“Teresa”, la tragedia della dignità

oro136 

Sto ripensando a L’oro di Napoli, il film a episodi girato nel 1954 da Vittorio De Sica che ho visto qualche sera fa. Tutti gli episodi sono belli, i protagonisti eccezionali e il film offre uno spaccato fantastico della città, ma è in particolare un episodio a ossessionarmi più degli altri. Mi riferisco a Teresa, in cui Silvana Mangano interpreta una prostituta romana che sposa un ricco e giovane napoletano e si trasferisce a vivere con lui. Quello che lei non sa è che lui ha incaricato un amico di sceglierla in modo più o meno casuale: l’importante era che fosse una prostituta, perché il matrimonio con “una di quelle” sarebbe stato il suo personalissimo modo di punirsi per il suicidio della ragazza che lui aveva amato davvero. Quando Teresa scopre la verità le crolla il mondo addosso. Per lei quel matrimonio è estremamente reale, lei ha creduto seriamente che un uomo si fosse innamorata di lei e che la volesse “salvare” dalla sua disonorante professione, per lei sposarsi significa davvero voltare pagina e iniziare una nuova vita. Allora ha uno scatto di dignità e, obbedendo all’impeto del momento, decide di non accettare quella situazione e rifiutare quel matrimonio di facciata e di convenienza: si riveste in fretta e furia – è la prima notte dopo la festa di nozze -, raccatta le sue cose, le infila alla bell’e meglio nella valigia e si precipita fuori di casa. Siamo già in piena tragedia, in effetti, e proviamo a metterci nei panni della poveretta. Il crollo di un’illusione, anche se non era percepita come tale, è di per sé tragico perché comporta anche il lutto causato dall’abbandono di un progetto o di un’idea di sé. Qui c’era l’idea del riscatto da una vita che supponiamo grama – la vita da prostituta in una casa chiusa – e l’immagine di una nuova esistenza come donna rispettabile, con tutti i crismi di un matrimonio regolare, per di più coronato dall’amore. Ecco, d’un tratto Teresa si trova spogliata di tutto questo. Ma il peggio viene dopo – ed è questo il colpo da maestro, quello che almeno io ritengo un’intensificazione della tragedia già in atto. Teresa esce dal palazzo: è notte, la piazza antistante l’edificio è deserta, lei è sola e spaesata con la sua valigia in mano. Probabilmente non sa dove andare, non sa a quale santo affidarsi, e ora sul suo volto si dipinge la vera disperazione. Possiamo solo intuire quali pensieri le attraversino la mente: forse l’atterrisce la prospettiva di tornare nel bordello romano o forse in quel momento il futuro le appare come un buco nero che potrebbe inghiottirla. Quindi Teresa fa dietrofront, ritorna al portone e prende forsennatamente a bussare. L’episodio si conclude sul portone che si apre e la donna che rientra nel palazzo. Quello che succederà dopo è lasciato all’immaginazione dello spettatore. Quasi certamente finirà per accettare quello che, poco prima, aveva rifiutato sdegnata. Ed è questa la seconda tragedia, quella che pone il suggello definitivo alla vicenda: anche la dignità ha un prezzo – sembra essersene resa conto pure lei – e chi non può permettersi di pagarlo non ha diritto di rivendicarla per sé. E’ la tragedia della rassegnazione non tanto (o non solo) a una condizione esistenziale sgradita che succede all’abbandono di un’illusione scambiata per realtà, ma è anche la tragedia della rinuncia alla propria integrità nel fallimento. In una ventina di minuti, con un’assoluta economia di mezzi narrativi, abbiamo assistito a uno scacco esistenziale completo. Ora possiamo davvero piangere: la tragedia è compiuta.

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4 risposte a “Teresa”, la tragedia della dignità

  1. gmruggiero ha detto:

    Mi sorprende questa escursione mediterranea, ti consideravo un puro anglo-mitteleuropeo!

  2. cadavrexquis2007 ha detto:

    Sono pieno di risorse.
    In realtà il merito è di chi ha scelto e mi ha fatto vedere il film…

  3. Hans ha detto:

    Anch’io considero quell’episodio – lo vidi la prima volta da adolescente, restandone profindamente commosso – un piccolo gioiello

  4. aitanblog ha detto:

    L’ho rivisto anch’io da poco, e mi sono commosso anch’io quando ho sentito cantare la serenata del matrimonio: “Desiderio”, la prima canzone composta dal padre di una mia carissima amica (anche lei di cultura mitteleuropea), l’autore di uno dei pochi capolavori della canzone degli anni ’50: “Indifferentemente”, un brano straziante, tragico e melodrammatico che ti consiglio di ascoltare (magari con un vocabolario napoletano-italiano in mano).

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