L’artista e il borghese

Schermata 2012-07-22 a 23.26.43Da un mesetto sto guardando la prima serie di Heimat di Edgar Reitz. La mia intenzione era di concludere entro la fine di agosto tutt'e tre le serie, comprate in un confanetto in lingua originale a Colonia. Non so se ce la farò. In ogni caso, ieri sera ho visto il nono episodio, Hermaennchen, il più lungo e forse uno dei più toccanti. Qui l'attenzione del regista si concentra su un personaggio – Hermann (Joerg Richter), il figlio illegittimo di Maria Simon -, al centro di una vicenda più articolata: la storia d'amore del diciassettenne per la domestica Klärchen, di undici anni più grande di lui, e l'episodio diventa quasi un film autonomo nella totalità della serie. L'amore finisce male, ovviamente, ma non per colpa dei protagonisti, bensì per via dell'intervento di Anton, uno dei due fratelli maggiori (ormai diventato il capofamiglia), che minaccia di denunciare Klärchen alle autorità per aver sedotto un minorenne e averlo reso partecipe delle sue "schifose fantasie". La sporcizia è, in questo caso, negli occhi di chi guarda e non negli atti compiuti dai due giovani. Al compimento del diciottesimo anno Hermann volta le spalle a Schabbach e si trasferisce in una grande città, dove dedicarsi allo studio della musica.

In filigrana, infatti, questo film non racconta solo una storia d'amore segreta e, per le regole dell'epoca, scandalosa, ma anche lo scontro fra due mentalità e due concezioni della vita e del mondo, incarnate l'una da Anton e l'altra da Hermann. Dopo essere tornato a piedi in Germania dalla Russia, alla fine della seconda guerra mondiale, Anton ha messo in piedi una florida azienda di componenti ottici di precisione: ormai siamo nel 1955 e il paese è avviato sulla strada del miracolo economico. Anton è ormai diventato un borghese di successo, apprezza la concretezza del lavoro e ha una solidità tutta teutonica, che si accompagna forse a una certa rigidità intellettuale e una certa limitatezza di veduto. Per il fratello minore immagina forse già un futuro all'interno della sua Optik Simon e lo guarda con ammirazione, di fronte agli altri dipendenti, quando Hermann si siede a un tavolo di lavoro e comincia a girare alcune viti di precisione: "Ci sono volute tre generazioni per avere delle mani così". Ma non è questo il futuro che interessa a Hermann. Lui, infatti, incarna un'altra concezione della vita: è l'artista, l'introspettivo, l'outsider che rifiuta le convenzioni dell'esistenza borghese e segue invece le proprie intime esigenze, una tendenza che lo conduce a una ribellione, potenziata oltretutto dalla sua giovinezza. "L'arte deve fare male" dice a un certo punto. E' inevitabile che questi due modi di affrontare la vita siano destinati a scontrarsi, così come è evidente che la simpatia del regista si rivolge soprattutto a Hermann, contagiando lo spettatore di riflesso.

Ma al di là di questa dialettica centrale, che si traduce nella più classica delle storie di un amore contrastato, il film è bello anche per la delicatezza e la sensibilità con cui dipinge, dal punto di vista di Hermann, l’emozione di un amore che sboccia per la prima volta. E l’attore che ne interpreta la parte, Joerg Richter, è una scelta felice, con il suo viso intenso e luminoso. In questo episodio, tra l’altro, il regista rovescia la cifra estetica dominante fino  a quello precedente, l’ottavo: pur mantenendo un’alternanza tra il bianco e nero e il colore, qui è il colore a predominare, sostituito dal bianco e nero per i momenti maggiormente introspettivi.

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2 risposte a L’artista e il borghese

  1. Antonello ha detto:

    Il rovello interiore di Hermann (e non solo, anche dei suoi “pari”) sarà la cifra dominante del titanico Die Zweite Heimat, che lo seguirà nella la sua fuga a Monaco. Tra l’altro, questa seconda parte confonderà un po’ le piste temporali, come fosse più interessata a rappresentare l’alternativa come concetto assoluto che a profilare un continuum coerente.

  2. stefano ha detto:

    Attendo curioso, dunque.

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