Danilo Kiš: un’infanzia tra giardino e cenere

Giardino, cenereNon ricordavo più niente di Giardino, cenere, il romanzo di Danilo Kiš che avevo letto per la prima volta quando uscì in Italia nel 1986, indubbiamente sedotto anche da un titolo alquanto strano, che in realtà segnala i due poli tra cui oscilla la narrazione. Allora avevo sedici anni e mi domando che cosa potessi avere capito di questo libro: probabilmente poco, forse niente. E così è scivolato in una sorta di nebbia e sono trascorsi anni prima che leggessi qualcos'altro dello stesso autore e prima che lo riprendessi in mano, proprio in questi giorni. A distanza di venticinque anni sono rimasto abbagliato dal suo splendore, dalla poetica precisione della lingua – che, in questo caso, è anche merito del traduttore italiano Lionello Costantini – e dal mondo, storico e psicologico, evocato.

Non c'è, in Giardino, cenere, una vicenda lineare con un inizio, uno sviluppo e una fine, ma ci sono dei personaggi e l'ambiente balcanico-mitteleuropeo, la cui descrizione è filtrata attraverso lo sguardo infantile dell'io narrante, Andreas Sam. Attorno a lui si muove la sua famiglia, composta dalla madre Marija, dalla sorella Anna e, soprattutto, dal padre Eduard. A poco a poco quest'ultimo acquista sempre più importanza nel racconto di Andreas e il romanzo finisce per diventare anche la storia di Eduard. Quest'ultimo è un individuo assolutamente originale: ispettore delle ferrovie a riposo, autore di un monumentale Orario delle comunicazioni tranviarie, navali, ferroviarie e aeree, memorie di viaggio che, a forza di aggiunte successive, tendono a diventare un'opera-mondo impubblicabile, prestigiatore, "rivoluzionario anarchico, poeta e nevrastenico", panteista convinto, predicatore messianico e grande affabulatore, sempre pronto a recitare una parte e a indossare una maschera, più per un istinto di conservazione e di autodifesa che non per puro esibizionismo: "A dire la verità, egli recitava davanti a me una parte indegna e, non avendo il coraggio di mostrare il suo vero volto, cambiava maschera di continuo, nascondendosi dietro varie parti, sempre patetiche comunque". Sulla sua vicenda incombe però la tragedia della shoah: Eduard è ebreo e, a un certo punto, viene deportato e rinchiuso in un campo di concentramento. Andreas è convinto che si sia salvato e abbia assunto un nuovo nome in Germania e che quell'uomo che è venuto dalle sue parti altri non è che il padre, incapace di abbandonare del tutto la sua vecchia identità e il suo passato. Un personaggio, dunque, difficilmente incasellabile, anche da parte di Andreas, che non riesce a capire quando finge e quando invece fa sul serio. Un'unica volta Eduard gli confessa, con accento sincero: "La mia parte di vittima, che con maggiore o minore successo ho recitato per tutta la vita – perché un uomo recita in realtà la propria vita, il proprio destino -, questa parte, dico, volge lentamente alla fine. Non è possibile, giovanotto mio, e questo ricordatelo per sempre, non è possibile recitare la parte della vittima per tutta la vita senza diventarlo alla fine davvero. E vedi, ormai non c'è più rimedi, dovrò cercare di recitare questa parte con dignità e sino alla fine. Sarà questo il mio riscatto, e il vostro perdono".

