C.K. Stead: La trappola linguistica di Dio

C. k. stead“Magari un gruppo di persone sta parlando di Dio, Harry continua. Una magari dice: per me Dio è il padre e il creatore di tutte le cose. Una seconda invece potrebbe opporsi a questa faccenda antropomorfa del vecchio-che-sta-nei-cieli e ribattere che Dio è tutto e dappertutto: lo spirito dell’universo creato. Una terza potrebbe dire che secondo lei Dio è distante e indifferente, fuori dalla Sua creazione. Una quarta potrebbe dire che il compito di Dio è distribuire premi e punizioni. Una quinta potrebbe dire che Dio è il palo di una staccionata. Una sesta che Dio è l’atomo originario. E via di questo passo. L’unica cosa su cui c’è un certo accordo è che Dio è potente e, forse, che è in qualche modo responsabile di tutto, ma persino questi attributi sono soggetti a disputa. Non c’è un termine che illustri in maniera migliore come il linguaggio possa ingannarci. Se una parola comincia a circolare e viene usata molto, ci comportiamo come se ci dovesse essere qualcosa a cui si riferisce. E’ un po’ come costituire un comitato per raccogliere dei fondi e poi guardarsi attorno in cerca di un istituto di beneficenza a cui donare il denaro.

Qualcuno chiede a Harry se è ateo o agnostico.

Lui replica che è una trappola dire che bisogna essere teisti, atei o agnostici, perché ognuna di queste posizioni presta una certa rispettabilità al concetto di Dio. Il teista crede in Dio. L’agnostico non ne è sicuro. L’ateo non crede in Dio. Ma quale Dio? Ciascuna di queste posizioni implica che il significato del termine Dio sia intelligibile, anche se i credenti si ammazzano a vicenda su come Dio debba essere adeguatamente descritto e venerato. Harry dice che preferisce tenersi fuori da questo pasticcio linguistico e non sporcarsi le mani.

Qualcuno insinua che Harry ha eluso la domanda. Che cos’è, dunque, se non è né teista, né ateo, né agnostico?

Harry risponde che è un non-teista e insiste, malgrado i mormorii degli scettici, che questa è una descrizione perfettamente adeguata. Alla domanda: ‘Credi in Dio?’ la sua risposta dovrebbe essere: ‘Non sono in grado di rispondere perché non capisco la domanda’. Non è elusione, dice. E’ precisione”.

C.K. Stead, da The Death of the Body (La morte del corpo), pagg. 141-2. Traduzione mia

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6 risposte a C.K. Stead: La trappola linguistica di Dio

  1. Aldo Brancacci ha detto:

    Argomentazione debole. Contraddetta da molte possibili considerazioni. Se mi si domanda chi è l’ircocervo, o cosa ne penso, so rispondere anche se «ircocervo» è l’esempio per antonomasia di parola cui non corrisponde, e forse non può corrispondere, un denotatum estralinguistico. È la Storia che ci informa sul contenuto semantico della parola «dio», in mille maniere e attraverso varie vie – arte, metafisica, teologia, etc. – e la posizione di Stead, anche se contiene un elemento giustificabile, mi sembra sostanzialmente elusiva.

  2. Stefano ha detto:

    Ma non è la sua posizione. E’ la posizione di Harry 🙂

  3. Parlando di Harry, se trappola è, l’unica è davvero non parlarne. Ma sul serio. Già rispondendo (ma qualcuno gli ha rivolto la parola? “un gruppo di persone sta parlando di Dio”), Harry ci casca e poi tenta di districarsene, continuando a parlarne. Insiste e tenta di convincere, cosicché, paradossalmente, i credenti sono chiamati “scettici”. Meraviglioso lapsus. L’impressione è che nessuno gli abbia chiesto nulla e che Harry stia facendo un po’ tutto lui.

  4. stefano ha detto:

    Ovviamente non aiuta la comprensione il fatto che io abbia estrapolato il passaggio da un capitolo, che ne dava il contesto. Harry è un professore di filosofia e il dialogo si tiene all’interno di una sorta di “seminario informale” che lui organizza nel suo studio all’università. Informale perché non segue un programma preciso, ma si limita a dibattere le questioni che di volta in volta sorgono. La sua opinione è richiesta, perché è lui il professore. Non è, quindi, un dialogo da cocktail party 🙂

  5. Comunque è un altro dei tuoi suggerimenti di lettura che mi hanno incuriosito. Lo leggerò, giusto per non ammazzare il tempo solo con le seghe.

  6. stefano ha detto:

    Eh eh eh, soprattutto quelle mentali!
    Tieni presente che è un romanzo interessante, ma non indispensabile. E non dice niente di nuovo, formalmente, a noi europei, a cui ricorda inevitabilmente certi esperimenti “postmoderni” alla Calvino o alla Kundera. Del resto è un po’ di quegli anni (il 1985). L’ho letto perché me lo sono ritrovato sugli scaffali della mia libreria: l’avevo comprato a Londra dopo averne letto un altro suo (“Talking about O’Dwyer”) per conto di un editore che voleva un giudizio di lettura – giudizio che era stato ampiamente positivo, e infatti l’editore non ne aveva comprato i diritti e non l’aveva fatto tradurre. Comunque sia, C.K. Stead è considerato il più importante (non oso dire “uno dei più importanti” perché non so quanti ce ne siano) scrittore neozelandese contemporaneo.

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