Contro lo straccionismo ideologico

Su “Vanity Fair” del 7 settembre c’è un pezzo agiografico di Folco Terzani, gran figlio di tanto padre, in cui racconta come rimase folgorato, anni fa, da Teresa di Calcutta. Decise di partire per l’India e lì si presentò alla Casa Madre della Santa. Il povero ragazzo, infatti, si sentiva addosso “uno strisciante senso di vuoto che neppure gli studi di filosofia a Cambridge erano riusciti a colmare”. Come non provare un moto di compassione per questo borghese ricco e viziato che ha avuto bisogno di un bagno di straccionismo per mondare il suo senso di colpa di occidentale bianco? Be’, quello che trova – e che descrive – è la prevedibile miseria, la sozzura, la sofferenza – “Signora mia, sapesse che dolori”, avrebbe detto compunto Alberto Arbasino -, le piaghe, la merda e la morte che tanto piacciono al dolorismo cattolico.

Di tutto l’articolo, però, c’è un passaggio che è emblematico della mentalità inutilmente stracciona che esalta la povertà per la povertà, anche quando non serve a nulla ed è pure controproducente. Un atteggiamento ideologico che crede al potere purificatore del primitivismo. Eccolo: “… a quello là che si è fatto la diarrea addosso dovrò cambiare i pantaloni. Semplice. Sì, però i panni sporchi non li posso poi buttare nella lavatrice, perché lavatrici qui non ci sono. Dobbiamo lavare i panni dei malati a mano, o meglio pestarli con i piedi nudi in una grande vasca”. E fin qui, niente di male. Uno pensa: poveretti, non hanno le lavatrici. Invece no, ecco la rivelazione: “Non perché a Madre Teresa manchino le donazioni, ma perché lei questi macchinari non li vuole. Tutto deve rimanere semplice, immediato, povero: come quelli che serviamo.” Qui c’è dunque un rifiuto esplicito e intenzionale della tecnologia, anche quando questa potrebbe essere al servizio di quegli umili che si dice di volere aiutare. Non è amore della tecnica per la tecnica, ma usare una lavatrice avrebbe, banalmente, consentito di risparmiare tempo e quindi di impiegare quel tempo proprio per quei poveri. Che un’invasata come “la Santa” possa uscirsene con una trovata del genere non mi stupisce più di tanto, ma che Folco Terzani le abbia dato retta e ora persino lo scriva senza vergognarsene oltrepassa le mie capacità di comprensione.

Ora, io sono ben lungi dall’idolatrare il lusso e i beni materiali e sono ben consapevole – come si dice con un luogo comune – che le ricchezze “non fanno la felicità”, ma mi sembra ancora più ottuso l’atteggiamento inverso di chi la povertà non la subisce ma addirittura la ricerca pur potendo evitarla, perché pensa che così potrà accedere a chissà quale forma di saggezza o di essenza superiore. Lo stesso si potrebbe sostenere per l’esaltazione della sofferenza e del dolore fisico: se Anjeze Gonxhe Bojaxhu la pensava così sulle lavatrici, non oso nemmeno immaginare che opinione avesse, per esempio, della morfina per lenire ai malati terminali quel dolore che, secondo lei, avvicinava a Dio. Beninteso: ognuno può scegliere la miseria più nera e la sofferenza più atroce, ma lo può fare solo per se stesso, non per gli altri, né tantomeno per sfruttare gli altri e usarli come veicoli per raggiungere la santità. Folco Terzani dica pure “grazie”, io preferisco astenermi – e per rendere migliore questo mondo, nella misura in cui sia possibile, non rinuncio agli strumenti che la modernità mi mette a disposizione.

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2 risposte a Contro lo straccionismo ideologico

  1. law ha detto:

    Fa parte di questo straccionismo anche la santificazione della povertà in quanto tale, come se i poveri non avessero difetti umani, esclusiva dei soli ricchi.

  2. procellaria ha detto:

    Madre Teresa infatti non aveva interesse a lenire le sofferenze, il suo desiderio era convertire anime e servire il suo dio. A quanto pare in questa sua opera, povertà e sofferenza non erano da combattere, bensì funzionali ai suoi scopi. La cosa divertente è che questa jurodivaja sia diventata l’emblema della bontà grazie a media superficiali disperatamente bisognosi di icone, quando invece aveva a cuore solo i cazzi suoi e quelli del suo amico immaginario.

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