Danilo Kiš filtra la narrazione attraverso lo sguardo di Andreas bambino, dicevo, ma in realtà la voce che sentiamo leggendo Giardino, cenere non è propriamente una voce infantile. E' una voce molto articolata, che usa un linguaggio molto prezioso – ma mai lezioso – e che non può essere quella di un bambino. Il mondo psicologico e la percezione della realtà sono però quelli di un bambino. In un certo senso è come se leggessimo le parole di Andreas adulto che adotta la prospettiva di sé stesso bambino: un uomo cresciuto che ricorda e, abbandonandosi al flusso dei ricordi, omette le correzioni di chi ha sottoposto i propri ricordi al vaglio della razionalità, riorganizzandoli e gerarchizzandoli. Qui regna ancora lo stupore e l'innocenza dell'epoca infantile – innocenza che però non coincide con un'età dell'oro, perché al contrario il mondo interiore di Andreas bambino è già solcato da timori e inquietudini, come vedremo -, espressi però con la proprietà poetica di linguaggio dell'adulto. La tecnica è quindi quella dei pensieri associativi: da un episodio ne germoglia un altro, senza che venga necessariamente rispettato l'ordine cronologico degli eventi. Tutt'altro: è persino difficile collocare nel tempo le vicende narrate e c'è un continuo andirivieni tra diversi periodi. Il trascorrere del tempo è segnato dai successivi traslochi della famiglia Sam, dalla bella casa che si affaccia sul viale con gli ippocastani fino in case via via più squallide e ammuffite. Grosso modo siamo verso la fine degli anni trenta, sullo sfondo ci sono la guerra e la persecuzione degli ebrei – vengono anche descritti un pogrom e un'imboscata tesa a Eduard Sam da parte degli abitanti del villaggio, che vedono in lui una specie di satanatista in grado di evocare le potenze del male -, ma sembra che tutto avvenga in modo tangente alla coscienza di Andreas Sam. Al lettore resta il compito di destreggiarsi nel fiume degli eventi oppure – in maniera forse più piacevole – lasciarsene sommergere.

A questa tecnica associativa corrisponde poi un affastellarsi delle impressioni sensoriali: cose viste, odori e sapori, oggetti descritti con dovizia di dettagli. L'esattezza si sposa al linguaggio poetico: il tono lo danno già le prime pagine, quando le mattine d'estate la madre di Andreas entra nella sua stanza portando un vassoio con la colazione. Lo sguardo dell'io narrante indugia su questo vassoio, di cui descrive ogni particolare, con una precisione tale che ci sembra di averlo davanti agli occhi e sotto le dita. Allo stesso modo – con la stessa poetica esattezza descrittiva – si conclude il romanzo, con la differenza che alla luminosità iniziale (idealmente il polo "giardino" del titolo) si contrappone lo sfacelo e la decomposizione di tutte le cose (ed è il polo "cenere"), a partire dalla casa di famiglia ("Dove sono finite, una volta scomparse da queste pagine, le cornici brillanti e le carrozze viola, dove sono finiti i fiori che appassivano nei vasi? E i treni, e i cestini che si vedevano oscillare nelle stazioni di provincia? E la luce blu degli scompartimenti di prima classe? Dove sono i merletti che si agitavano come ventagli sulla felpa verde dei sedili? Ha smesso così presto di funzionare la macchina di bellezza, il cristallo attraversato dlla corrente per la galvanoplastica? Dov'è lo splendore della doratura delle vecchie cornici, il sorriso della Gioconda? (…) Nella nostra casa regnavano ora l'umidità e una muffa griogioverdognola, l'unico colore di tutta la casa, il colore della decomposizione").

Nel mondo fantastico di Andreas, però, irrompe ben presto anche l'esperienza della morte. All'inizio del romanzo è uno zio che muore: la morte diventa un'ossessione per il protagonista: "Ero come impietrito e pensavo che anche io un giorno sarei dovuto morire. Insieme con questo pensiero, che sulle prime non mi sgomentò nemmeno troppo, giacché mi parve inverosimile, compresi con orrore che anche mia madre un giorno sarebbe morta. (…) Questa esperienza mi diceva con tutta chiarezza che un giorno sarei morto e che sarebbero morti mia madre, mio padre, mia sorella anna. Non riuscivo a immaginare come sarebbe morta un giorno la mia mano, come sarebbero morti i miei occhi". Da allora associa la morte al sonno e lo sprofondare nel sonno al morire e si convince che se, esercitandosi, riuscisse a cogliere e a bloccare l'attimo esatto in cui dalla stato di veglia passa in quello di sonno ("E io volevo far cadere l'angelo del sonno nella mia trappola ingegnosa: mi abbandonavo al sonno, cercavo anzi in tutti i modi di addormentarmi; poi, con uno sforzo degno di un adulto, scuotevo la testa all'ultimo momento, quando ritenevo di essermi sorpreso nell'istante in cui sprofondavo nel sonno."), allora potrebbe fare lo stesso con la morte. Ma è soltanto un'illusione e tutto si tinge di nero, gli incubi continuano a tormentarlo: neanche l'infanzia – per quanto innocente lo sguardo che si posa sul mondo – è scevra di questi dolori: "Lentamente, le prove che non mi era possibile sfuggire alla morte si accumulavano". Ed è questa sfumatura di malinconia che tinge le ultime pagine di questo bellissimo Giardino, cenere.

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