Sui cosiddetti “territori occupati”, ovvero: scambiare causa ed effetto

IMG_20140730_201121“ [Dopo il 1967 gli Stati Arabi] avrebbero dovuto schierare nuovi argomenti per giustificare l’ostilità continua contro Israele. E quale prova migliore poteva esserci dell’innata aggressività di Israele se non il fatto incontestabile che il paese era uscito dalla guerra più grande di quando vi era entrato? Tutti i territori che gli Arabi avevano perso nel 1967, territori che i leader arabi avevano usato per organizzare una guerra che loro stessi avevano provocato, venivano ora esibiti come esempi dell’incontenibile espansionismo israeliano. In questo modo le conseguenze dell’aggressione araba venivano presentate come se ne fossero le cause.

Ora i leader arabi esigevano che questi stessi territori venissero loro restituiti. Il fatto che siano riusciti a convincere molte persone della giustizia della loro richiesta è, a dir poco, curioso. Dopo tutto presentano una teoria completamente nuova nelle relazioni internazionali. Mai in precedenza gli stati che avevano perduto dei territori in guerre di aggressione avevano indossato con una tale facilità gli abiti della parte offesa. Certamente non l’avevano fatto la Germania dopo la Seconda Guerra Mondiale e neppure gli altri stati aggressori in quella stessa guerra. Anzi, non c’è praticamente nessun caso nella storia in cui un aggressore respinto abbia poi avuto il permesso di rivendicare nulla, men che meno i territori da dove è partita la sua aggressione.

L’accettazione diffusa dell’idea che Israele debba cedere la Giudea e la Samaria ha molto a che fare con il concetto, promulgato nello statuto dell’Onu, secondo il quale l’acquisizione di terra attraverso la forza dovrebbe essere considerato illegittimo.  (…) Tuttavia le “acquisizioni” israeliane di territori con la forza contrastano palesemente con la maggior parte degli esempi che si potrebbero addurre, comprese le azioni americane contro gli indiani e contro il Messico, grazie alle quali sono nati gli Stati Uniti. Perché in nessun momento Israele si è messo alla conquista di nulla. E’ stato ripetutamente costretto a ingaggiare guerre di autodifesa contro dei regimi arabi ideologicamente votati alla sua distruzione.

Di capitale importanza è il fatto che i territori in questione – le alture del Golan, la Samaria e la Giudea – sono stati tutti usati dagli eserciti arabi come trampolini per attaccare Israele durante la Guerra dei Sei Giorni come zone per organizzare il terrorismo negli anni precedenti la guerra. (…) I paesi che sono stati oggetto di aggressioni hanno il legittimo interesse a proteggersi da attacchi potenziali, un principio che è stato ripetutamente riconosciuto nelle relazioni internazionali, anche in casi in cui le minacce erano considerevolmente inferiori a quelle che deve affrontare Israele.

Perciò, per tre decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno tenuto Okinawa (a quasi tredicimila chilometri dalla California) contro la possibile rinascita dell’aggressione giapponese, mentre la Germania orientale, la Polonia, la Cecoslovacchia, la Bulgaria e la Romania erano mantenute sotto il controllo sovietico (con il beneplacito americano) come barriera contro una rinnovata aggressione tedesca. La possibilità reale che una ‘guerra imminente’ fosse lanciata da uno di questi due nemici completamente distrutti, disarmati e soggiogati era pressoché inesistente, eppure né gli americani né i sovietici erano disposti a correre il benché minimo rischio quando c’era in gioco la sicurezza nazionale. Si faccia il confronto con il caso di Israele: la West Bank – il cuore giudaico del popolo ebraico – è a pochi chilometri dal perimetro esterno di Tel Aviv e i regimi arabi che circondano Israele continuano ad armarsi febbrilmente, preoccupandosi di rado di mascherare il loro progetto di usare di nuovo il territorio contro Israele nel caso in cui Israele dovesse abbandonarlo*.

Ma ciò che è ancora più sorprendente è il fatto che persista il mito, d’ispirazione araba, dell’ “espansionismo israeliano”, anche se nel 1979 Israele, in seguito ai trattati di pace di Camp David, ha accettato di cedere il 91 per cento dei territori [il Sinai, ndt] che aveva conquistato in una guerra di autodifesa, un terreno che conteneva miliardi di dollari di investimenti e i pozzi di petrolio che vi aveva impiantato e che soddisfacevano gran parte dei suoi bisogni energetici. Inoltre, in base agli accordi di Oslo, Israele ha ceduto ulteriori territori al controllo palestinese. Nessun vincitore, negli annali della storia, si è mai comportato in modo simile. Quale altra nazione avrebbe ceduto i suoi giacimenti di petrolio,  diventando dipendente dal petrolio importato, per amore della pace?”

Benjamin Netanyahu, A Durable Peace. Israel and Its Place among the Nations, traduzione mia. (* Questa nuova edizione è del 2000, antecedente al ritiro di Israele da Gaza nel 2005: Netanyahu è stato un facile profeta.)

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