, anche in casi in cui le minacce erano considerevolmente inferiori a quelle che deve affrontare Israele.

Perciò, per tre decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno tenuto Okinawa (a quasi tredicimila chilometri dalla California) contro la possibile rinascita dell’aggressione giapponese, mentre la Germania orientale, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Bulgaria e la Romania erano mantenute sotto il controllo sovietico (con il beneplacito americano) come barriera contro una rinnovata aggressione tedesca. La possibilità reale che una ‘guerra imminente’ fosse lanciata da uno di questi due nemici completamente distrutti, disarmati e soggiogati era pressoché inesistente, eppure né gli americani né i sovietici erano disposti a correre il benché minimo rischio quando c’era in gioco la sicurezza nazionale. Si faccia il confronto con il caso di Israele: la West Bank – il cuore giudaico del popolo ebraico – è a pochi chilometri dal perimetro esterno di Tel Aviv e i regimi arabi che circondano Israele continuano ad armarsi febbrilmente, preoccupandosi di rado di mascherare il loro progetto di usare di nuovo il territorio contro Israele nel caso in cui Israele dovesse abbandonarlo*.

Ma ciò che è ancora più sorprendente è il fatto che persista il mito, d’ispirazione araba, dell’ “espansionismo israeliano”, anche se nel 1979 Israele, in seguito ai trattati di pace di Camp David, ha accettato di cedere il 91 per cento dei territori [il Sinai, ndt] che aveva conquistato in una guerra di autodifesa, un terreno che conteneva miliardi di dollari di investimenti e i pozzi di petrolio che vi aveva impiantato e che soddisfacevano gran parte dei suoi bisogni energetici. Inoltre, in base agli accordi di Oslo, Israele ha ceduto ulteriori territori al controllo palestinese. Nessun vincitore, negli annali della storia, si è mai comportato in modo simile. Quale altra nazione avrebbe ceduto i suoi giacimenti di petrolio,  diventando dipendente dal petrolio importato, per amore della pace?”

Benjamin Netanyahu, A Durable Peace. Israel and Its Place among the Nations, traduzione mia. (* Questa nuova edizione è del 2000, antecedente al ritiro di Israele da Gaza nel 2005: Netanyahu è stato un facile profeta.)

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L’angoscia del ricordo

Se a volte mi sovvengono episodi del mio passato e, soprattutto, della mia infanzia, e se mi capita di indugiarvi più a lungo di quanto la momentanea e involontaria rievocazione richieda, avverto una specie di fitta. Allora stringo i denti, scaccio il ricordo. È come se dentro di me il tempo fosse un organo che, se troppo sollecitato, trasmette impulsi dolorosi al cervello.

È forse anche per questo motivo che provo angoscia ogni volta che – ormai sempre più di frequente – vado dai miei. I ricordi piovono a cascata, mi si rovesciano addosso e mi sommergono.  Mia madre, invece, è arrivata a quell’età in cui la memoria è tutto. È tutto anche per via della situazione imprevedibile in cui si è ritrovata a vivere. Coltiva ricordi di decenni passati, ha ripreso i contatti – mai del tutto abbandonati – con amici e amiche d’infanzia, e li condivide con me, che fatico a nascondere un certo fastidio: per me è come grattarsi una ferita che non smette di sanguinare.

Con mio padre è diverso: lui è sempre stato una tabula rasa, per me. Di lui non ho ricordi antecedenti a me e nemmeno adesso scava nel suo passato remoto, neppure per consolarsi di quello che è diventato. La sofferenza che provo in sua presenza è di segno diverso – e più egoista. Ogni volta che vado da loro e lo vedo sono costretto ad affrontare il mio più profondo terrore: la dipendenza. Sapere che un individuo autonomo può diventare in tutto e per tutto dipendente da qualcun altro, persino negli atti più elementari (e più sgradevoli) dell’esistenza, conservando al tempo stesso la coscienza di sé e la memoria di ciò che era stato prima. Senza sapere quando ciò finirà. È la mia personale pietra: ogni volta la porto in cima a quella montagna, poi quando me ne vado e torno alle mie faccende, lei rotola giù e la volta dopo mi tocca riportarla in cima.

