Patrick Modiano: “Dora Bruder” e la salvezza della memoria

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Patrick Modiano l’avevo solo sentito nominare quando quest’anno ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura e forse non avrei mai letto niente di suo se non mi fosse capitato tra le mani Dora Bruder. Non si può definire propriamente né un romanzo né un saggio, benché abbia a tratti le caratteristiche di entrambi.

Partendo da un annuncio pubblicato nel dicembre 1941 su un quotidiano parigino in cui si dà notizia della scomparsa di una ragazzina quindicenne – Dora Bruder, per l’appunto -, Modiano ne ricostruisce il percorso esistenziale. Con l’inventiva dello scrittore che crea il personaggio e con l’ostinazione dello studioso che scava negli archivi, a poco a poco emerge la vita di Dora Bruder e della sua famiglia. Non c’è niente di straordinario nella loro storia, che è anzi simile a quella di molti ebrei francesi durante l’occupazione nazista della Francia. Non c’è neppure un lieto fine, che è invece tragico come quello di tanti ebrei la cui vita è stata stroncata nei campi di sterminio nazisti. Eppure questo libro è stranamente avvincente e commovente. Perché?

A me pare che Modiano abbia scritto non tanto, o non solo, un libro sulla Shoah concentrandosi “in piccolo” sulla vicenda tragica di una ragazzina ebrea francese scomparsa nel nulla, ma anche sulla fragilità della memoria e su quel nulla che inghiotte tutti noi piccoli umani che del nostro affaccendarci non lasciamo traccia alcuna. Salvando il ricordo di Dora, Modiano salva un po’ anche noi e questa vicenda, che rischierebbe di essere personale o, tutt’al più, riguardare il solo popolo ebraico, acquista un carattere davvero universale. A me pare anche normale, e non certo un vizio narcisistico, che l’autore intervenga direttamente con la sua storia individuale, ricordando la figura, ambigua, del padre e la propria giovinezza vissuta incrociando, per una strana casualità, gli stessi luoghi che hanno segnato il destino di Dora Bruder. La sensazione che ne ricava è piuttosto d’incredulità e spaesamento, come se non riuscisse a capacitarci che davvero quei luoghi non serbino memoria e non portino traccia di quelle vicende.

Il libro di Patrick Modiano è dunque un’intensa e toccante elegia sull’effimero dell’esperienza umana e, quel che colpisce di più, è che è fatta con voce assolutamente sobria e antienfatica. Modiano procede per sottrazione e sciorina tutti gli eventi di cui viene a conoscenza e la sobrietà del tono sottolinea che le cose stanno così e parlano per sé, senza bisogno di ricorrere a effetti drammatici. Ma capisco che, abituati al sentimentalismo esplosivo, effusivo, emotivo e “larmoyant”, qualcuno abbia potuto trovarlo evanescente al punto di avere la sensazione di mordere l’aria.

Non è il mio caso: man mano che avanzavo nella lettura mi sembrava, letteralmente, di essere avvolto dall’atmosfera di quella Parigi – e della Parigi odierna -, che Modiano evoca e dipinge con precisione topografica maniacale. Tanto per citare un esempio, a un certo punto l’autore va a visitare il quartiere in cui si trovavano les “Tourelles” – le prigioni in cui venivano provvisoriamente rinchiusi gli ebrei durante l’occupazione nazista -: ebbene, per l’esattezza con cui lo descrive, è possibile seguire il suo percorso su Googlemaps. Lo stesso avviene per ogni altro luogo, a partire da quel Boulevard d’Ornano in cui abitavano i Bruder, in una camera di una pensione economica. Se la città – sembra dire Modiano – cancella le tracce di un passato equivoco e imbarazzante (e a volte le cancella demolendole, come a farne tabula rasa), il suo compito di scrittore è di sottrarre queste vicende umane al silenzio. E in questo senso, Modiano è fedele alla massima talmudica secondo cui “chi salva una vita salva il mondo intero”.

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