“Io e lui”, la tragedia grottesca di un “desublimato”

Moravia1Nella copiosa produzione letteraria di Alberto Moravia Io e lui, del 1971, non spicca forse come l’opera più importante e nemmeno come quella a cui tutti pensano quando si fa il suo nome, ma resta comunque un romanzo a suo modo delizioso. Lo lessi per la prima volta parecchi anni fa, adolescente, e ora che l’ho riletto a distanza di tanto tempo mi domando che cosa avessi capito, al di là della trovata di far colloquiare un uomo, il protagonista Federico, con il suo membro virile, opportunamente ribattezzato Federicus Rex.

Federico è uno sceneggiatore cinematografico di second’ordine che aspira a diventare il regista di un film sulle imprese di un gruppo di giovani rivoluzionari intitolato “L’espropriazione”. Tuttavia, a mettergli i bastoni tra le ruote, non ci sono soltanto il co-sceneggiatore Maurizio – uno dei giovani rivoluzionari – e il produttore Protti, ma anche e soprattutto “lui”. Lui è l’enorme cazzo di cui il protagonista è dotato: 25 centimetri di lunghezza e 18 di circonferenza, entità proterva e dotata quasi di una volontà autonoma che, persino nei momenti meno opportuni, avanza le proprie richieste e fa letteralmente sentire la sua voce, arrivando a sostenere di essere lui l’unico vero dio da adorare – “Insomma, se non ci fosse stato il Cristo (continuo a citarlo), ‘lui’, almeno qui in Italia, sarebbe ancora sugli altari, oggetto di un vero e proprio culto, sotto il bel nomino di dio Fascinus.” – e d’incarnare la “bellezza del mondo”.

In realtà lo scontro incessante tra Federico e “lui” è la rappresentazione plastica del concetto freudiano di sublimazione, secondo il quale, per accedere a forme più elevate di civiltà, l’uomo deve reprimere la sua libido – e, per l’appunto, “sublimarla”. Anche l’amore, sia detto per inciso, è il frutto di una sublimazione. Ecco quindi che Federico divide gli esseri umani in due grandi categorie (anzi, addirittura “razze”): i “sublimati” e i “desublimati”. I sublimati sono coloro che hanno messo a tacere i loro impulsi sessuali – incarnati dal loro cazzo (“Ma quando capirai, uomo superficiale, uomo leggero che io sono il desiderio e che il desiderio desidera ‘tutto’.”) – e in questo modo hanno ottenuto successo e potere, mentre i desublimati sono preda dei loro desideri sessuali, perennemente incapaci di resistervi. I primi stanno “sopra”, i secondi stanno “sotto”. In questa dialettica – e nell’impossibile tentativo di sottrarvisi – è invischiato il protagonista nel corso di tutto il libro e ad essa s’improntano tutti i suoi rapporti con gli altri. Con chi è “sopra” si sforza a tutti i costi di emergere, mentre su chi è “sotto” esercita ancora di più la sua poca superiorità. Insomma, come dichiara lo stesso Federico con uno scatto di furia, il suo dramma è tutto qui: “La vita per me è sublimazione, la morte desublimazione. Se sublimerò, vivrò, cioè sarò un uomo degno di questo nome. Altrimenti, morirò alla mia umanità. Sarò un desublimato, cioè un disgraziato, un inferiore, un incapace, un impotente, tutto sesso e niente creazione. Farò parte, irrimediabilmente, della razza inferiore, soggetta, che esiste in tutto il mondo, nei paesi ricchi come nei poveri, e non è caratterizzata dal colore della pelle o dai tratti somatici, ma dalla congenita incapacità di sublimare”.

Con queste premesse, Io e lui ha pregi e difetti delle opere moraviane. Da un lato c’è un certo meccanicismo nello sviluppo – ovvero, trovata l’idea centrale che fa da perno alla narrazione, questa procede come una specie di meccanismo a orologeria o come una molla che, una volta caricata, vada avanti motu proprio. Nel romanzo in questione questo si traduce nella semplificazione, magari un po’ rozza, della famosa dialettica freudiana. Allo stesso tempo, però, questa semplificazione dà modo a Moravia di sfogare la sua vena grottesca che si traduce non soltanto nelle situazioni create, ma anche nel gusto quasi iperrealistico con cui vengono descritti certi personaggi. Penso, in particolare, a Mafalda, la moglie di Protti che tenterà di sedurre perché lo aiuti ad avere la regia del film in lavorazione: “Il mio occhio si posa dapprima sulla sua piccola testa chiusa in una specie di turbante bianco: ha un viso di vecchio gatto o di attempato cane pechinese, con rotondi occhi lacrimosi e grande bocca appassita e imbronciata; poi discende giù per il collo lungo e snodato fino alle spalle massicce, ma purtuttavia, meno larghi dei fianchi, i quali, a loro volta, appaiono superati di molto, in ampiezza, dalle cosce monumentali”, o ancora: “Sento nell’abbraccio, una volta di più, il corpo di Mafalda muoversi e girare intorno le ossa e allora mi viene fatto di pensare che, forse, un giorno, la carne le scivolerà via di dosso, proprio come la carne di un animale che sia stato sottoposto a lunga bollitura e di lei, sul letto, non resterà che lo scheletro pulito e asciutto”.

Io e lui è, inoltre, un romanzo perfettamente inserito nel suo tempo, di cui testimonia certe mode e l’atmosfera generale, come l’ossessione per la “rivoluzione” imminente, l’anticapitalismo e l’avversione – talvolta di maniera – per la borghesia. Moravia, che si definiva a sua volta un “rivoltato”, dipinge tuttavia con sguardo disincantato e persino un po’ cinico i rituali della riunione di giovani rivoluzionari che, capeggiati da Maurizio, inscenano una specie di processo sommario a Federico, costringendolo all’ “autocritica” di prammatica. Ma naturalmente anche lo spirito rivoluzionario s’intreccia con la dicotomia freudiana e con la lotta tra “io” e “lui”, con la contrapposizione tra “sublimati” e “desublimati”. Come dice il protagonista a un amico: “Vladimiro, tu sai benissimo che non c’è nulla che non possa essere trattato in chiave sessuale. Letteratura, arte, scienza, politica, economia, storia, tutto può essere guardato da quel punto di vista lì. Non dico che non sia, alla fine, riduttivo. Dico che è una delle cose che si fanno”. E forse, in queste parole, fa capolino lo stesso Moravia che, con una strizzatina d’occhio al lettore, gli rivela uno dei pilastri della sua poetica.

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Una risposta a “Io e lui”, la tragedia grottesca di un “desublimato”

  1. aitanblog ha detto:

    Da ragazzo ho letto “L’amore coniugale” e fui impressionato dallo stesso tema della sublimazione. quasi che per un po’ mi sentii votato alla castità per convogliare in arte le mie energia, la mia libido.
    Un cattivo maestro, il vecchio Moravia.

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