“L’isola di Arturo”, la disillusione dopo l’infanzia

Adolescente ho letto molto Elsa Morante, poi l’ho abbandonata per anni – decenni, anzi –, ma del resto ha scritto molto poco. Solo di recente ho ripreso in mano “L’Isola di Arturo”, di cui avevo ricordi vaghissimi. Mi ha subito irretito e ammaliato.

La storia del ragazzino Arturo Gerace, orfano di madre e follemente innamorato del padre Wilhelm, cui attribuisce una statura da gigante, dotandolo di ogni virtù e di grande carisma e sprezzo da avventuriero, si potrebbe leggere come un romanzo per giovani. In fin dei conti, l’incanto della prosa morantiana si presta molto, poiché è fluida e preziosa al tempo stesso, possiede qualcosa di magico senza però essere lambiccata o leziosa. Ha un’apparenza semplice che però nasconde una grande cura, che tuttavia non tradisce mai il fascino della leggibilità. Eppure… eppure “L’Isola di Arturo” è anche un romanzo con un fondo malinconico, soprattutto se letto alla mia età. In sostanza qui non è narrata soltanto la crescita di Arturo, da bambino ad adulto, con il susseguirsi monotono delle stagioni a Procida, fino all’abbandono dell’isola nelle ultime pagine, non è quindi solo un “Entwicklungsroman”, ma è anche – e soprattutto, direi – il racconto del processo di disincanto che Arturo subisce suo malgrado. A poco a poco la realtà perde il suo smalto mitico per diventare quello che è: la realtà, in tutta la sua crudezza. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta comporta la morte delle illusioni che rendevano luminosa la prima e a cadere sotto l’accetta della crescita è, naturalmente, anche la mitizzazione della figura paterna.

L’isola non è quindi solo il luogo metaforico dell’infanzia, un’infanzia che ha qualcosa di magico perché trasfigura la realtà, in cui un padre può essere un dio e come tale essere adorato, ma è anche il luogo abitato da chiunque – non soltanto Arturo, non soltanto un ragazzino – ami di un amore folle un’altra persona: è il bozzolo di esaltazione e di elevazione in cui l’avvolge, è il piedistallo sul quale la erge per osservarla poi dal basso e farsi piccolo, ancora più piccolo di quello che è, salvo poi avvertire in maniera ancora più dolorosa la caduta nell’obiettività quando l’amore finisce.

Se Wilhelm se ne va, per lunghi periodi, da Procida, secondo Arturo è per compiere viaggi in terre esotiche e intraprendere avventure misteriose: il suo unico desiderio è, cresciuto, di poterlo accompagnare. Nel frattempo gli unici viaggi sono quelli che può fare con la fantasia, studiando libri di geografia e biografie di grandi condottieri e progettando per sé un futuro degno di tali esempi. Per tutto il romanzo, insomma, Arturo ci viene presentato come un ragazzino un po’ selvatico, che vive una vita brada e solitaria, ma che allo stesso tempo soffre – senza esserne pienamente consapevole – di un bisogno lancinante di affetto e di contatto, per la mancanza delle carezze materne che non ha mai avuto e per l’assenza di fisicità dimostrata dal padre nei suoi confronti.

E, come spesso accade con gli amori che si nutrono di assenza e di silenzio – giacché Wilhelm, di origine tedesca, non è granché ciarliero ed effusivo -, anche quello di Arturo per il padre è segnato da una lacerante gelosia quando quest’ultimo si porta da Napoli una sposa ragazzina, Nunziata (o Nunziatella), sedicenne e di quasi vent’anni più giovane di lui. Per la “matrigna”, poco più grande di Arturo, il ragazzino nutre un sentimento di odio e di amore, decide scientemente di punirla sottraendosi alle sue confidenze, la tratta con studiata freddezza, pentito dall’iniziale espansività con cui l’ha accolta in casa, fino a ricercarne le attenzioni dopo la nascita di un fratellino. Qui entra in gioco anche l’invidia, dolorosissima, provata da Arturo quando vede Nunziatella ricoprire di baci il fratello, baci che lui non ha mai avuto, tanto da indurlo a “rubarne” uno alla matrigna. Insomma, Elsa Morante rappresenta un dramma psicologico – una sorta di complesso edipico – senza però mai usare esplicitamente i termini della psicologia, mantenendo sempre lo stesso tono incantato da favola (e, giustamente, Cesare Garboli cita nell’introduzione una frase di Alberto Moravia, che diceva che Elsa Morante avrebbe potuto scrivere di Moby Dick mettendo però subito in chiaro che, a conti fatti, è un cetaceo qualunque!).

Oltre alla cosiddetta “casa dei guaglioni” – l’abitazione dei Gerace -, a Procida c’è un altro luogo che calamita l’attenzione di Arturo: il penitenziario. Esso possiede un’aura romantica, perché lì Arturo vi immagina rinchiusi tutti coloro che si sono ribellati alla vita ordinaria e che, per questo motivo, sono dotati di qualità eccezionali. E un giorno Arturo vede le forze dell’ordine scortarvi un uomo in manette. Questo episodio contribuirà prima a nutrire l’immaginario fantastico di Arturo e poi, quando l’uomo verrà rilasciato e il ragazzino se lo troverà in casa, a distruggerlo, rivelandogli la banalità di quel mondo paterno che lui credeva meraviglioso. L’uomo, infatti, non è che l’amante prezzolato di Wilhelm che, lungi dall’essere il grande avventuriero immaginato da Arturo, non si è mai spinto più in là di Napoli, ed è, tutto sommato, un poveretto, con tutti i difetti degli altri esseri umani – e con lo stesso disperato bisogno di amore, tanto da essere disposto a umiliarsi pur di averlo da quell’uomo uscito di prigione. Senza nominare direttamente la cosa, Elsa Morante mette dunque in scena un personaggio se non omosessuale certamente bisessuale – e, del resto, una certa ambiguità che non di rado sfocia nella misoginia pervade tutto il romanzo e gli atteggiamenti del padre di Arturo.

È su questa rivelazione che si chiude il romanzo e sulla determinazione con cui Arturo, diversamente dal suo solito, non si presenta al porto per salutare la partenza del padre. Ormai l’infanzia fatata e l’età dell’innocenza selvaggia, l’epoca che avvolge tutto in una luce particolare, si è conclusa e tutta l’ “isola di Arturo” resta come una parentesi di un passato doloroso ma paradisiaco che solo la memoria – il romanzo stesso, narrato in prima persona da Arturo – può rievocare. Un passato che non tornerà più.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...