L’angoscia del ricordo

Se a volte mi sovvengono episodi del mio passato e, soprattutto, della mia infanzia, e se mi capita di indugiarvi più a lungo di quanto la momentanea e involontaria rievocazione richieda, avverto una specie di fitta. Allora stringo i denti, scaccio il ricordo. È come se dentro di me il tempo fosse un organo che, se troppo sollecitato, trasmette impulsi dolorosi al cervello.

È forse anche per questo motivo che provo angoscia ogni volta che – ormai sempre più di frequente – vado dai miei. I ricordi piovono a cascata, mi si rovesciano addosso e mi sommergono.  Mia madre, invece, è arrivata a quell’età in cui la memoria è tutto. È tutto anche per via della situazione imprevedibile in cui si è ritrovata a vivere. Coltiva ricordi di decenni passati, ha ripreso i contatti – mai del tutto abbandonati – con amici e amiche d’infanzia, e li condivide con me, che fatico a nascondere un certo fastidio: per me è come grattarsi una ferita che non smette di sanguinare.

Con mio padre è diverso: lui è sempre stato una tabula rasa, per me. Di lui non ho ricordi antecedenti a me e nemmeno adesso scava nel suo passato remoto, neppure per consolarsi di quello che è diventato. La sofferenza che provo in sua presenza è di segno diverso – e più egoista. Ogni volta che vado da loro e lo vedo sono costretto ad affrontare il mio più profondo terrore: la dipendenza. Sapere che un individuo autonomo può diventare in tutto e per tutto dipendente da qualcun altro, persino negli atti più elementari (e più sgradevoli) dell’esistenza, conservando al tempo stesso la coscienza di sé e la memoria di ciò che era stato prima. Senza sapere quando ciò finirà. È la mia personale pietra: ogni volta la porto in cima a quella montagna, poi quando me ne vado e torno alle mie faccende, lei rotola giù e la volta dopo mi tocca riportarla in cima.

Quel che è peggio è che devo fare tutto in silenzio. E da solo.

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4 risposte a L’angoscia del ricordo

  1. Vito ha detto:

    …solo un abbraccio, dando uno sguardo sperando che tu abbia scritto.
    Ciao Vito

  2. Hans ha detto:

    All’abbraccio di Vito aggiungo il mio

  3. Aldo ha detto:

    Sei l’anti-Proust. Hai provato a capire perché il ricordo, il ricordo dell’infanzia, ti fa tanto male? Forse perché accentua il sentimento del tempo che passa e parla quindi di morte?

  4. Davide ha detto:

    Ma siamo proprio sicuri che l’idea della morte generi angoscia? Mi trova più convinto il timore della dipendenza, eppure… quando e se si presenterà tale circostanza ci rimetteremo -ob torto collo- nelle mani di chi ci vorrà aiutare e se non ci sarà nessuno, con la stessa pazienza che ci sospinge fra le alterne vicende della vita attenderemo l’inesorabile oblio.
    Alla fine bisogna fare i conti con il fatto che non tutto è sotto il nostro controllo: Le variabili in gioco, soprattutto se considerate nel lungo periodo, sono talmente varie (e vaghe) che non ha senso farsi crucci sulle decisioni che non si sono prese o che, per mero spirito autolesionistico, si ritiene aver preso male. Secondo me è questa stessa la causa di tanto dolore di fronte al ricordo. Capita anche a me: è l’ideale umanistico che ci si ritorce contro.
    Sempre per esperienza, il silenzo -però- non è un’aggravante. Pensa solo se dovessi anche continuare a sentire opinioni non richieste e consigli vacui (va a finire sempre così, o no?) da chi quelle situazioni – per natura delle cose – non le ha nemmeno vissute.

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