Il posto dell’omosessualità oggi, in Italia: qualche spunto di riflessione

Per una volta voglio fare un esercizio di ottimismo e di realismo al tempo stesso e cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno. Se allarghiamo lo sguardo fino a comprendere gli ultimi trenta o quarant'anni vediamo che l'accettazione dell'omosessualità, nelle società occidentali – compresa l'Italia, malgrado certi ritardi rispetto ai paesi che consideriamo più progrediti dell'Europa settentrionale e centrale -, ha compiuto passi da gigante. Oggi, almeno nelle città più grandi, possiamo esprimerci liberamente in quanto gay e molto spesso troviamo l'appoggio di chi circonda. L'atmosfera è, nel complesso, diventata favorevole. A me non è capitato quasi mai d'incontrare l'esplicita ostilità di qualcuno a cui avevo detto di essere gay o che l'aveva capito da solo. In molti casi questa faccenda incontra una sana indifferenza ed è appannaggio di pochi invasati l'ostilità nei confronti degli omosessuali, con argomenti di natura teologica, medica o "naturalistica". Quarant'anni fa era vero il contrario, probabilmente. E, soprattutto, il sostegno ai gay era silenzioso, riservato alla sfera privata, sussurrato forse alle persone interessate. Sono consapevole che questi cambiamenti epocali, avvenuti in tempi così brevi, sono di necessità fragili – una piantina che potrebbe essere sradicata alla prima tempesta -, e che dipendono anche dallo spirito di un'epoca, da una sorta di conformismo all'idea dominante, ma è naturalmente impossibile pretendere di voler indagare nell'intimo di ogni essere umano per accertarsi della sincerità delle loro dichiarazioni. La relativa tranquillità di cui godiamo, concretamente suffragata da una sicurezza piuttosto ampia se paragonata alla visibilità che manifestiamo – una visibilità che, almeno a Milano, è innegabile e trasparente a chiunque abbia occhi per vedere -, mi pare una conquista di cui essere felici, oltre che consapevoli.

Eppure i conti non tornano del tutto. Per molti di noi è rimasto un pungolo interiore, che è forse l'eredità di secoli passati a patire e che ci tiene sempre all'erta, pronti a recepire ogni segnale negativo e, qualche volta, a potenziarlo oltre il dovuto. E' come se, in fondo, desiderassimo non soltanto poter vivere la nostra vita pacificamente, ma volessimo anche essere amati, oltre che accettati. Amati, beninteso, da chi ha ancora dubbi e riserve sull'omosessualità, mentre da loro abbiamo il diritto di esigere la deposizione delle armi e la non interferenza nelle nostre scelte e nelle nostre esistenze. Le affinità e le simpatie sono un'altra cosa. Poi ho pure la sensazione che molti non si rassegnino al fatto che, comunque vadano le cose – anche nell'ipotesi migliore -, i gay esclusivi (ovvero quelli che ipostatizzano un'identità gay separata e fissa) resteranno pur sempre una minoranza all'interno della società. E una minoranza è sempre esposta al rischio di essere sgradita alla maggioranza: tutt'al più sarà diverso il grado con cui questo sgradimento potrebbe manifestarsi. Oppure potrebbe verificarsi uno spostamento d'accento da una minoranza all'altra e un giorno – chissà quando – l'omosessualità (sia essa un'identità stabilita o un comportamento occasionale) potrebbe scivolare davvero nell'assoluta indifferenza: allora saranno forse altre minoranze a raccogliere il testimone negativo del disprezzo, dell'irrisione o della discriminazione da parte delle maggioranze. Credere che ciò non avverrà o che un giorno non esisterà più questa dicotomia tra maggioranza e minoranza significa avere capito poco della psicologia umana (e delle masse). C'è da augurarsi solo che esistano ancora forme democratiche di governo a fare da cuscinetto, impedendo che gli attriti degenerino.

