Christa Wolf: i 27 settembre degli ultimi dieci anni

36842361zNel 1960 la rivista russa Izvestija chiese a vari scrittori di raccontare il loro 27 settembre. Christa Wolf fu una delle invitate e continuò a raccontare lo stesso giorno, in forma diaristica, di anno in anno. I suoi 27 settembre – dal 1960 al 2000 – sono stati raccolti, una decina d’anni fa, in un volume intitolato Ein Tag im Jahr, poi pubblicato anche in Italia (Un giorno all’anno). L’uscita del libro, però, non l’ha fatta smettere e dal 2001 fino all’anno della sua morte, il 2011, ha continuato a farlo con regolarità. Gli ultimi dieci anni costituiscono il volume Ein Tag im Jahr im neuen Jahrhundert, uscito postumo in Germania l’anno scorso.

La prima domanda che la stessa Wolf rivolge a se stessa riguarda la sincerità di questa impresa: continuare a tenere questo diario “sui generis” dopo che è già stato pubblicato non è un po’ come scrivere mentre una folla ti sbircia sul foglio da dietro le spalle? Non rischia cioè di falsare un po’ la prospettiva? Non importa: Christa Wolf decide di comportarsi come se l’atteggiamento mentale fosse ancora quello di quando nessuno ancora sapeva niente di questa sua abitudine. Ma per noi lettori, invece, cambia qualcosa e, soprattutto, che valore ha questo secondo volume, oltre a quello, evidente, di testimonianza? Vale la pena leggerlo? Certamente ha un carattere di incompiutezza: l’ultimo anno è solo abbozzato perché, come spiega il marito Gerhard Wolf in una breve nota introduttiva, Christa Wolf è stata male proprio durante la scrittura (ed è morta poco più di un mese dopo). Così come è abbozzato il 2008 – di cui ci viene proposta anche la versione manoscritta -, anno in cui Christa Wolf ha dovuto trascorrere diversi mesi in ospedale per una serie di vicissitudini legate alla sua salute.

Se quindi si ha la sensazione di trovarsi davanti a dei testi un po’ “recuperati”, come se qualcuno avesse raschiato il fondo del barile o svuotato i cassetti per capitalizzare il più possibile il lascito di un’autrice importante appena morta (operazione, questa, ormai sempre più diffusa, tanto che certi autori sembrano pubblicare più da morti che da vivi), resta il fatto che in queste centocinquanta pagine si trovano comunque delle vere gemme. La parte più interessante, però, non è la riflessione dell’intellettuale sugli eventi pubblici, che risulta anzi piuttosto deludente. Per ogni 27 settembre c’è l’elenco – spesso meccanico – dei titoli dei giornali e dei telegiornali di quell’anno e i commenti di Christa Wolf non si discostano molto, ahimè, dalle lagne di molti anziani (per quanto acculturate) che osservano un mondo alla deriva, sempre peggiore rispetto a quello del passato. In altri casi le sue opinioni sono, né più né meno, equivalenti a quelle di una qualsiasi persona molto di sinistra, con la relativa avversione per il consumismo, la globalizzazione, il ruolo degli Stati Uniti negli eventi mondiali (ricordo, tra l’altro, che primo anno si apre a poca distanza dall’attentato terroristico alle Torri Gemelle). Tutto questo, però, è abbastanza irrilevante e si avverte che molte di queste opinioni sfiorano solo la superficie dell’esperienza mentre a prevalere è un certo distacco interiore, che aumenta con il passare del tempo. Lo confessa la stessa Wolf nel 2008: “Ho preso coscienziosamente conoscenza di tutto questo, ma mi ha toccato solo ai margini, anzi mi sono accorta che non conosco più la partecipazione interiore di un tempo ai conflitti (…): non mi sento più responsabile per ciò che succede”.

