Il giardino senza delizie di Yves Navarre

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In occasione del ventennale del suo suicidio, avvenuto proprio nel 1994, ho letto in questi giorni Le jardin d’acclimatation – pubblicato in italiano, in due epoche diverse, con i titoli “Il giardino segreto” e “Il giardino zoologico” -, romanzo di Yves Navarre, scrittore francese oramai ampiamente dimenticato e, forse, sottovalutato. Questo romanzo, però, vinse il premio Goncourt quando uscì nel 1980 ed è il suo secondo che leggo, pur avendo completamente dimenticato l’altro che avevo letto anni fa, Les loukoums.

Yves Navarre era gay e il trauma dell’omosessualità è al centro di questo romanzo. Trauma, si badi bene, non per il personaggio gay del romanzo, Bertrand Prouillan, ma per suo padre Henri, grande borghese benestante che all’inizio degli anni sessanta, in predicato di diventare ministro della repubblica e preoccupato dal danno che l’omosessualità del figlio minore nemmeno ventenne (e il suo legame con un uomo di quindici anni più vecchio) potrebbe causare alla sua carriera politica lo “convince” a sottoporsi a una lobotomia presso un chirurgo di Barcellona. L’operazione, ovviamente, fallisce miseramente e dalla Spagna torna, a place Antioche a Parigi, un ragazzo ormai handicappato, nemmeno più in grado di badare a se stesso. Il padre allora lo rinchiude nella proprietà terriera di Moncrabeau, con una serie di servitori per tenerlo a bada. Da allora nessuno più va a fargli visita: diventa lo scheletro nell’armadio della famiglia Prouillan.

Tutto questo accade un 9 luglio di vent’anni prima – il giorno del compleanno di Bertrand, tra l’altro – e il romanzo fa la spola tra quel giorno e lo stesso giorno vent’anni dopo, che rappresenta il presente narrativo. Navarre sposta sapientemente lo sguardo sui vari personaggi, assumendo di volta in volta la prospettiva di ciascuno di essi. Oltre al padre ci sono i due fratelli, Sébastien e Luc, e la sorella, Claire, di Bertrand. Il romanzo si apre con una scena a suo modo perfetta che fornisce di colpo un ritratto psicologico completo di Henri, ormai settantaquattrenne: silenzioso, rinchiuso in se stesso, incapace di amare veramente chicchessia, votato a una perenne freddezza e rigidità. Quella mattina, infatti, esce con il suo cane, vecchio e malato – Pantalon III, il terzo di una serie di cani sempre uguali, quasi un simbolo della fissità di quella vita che è una forma di morte -, per portarlo dal veterinario e farlo sopprimere, senza dire nulla a Bernadette, la cameriera che accudisce la famiglia da più di cinquant’anni e che del cane si è sempre occupata affezionandovisi.

E così, capitolo dopo capitolo, entrano i scena Sébastien, Luc, Claire e la sorella di Henri, Suzy, che, come improvvisamente ricordando quel 9 luglio di vent’anni fa, sono colti da una strana inquietudine e cominciano a riflettere sulla loro esistenza di allora, sulla loro vita di oggi, sugli errori commessi e, soprattutto, sulla complicità (probabilmente involontaria, ma certamente frutto di ignavia) con il padre per quello che è stato fatto a Bertrand. Sono tutte esistenze fratturate, perché tutti loro, che hanno subìto l’imprinting di un simile padre e hanno vissuto in una famiglia del genere, hanno alle spalle matrimoni falliti, relazioni spezzate e incapacità di gestire i loro rapporti con il prossimo – figli, amanti o coniugi che siano. Come se la figura di Henri Prouillan, con i suoi meccanismi disfunzionali, incombesse come una condanna su tutti loro.

Le jardin d’acclimatation è lungi dall’essere un romanzo perfetto: a tratti è troppo “ombelicocentrico” nell’autoanalisi che i vari personaggi fanno della loro vita interiore, sempre tormentatissima. Talvolta è anche eccessivamente verboso – penso, per esempio, al capitolo in cui vengono riproposte le lettere, molto estetizzanti e un po’ cervellotiche, del giovanissimo Bertrand al suo amante Romain Leval (ma forse sono ingiusto: una certa tendenza al bizantinismo romanticheggiante è giustificata e normale per un adolescente ipersensibile come lui). Tuttavia, quando si arriva alla fine, si ha la sensazione di avere letto qualcosa di molto sincero e di profondamente sentito, che senza dubbio affonda anche nell’esperienza personale dell’autore. Quello che resta è il clima plumbeo e quasi deterministico che un certo tipo di famiglia, di ambiente e di educazione diffonde sulle esistenze dei vari personaggi.

Il finale è – lo dico subito – senza scampo: la condanna è vissuta fino in fondo e nessun protagonista si riscatta o riesce a redimersi, per quanto lucida sia la valutazione che ognuno dà delle vicende. Nemmeno l’arte, rappresentata qui dal defunto marito di Suzy, il commediografo Jean, riesce a salvare la situazione: ne è simbolo la vendita, da parte di Suzy al fratello, dell’inedito di Jean in cui, a malapena celate, venivano smascherate le magagne della loro famiglia borghese. Henri lo distrugge e lo butta nella spazzatura, quasi come a stabilire che l’ultima parola su tutto ciò che è accaduto resta la sua. Le jardin d’acclimatation stilla dolore e inesorabile tristezza da ogni pagina.

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Una risposta a Il giardino senza delizie di Yves Navarre

  1. vito ha detto:

    devo leggerlo!
    grazie, ciao vito

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