Con queste premesse mi pare che il dibattito attuale attorno ai matrimoni gay stia assumendo, per molti gay, una valenza che trascende il puro e semplice contenuto della richiesta. E' come se il desiderio di accettazione – e di "amore", mi si passi il termine così genero e frusto – si fosse concentrato, purificato, in questa richiesta, che è divenuta il vertice di una piramide. Come se ora tutto dipendesse dai matrimoni gay, trasformati, al di là del loro reale peso, in una pietra angolare che non solo misura l'integrazione dei gay nella società, ma serve anche a spegnere l'ansia degli stessi omosessuali riguardo a se stessi. Dimenticato o accantonato lo sforzo per cancellare innanzitutto la vergogna che ancora provano per il fatto di essere gay – più o meno consapevole: basta bazzicare qualche luogo d'incontri gay, anche solo virtuali, per rendersi conto di quanto agisca ancora in maniera potente -, molti di noi si sono lanciati in questa impresa della "battaglia per il matrimonio" e per alcuni sospetto un fenomeno di proiezione all'esterno dei propri tarli interiori irrisolti. Sono solo illazioni? Non ne sarei così sicuro.

Detto questo, io sono favorevole ai matrimoni gay. Ai matrimoni – e non a qualche forma di unione alternativa o, addirittura, depotenziata – perché credo al celebre "rasoio di Occam" e al motto Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem: è inutile creare altri istituti quando ce n'è già uno a disposizione a cui, tra l'altro, i gay non hanno avuto accesso finora, almeno in Italia. Chi vuole vedersi – molto pragmaticamente – riconosciuti dei diritti in quanto coppia, dovrebbe potersi sposare e morta lì, così come la società ha tutto l'interesse a tutelare le coppie stabili, che – figli o non figli – rafforzano comunque la coesione della società. Cercarvi qualcos'altro significa investire quest'istituto di funzioni che forse non dovrebbe avere. E questo vale sia per chi lo richiede che per chi lo avversa.

Aggiungerei infine che il dibattito è viziato da una evidente frattura generazionale tra gli stessi gay. Chi ha vissuto l'esperienza del movimentismo degli anni sessanta e settanta e ancora oggi coltiva un'idea di omosessualità come alternativa, più o meno radicale, allo status quo della maggioranza eterosessuale, un'alternativa che ha dei riflessi psicologici sugli stessi gay. Per questo motivo – pensa – non è né giusto né opportuno invocare il matrimonio per le coppie dello stesso sesso: diversi vissuti e diversi significati richiederebbero diversi istituti giuridici. Per i più giovani, invece, l'omosessualità diventa sempre più un accidente (in senso filosofico, quasi) e sempre meno un'essenza e, proprio per questo motivo, non c'è né un marchio di Caino né, al contrario, un segno di elezione nell'essere omosessuale e quindi l'accesso a un istituto che c'è già – il matrimonio -, con l'assorbimento di un'omosessualità un tempo scandalosa all'interno del mainstream sociale, non crea nessuna perplessità. Di questa frattura – che ora ho rappresentato così nettamente per semplificare i termini del discorso – e delle conseguenze che ha sulla cultura gay avevo già scritto in passato, recensendo il saggio di un americano (The Rise and Fall of Gay Culture di Daniel Harris), a cui rimando: a me pare che, specialmente in Italia in questo momento, i proverbiali nodi stiano venendo al pettine. Siamo a un bivio, insomma: vogliamo che l'omosessualità diventi un dato irrilevante nella biografia di ognuno di noi, e come tale venga accolto dal resto della società, o vogliamo che resti, in qualche modo, un segno di distinzione?

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6 risposte a Il posto dell’omosessualità oggi, in Italia: qualche spunto di riflessione

  1. Simone ha detto:

    Non vorrei sembrave provocatorio anche perche in parte condivido quello che scrivi, ma un consiglio: prova a sostituire la parola gay con “ebreo” e vedi che effetto di fa…secondo me ottieni qualche risposta alle domande che ti/ci poni.

