Polvere siete, polvere ritornerete

pixlr_20160719205235154Il Cimitero Monumentale è uno spazio di pace e silenzio nel centro di Milano: i morti non fanno rumore e, a parte rari turisti, non ci si incontra quasi nessuno nel pomeriggio di un’afosa giornata di luglio. Sorvolo sul suo essere un museo a cielo aperto – si consulti una guida per quello -, ma mi limito a constatare che, da qualche tempo a questa parte, ci vado quando ho bisogno di ritirarmi in me stesso. Scherzando, dico che vado a “fare le prove generali”. Anche oggi, poiché il giorno ha preso una piega diversa da quella programmata, ci faccio un salto e ci rimango quasi tre ore. Prima sedendomi su una panchina all’ombra, a meditare e ad ascoltare i pochi rumori tutt’attorno a me – cicale, uccelli, qualche passo sulla ghiaia, l’acqua che gorgoglia dalle fontanelle, i motori distanti e, purtroppo, un operaio che con la sega elettrica taglia i rami di un albero – e a leggere. Poi mi alzo e mi metto a camminare lungo i viali, cercando quelli più alberati, sbirciando le fotografie sulle tombe e leggendone le lapidi. E questa sfilata di volti e di nomi è un invito alla sobrietà e all’understatement: non serve prendersi troppo sul serio, darsi troppe arie, agitarsi tanto, attribuire un’eccessiva importanza a quel che ci ferisce perché è così che finirà il viaggio di tutti noi. Rammento che anche Cioran bazzicava i cimiteri (e i musei di paleontologia) per raffreddarsi quando andava in escandescenze per qualcosa. La visione statica di tante tombe infonde una certa tranquillità. Poi passo alle mie ossessioni e, fermandomi davanti a questa o quella lapide, calcolo quanti anni avesse al momento del decesso la persona lì sepolta, rapportandone l’età a me e alle persone che conosco e cercando di capire se, in passato, si morisse prima di oggi. Mi chiedo di che cosa siano morte, se la morte è giunta rapida – come un “ladro nella notte” – o se invece il loro morire sia stato un lungo e faticoso trascinarsi costringendoli allo spettacolo umiliante del loro progressivo sfacelo e della loro crescente impotenza. Poi, guardando le fotografie di quelli morti giovani – o ciò che oggi si considera ancora “giovane” – mi dico che allora s’invecchiava molto prima e che un mio coetaneo aveva già l’aria di un vegliardo (o forse ce l’ho anch’io, chissà, ma tutti ci crediamo più giovani guardandoci allo specchio). Mi fermo a osservare le tombe più monumentali, alcune ai limiti del delirio di grandezza – penso a un Cristo in croce di formato gigante -, oppure a quelle più strane – penso a un involontariamente comico ragazzo nudo in posizione che in inglese si direbbe ‘doggie style’, e si direbbe più pronto alla sodomia che colpito dall’afflizione -, e a leggerne le iscrizioni commemorative: frasi di circostanza, rime elementari, lessico spesso vetusto che dipingono un’umanità preclara, dotata di ogni virtù, come se gli stronzi dimorassero solo tra i vivi e, una volta varcata la “porta dello spavento supremo”, si trasfigurassero diventando campioni di bontà. Padri e madri devoti ai coniugi e ai figli, individui dediti con passione e zelo al lavoro – loro principale fonte di appagamento e di realizzazione -, modelli di bontà e di civismo, esemplari di generosità irradianti benevolenza e carità nei confronti del prossimo, uomini e donne il cui trapasso ha lasciato inconsolabili i sopravvissuti che, commossi, “a eterna memoria posero” – eterna memoria irrisa da muschi e licheni e dal tempo (grande scultore, secondo Yourcenar) che fa saltare lettere e cifre rendendo a volte incomprensibili quelle iscrizioni imperiture. Mi domando che fine abbiano fatto i meschini, i traditori, i truffatori, i bari, i mestatori, gli invidiosi, le carogne, gl’infingardi, i puttanieri, le troie, i giocatori d’azzardo, gli avvinazzati, i ladri, i criminali e via elencando, che si aggirano tra di noi e che tanto variopinto rendono il mondo di noi vivi (a tempo determinato): forse sono quelli che non si sono meritati neanche una riga sulla lapide e di cui si preferisce tacere piuttosto che mentire? Eppure, malgrado la forma stereotipata del genere ‘lapidario’, di tanto in tanto affiora qualcosa della verità di colui (o colei) che vi è sepolto e, in quei casi, è come se fossi investito da frammenti di un’esistenza lontana: magari è una caratteristica saliente del morto, quello che era il suo chiodo fisso quand’era vivo, come l’uomo che, nei colombari, ha incisa sulla lapide una falce e martello con la scritta “Lottò per un migliore avvenire”, o la donna di origine polacca che, morta già negli anni venti del secolo scorso, fu trasportata dalla lontana Varsavia a Milano e ha un’iscrizione bilingue. Ed è soprattutto nei colombari che, osservando le file e file di morti, su più piani – l’uso delle scale metalliche è “a rischio e pericolo” dei visitatori -, provo la sensazione d’incredulità e di sgomento che dovette avere Dante quando parlò di “sì lunga tratta di gente, ch’i’ non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta”.  Mentre torno sui miei passi verso l’uscita – ma non riesco ad affrettarmi, perché qui e là qualche nome attira la mia attenzione, e vorrei fermarmi ad accarezzare il gatto nero che se ne sta pacifico all’ombra di un cenotafio, ma che scappa non appena tento di avvicinarmi – mi chiedo quanti, in quella vastità, fossero omosessuali – visto che sono soprattutto mariti e mogli, a volte figli, fratelli e sorelli, più di rado madri e padri, a piangere i loro morti nelle iscrizioni sulle lapidi, mentre della nostra ‘tribù’ sembra non esserci traccia – e mi chiedo anche quanti, tra quei morti, siano i suicidi: statisticamente dovrebbero essercene, ma neppure di questo resta traccia.

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3 risposte a Polvere siete, polvere ritornerete

  1. Paolo Ferrario ha detto:

    L’ha ribloggato su Tracce e Sentieri.e ha commentato:
    Tracce biografiche di un Abitatore del Tempo che stimo molto per la sua intelligenza e doti di scrittura

  2. vito ha detto:

    un abbraccio,
    ciao vito

  3. Aldo ha detto:

    Gran bel pezzo. «E questa sfilata di volti e di nomi è un invito alla sobrietà e all’understatement: non serve prendersi troppo sul serio, darsi troppe arie, agitarsi tanto, attribuire un’eccessiva importanza a quel che ci ferisce perché è così che finirà il viaggio di tutti noi.». Hai scelto bene le parole, perché nomini solo valori negativi, già negativi in sé. Se ti limiti ad essi, e non lasci tracimare la potenza dello spettacolo nullificante dei cimiteri, va bene. Ma solo se operi questa limitazione, altrimenti si giungerebbe al «vanitas vanitatum … ».

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