La parte davvero interessante è quella intima, invece. E’ il viaggio, umanissimo e intelligentissimo, di una donna dalle grandi capacità di autoanalisi che avverte il tempo sfuggirle di mano, e con esso la sua stessa vita. Le riflessioni più toccanti sono proprio quelle che riguardano la vecchiaia, la malattia, la perdita di autonomia, la stanchezza – anche fisica -, l’incapacità di concentrarsi troppo a lungo sulle cose e, soprattutto, la domanda sul senso del proprio fare. Più e più volte Christa Wolf ammette di leggere libri pur sapendo che non ricorderà più nulla, così come non ricorda nulla di gran parte di ciò che ha letto. E s’interroga persino se abbia senso e serva a qualcosa continuare a scrivere. Tra parentesi questi sono gli anni della lavorazione, a tratti spossante, di quello che sarà il suo ultimo (e magnifico) libro, Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr. Freud (La città degli angeli. E’ davvero straziante leggere delle sue malattie, della sua incipiente sordità, delle operazioni subìte e, in filigrana, avvertire l’acuirsi della disperazione: “Dalla finestra del soggiorno vedo dabbasso una giovane donna bionda che passa, con una giacca bianca e i pantaloni neri, vedo con invidia come cammina senza sforzo, come se fosse ovvio. Mi consolo: quando avevo la sua età ero capace anch’io”. “Quest’estate di malattia [il 2008] mi ha dato una bella spinta verso la vecchiaia. Temo l’ottantesimo compleanno come il confine tra la vecchiaia e la prossimità alla morte. Nei corridoi [dell’ospedale] incontravo altri pazienti, con le stampelle come me, che mi sembravano ancora più vecchi e indifesi, finché mi sono richiamata all’ordine e mi sono detta: sono vecchi come me, solo che io non me ne voglio rendere conto”. E ancora: “Il pensiero della morte è onnipresente. E la consapevolezza che ormai gli anni le corrono incontro. Lo stimolo a nuovi lavori è ridotto, ma soprattutto c’è la domanda: a che scopo?”. E con il trascorrere (e l’assottigliarsi) del tempo e l’avvicinarsi della morte diventano sempre più ricorrenti anche i momenti di sconforto, di abbattimento e di depressione: “[La mattina] l’una o le due ore prima di alzarmi sono tormentose, deprimenti, piene di pensieri angoscianti – la morte, sempre la morte -, dinanzi alle quali nemmeno l’enumerazione di tutte le cose positive di cui è fatta la mia vita riesce a ottenere nulla”.

Altrettanto affascinante è la notazione, spesso dettagliata, dei piccoli eventi quotidiani che, insignificanti all’apparenza, costituiscono invece quel “Gewebe der Zeit” – il tessuto del tempo -, di cui parla l’autrice nelle prime righe (un tessuto “lacerato”, in quelle pagine, dal crollo delle Torri Gemelle, cioè da un grande evento di portata storica che sconquassa il quotidiano: uno dei temi della sua narrativa, del resto). Di anno in anno scopriamo così, per esempio, che è sempre il marito Gerhard (Gerd) ad andare al mercato per le spese, a cucinare piatti spesso deliziosi – sforzandosi di mettere in tavola qualcosa di non banale anche la sera -, assistiamo ai piccoli riti legati ai festeggiamenti per il compleanno della figlia minore Katrin (Tinka), che compie gli anni proprio il 28 settembre, apprendiamo quello che i Wolf guardano alla televisione la sera, ed entriamo così in punta di piedi nella quotidianità della famiglia di Christa Wolf, tra l’appartamento di Pankow di fronte all’Amalienpark e la casa in campagna a Woserin, nel Meclemburgo. Le pagine di questo libro sono infine anche la testimonianza di una lunga storia d’amore, che corre sottotraccia dall’inizio alla fine, tra Christa e Gerhard Wolf. E se questo non è un testo capitale per chi volesse accedere all’opera di Christa Wolf, resta però un volume imperdibile per chi ha letto tutto il resto e ha una certa familiarità con uno dei più importanti autori di lingua tedesca dell’ultimo secolo.

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3 risposte a Christa Wolf: i 27 settembre degli ultimi dieci anni

  1. Marco ha detto:

    Scusa l’OT, ma so che ti piace Marianne Faithfull e ho pensato di segnalarti questo breve film di Derek Jarman del 1979:

  2. Davide ha detto:

    Ti leggo da molto e mi fa piacere constatare che abbia ripreso a scrivere con maggiore frequenza. Ritrovo anche in questo post molti dei topoi che accompagnano le tue riflessioni che con indiscutibile eleganza e altruismo rimetti alla nostra lettura, nello specifico la vicinanza al sentire berlinese e il timor sacro della malattia e la duplice valenza della morte.
    Volendo leggere qualcosa della Wolf e premettendo che non mi ci sono mai avvicinato, che ordine mi consigli di seguire?

  3. Fabio ha detto:

    Grazie , grazie di questo scritto ancora sulla Wolf.

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