  2. stefano ha detto:

    “In parte condivido”: quale parte, vorrei chiederti, visto che dici di condividere e qui, brevemente, tocco diversi punti.
    Secondo punto: io non chiedo – come fa qualcuno, pure gay – una legislazione separata per le coppie omosessuali. Mi limito a una lettura psicologizzante del valore che questa assume per molti gay.
    Terzo punto: il movimento di liberazione gay ha ottenuto grandi successi nel giro di – diciamo – cinquant’anni, sessanta se vuoi proprio stare largo e comprendere i primi movimenti statunitensi. Quello di emancipazione ebraica ci ha impiegato molto di più, mi pare.
    Se poi parliamo di identità, l’ “identità gay” è comunque un concetto – e non discuto qui se sia fondato o no – piuttosto recente, mentre non direi quello di “identità ebraica” o di “identità nera”, se vogliamo usare un altro paragone.
    Quindi, sì: non “sembri” polemico. Lo sei 🙂

  3. simone ha detto:

    1) la ricostruzione “storica” che fai e´essenzialmente corretta, come e’ corretto il fatto si chiede oltre all´accetazione quella di essere “amati”
    2) perche’ io ho detto che i gay dovrebbero per caso chiedere legislazioni diverso rispetto a tutti gli altri cittadini o lo hanno mai fatto gli ebrei?
    3) “Quello di emancipazione ebraica ci ha impiegato molto di più, mi pare” beh in moltissimi Paesi europei gli ebrei hanno ottenula la parita’ qualche decennio dalla rivoluzione francese. Sul fatto che che l’identita’ gay “recente” non e´cosi scontato (hai per caso letto Rictor Norton?) ma anche fosse?
    Il punto e’ che la tua frase finale lascia sottintendere che non esista una via media tra l’omosessualita’ che diventa la caratterizzazione unica di individuo o la sua totale irrilevanza, io invece penso (magari sbaglio) credo che ci sia una via di mezzo.

  4. Andrea ha detto:

    Mi chiedo: ma siamo o no nel paese dove il presidente del partito più rappresentativo dell’ala progressista nega persino l’ammissibilità di una discussione sui riflessi civili del fenomeno omosessuale e voi rivendicate con nonchalance il matrimonio sic et simpliciter in terra cattolica senza considerare le implicazioni sociali tanto per fare un esempio per la eventuale filiazione acquisita o preesistente..beati voi si vede che a Milano si respira altra aria rispetto al profondo sud mediterraneo..o sono io che non mi accorgo dei cambiamenti in corso?

  5. stefano ha detto:

    Sì, mi scuso se la frase finale è potuta sembrare drastica, in quell’aut aut. Mi riferivo certamente a un’irrilevanza relativa, ma già il post era lungo. E’ ovvio che l’inclinazione sessuale o affettiva non è irrilevante in senso “assoluto”, perché la componente erotico/affettiva di un individuo non lo è mai, in generale.
    No, non conosco Rictor Norton… M’informerò.
    @ andrea: io continuo a pensare che le posizioni espresse dai rappresentanti politici siano più arretrate rispetto a quello che realmente circola nella società e che, spesso, siano dettate da esigenze di “mercato elettorale”. A me non è mai capitato di sentire qualcuno che giustificasse la propria omofobia richiamandosi alle auguste parole di una Bindi, di un Giovanardi o di un Casini. Forse ho avuto fortuna. Ma sicuramente hai ragione nel dire che a Milano “si respira un’altra aria”. Il punto è che in tutte le grandi città si respira, in genere, un’altra aria, anche in quei paesi in cui la legislazione pro-gay è oggettivamente più avanzata: a Londra i gay staranno meglio che in un villaggio gallese e a Berlino che in un paesello del Meclemburgo.

  6. avi ha detto:

    comunicazione di servizio: entia, non entiam, ti è sfuggita una m di troppo.

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