Quel che è peggio è che devo fare tutto in silenzio. E da solo.

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Amanda Lear fa Elvis Presley

Quando, qualche mese fa, ho saputo che Amanda Lear avrebbe inciso un nuovo album di cover di vecchi classici di Elvis Presley mi sono sentito percorrere da un brivido. “Ci risiamo”, ho pensato. “E’ proprio incorreggibile”. Però, per una sorta di fedeltà ai miei amori infantili, l’ho comprato non appena è uscito una decina di giorni fa, continuando a chiedermi quale fosse il senso dell’operazione. Dubito che Amanda si conquisterà un nuovo pubblico con questo My Happiness e non so fino a che punto gli adepti del culto presleyano apprezzeranno l’omaggio. 

L’ho ascoltato, riascoltato e ascoltato ancora. Premetto di non conoscere quasi niente del repertorio di “Elvis the Pelvis”, a parte quelle canzoni che più o meno conoscono tutti – e molte non sono nemmeno tra le tredici scelte dalla Lear – e quindi l’ho affrontato con orecchio vergine e scevro di pregiudizi. Dopo tanti ascolti qual è il mio giudizio, dunque? Be’, con mia grande sorpresa confesso che mi piace, e anche parecchio. Innanzitutto si nota che la Lear per prima si dev’essere divertita a farlo. E forse è proprio questo lo scopo dell’album: superata la boa dei settant’anni, rinata a nuova vita grazie ai suoi successi nel teatro di “boulevard” in Francia, Amanda Lear non ha più bisogno di dimostrare nulla e può fare qualcosa solo per il piacere di farlo, indipendentemente dalla resa commerciale.

My Happiness non è un album buttato lì, ma si nota al contrario una certa cura negli arrangiamenti e nella produzione. Niente strumenti elettronici, niente computer, ma una vera orchestra – la Secession Orchestra parigina diretta da Clément Mao-Tackaks -, che fa la differenza. Poi, curiosamente, Amanda canta. Voglio dire: canta sul serio, con risultati altalenanti e forse non sempre all’altezza, ma almeno non biascica, non sussurra, non ammicca come faceva nel precedente – penosetto e un po’ kitsch – I Don’t Like Disco, e nei momenti migliori fa pensare a una Marlene Dietrich risorta per darsi al rock ‘n’ roll. 

Le canzoni sono di una bellezza semplice, come forse lo erano le canzoni d’intrattenimento di una volta, e alcune versioni sono azzeccate. Suspicious Minds, che a un primo ascolto mi aveva lasciato perplesso, ha invece un crescendo trascinante. (You’re the) Devil in Disguise mette immediatamente di buon umore, è trascinante, e sfido chiunque ad ascoltarla senza segnare il tempo con il piede. Trouble è migliore della versione che la stessa Lear incise nel 1975 e con cui esordì nel mondo della musica. In generale sono più riusciti quei pezzi dal piglio più rock e deciso (All Shook Up, Viva Las Vegas), un po’ meno quelli più lenti e romantici, come What Now My Love (a sua volta una ripresa di Et Maintenant di Gilbert Bécaud), o You Don’t Have to Say You Love Me, in cui il confronto con la cover di Dusty Springfield è impietoso e mostra gli evidenti limiti vocali della Lear. La canzone che chiude l’album e gli dà il titolo,My Happiness, è un gioiellino in cui Amanda ci regala un’esecuzione acustica accompagnata dalla sola chitarra.

Insomma, la vecchia volpe mi ha colto ancora di sorpresa rovesciando le mie aspettative. C’è ancora un futuro discografico per Amanda Lear?

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