Il libro come totem

Il libro mantiene ancora il suo prestigio, malgrado tutto. Chi, a un certo punto della sua vita, vuole accedere a un certo status intellettuale, sforna un libro. Riappare come un totem da adorare dopo che si è uccisa la ‘cosa reale’: forse si vuole scontare il proprio senso di colpa. Ma non tutti i libri sono davvero libri, benché ne abbiano le sembianze. Qualche giorno fa, per esempio, mi è caduto in libreria l’occhio su un volume di Ignazio Marino, che dà la sua versione dei fatti relativi alla sua esperienza di sindaco di Roma. Non è l’unico. Prima o poi tutti scrivono (o si fanno scrivere) un libro. Pochi lo leggono e sicuramente sarà meno diffuso di quanto saranno già state diffuse le parole dell’autore con la televisione, con internet e con i giornali. Eppure materializzarsi nell’ “oggetto libro” significa “elevarsi” al di sopra dell’apparente impermanenza degli altri media. Non credo, infatti, che qualcuno scriva un libro per arricchirsi o per accedere a una platea più vasta: sarebbe un povero illuso. E’ proprio solo una questione di prestigio.

Lo stesso meccanismo psicologico probabilmente induce altri personaggi che hanno acquisito una popolarità relativa in ambiti diversi dall’editoria a cimentarsi nella scrittura  di un libro. E, purtroppo, nella successiva pubblicazione. Anni fa – sembra ormai un’epoca lontana – c’era la moda dei blog e alcuni blogger erano diventati relativamente popoalari  grazie a uno stile personale che poi finiva sempre per diventare maniera. Alcuni di loro hanno compiuto il salto e si sono trasformati in libri. Sono stati fenomeni editoriali passeggeri, piccoli fuochi fatui durati il tempo di una stagione in libreria (e a volte anche meno) e poi rapidamente estintisi. Tanta personalità avevano che venivano pubblicati non con il nome all’anagrafe degli autori, bensì con il nickname che usavano nei blog: Pulsatilla, Insy Loan, Duchesne, e via discorrendo.

Oggi il fenomeno è persino degenerato. Se il blog richiedeva una capacità minima di articolare un discorso con frasi di senso compiuto e almeno una discreta conoscenza della sintassi, ormai con Facebook (o con Twitter), anche quel poco di strutturazione verbale si è disgregata. Il testo si è sfarinato e spesso è prevalsa la battuta a effetto, la spiritosaggine passeggera, il bon mot lì per lì azzeccato e spassoso ma che, reiterato all’infinito, diventa peggio che manieristico: diventa sclerotico. Eppure – incredibile a dirsi – anche da questo l’editoria è riuscita a cavare dei libri, ed ecco le Perle di Pinna, Mai ‘na gioia, Distruggere i sogni altrui esponendo la realtà oggettiva, eccetera eccetera. Tutti questi ‘libri’ hanno più che altro un valore sociologico: esprimono il bisogno dei loro lettori di fare gruppo, in una sorta di conventio ad excludendum in cui chi è interno al gruppo è partecipe di alcuni valori (lui “sa”, lui è l’ “eletto”), mentre gli altri sono – in sostanza – dei poveri stupidi che non si sono abbeverati alla fonte della saggezza.

Eppure tutti questi di “libro” hanno soltanto il nome e, mai come in questo caso, il nome non è la ‘cosa in sé’. Possiamo chiamarli libri, ma sono solo fogli rilegati tra due pezzi di cartoncino. A questo punto mi viene da dire che non è affatto necessario leggere, se si leggono questi oggetti: nessuno obbliga nessuno a leggere – e molto spesso chi li compra è normalmente un non-lettore o, come si dice con un pudico eufemismo, un “lettore debole” – e quindi tanto varrebbe non leggere affatto e dedicarsi ad altro, che non è peccato. Se non lo si fa, è perché – per l’appunto – il libro persiste nella sua esistenza totemica che conferisce prestigio a chi lo “scrive” e a chi lo “legge” (o dice di farlo).

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