“Goethe schtirbt”: un ultimo distillato d’odio da Thomas Bernhard

TbDai cassetti di Thomas Bernhard sono usciti altri quattro racconti, scritti agli inizi degli anni ottanta e finora inediti in volume, che Suhrkamp ha pubblicato l'anno scorso con il titolo del primo: Goethe schtirbt (Goethe muore), scritto proprio così, errore (voluto) d'ortografia compreso. E un "nuovo" Thomas Bernhard è sempre una festa per i suoi lettori assidui, anche se sanno più o meno quello che ci troveranno – o forse è proprio per questo motivo? -, perché Bernhard è uno di quegli autori che, come ebbe a chiosare in maniera pungente Aldo Busi, dopo aver messo la senape su tutto finiscono per mettere la senape sulla senape.

Questa raccolta è un libro piuttosto smilzo, che però contiene in forma compatta alcune delle tipiche ossessioni bernhardiane, utile quindi a chi volesse fare un primo tentativo d'immersione in questo mondo senza affrontare, per esempio, quella summa che è Estinzione. Il primo racconto è una sorta di ucronia e vede come protagonista proprio un Goethe indispettito e ostinato che, a pochi giorni dalla sua morte, litiga con quelli che lo circondano, fino a cacciare il suo biografo Eckermann, perché si oppongono alla sua idea di invitare Ludwig Wittgenstein a Weimar. Nessuno vuole andare fino a Oxford (o a Cambridge, in realtà) per estendere di persona l'invito del massimo poeta tedesco, il quale ritiene che Wittgenstein sia il suo degno successore e che stia facendo, in ambito filosofico, quello che lui ha fatto in letteratura. Il racconto, che è costruito su un duplice discorso indiretto – il narratore riferisce quello che un altro personaggio dice che gli altri, Goethe incluso, hanno detto -, è straordinariamente realistico nella sua pretesa "storicità", così naturale da farci dimenticare per la durata della lettura che è assolutamente irreale e impossibile, visto che Goethe e Wittgenstein hanno vissuto in due secoli diversi. Inoltre il racconto rende omaggio, a modo suo, alla figura gigantesca di Goethe, pur facendolo in maniera quasi paradossale: Goethe è così immenso – scrive il narratore – da avere annientato tutti quelli che sarebbero venuti dopo di lui. Goethe si trasforma così nel "grande padre" che schiaccia e distrugge i suoi figli. Un tema, questo, che viene ripreso anche nei racconti successivi, con la differenza che qui si avverte una costante nota di rispetto e di ammirazione per questo genere di paternità letteraria.

Del rapporto tormentato tra un figlio e i genitori si parla nel secondo racconto, sul quale a sua volta aleggia una figura letteraria: Montaigne. Eine Erzaehlung (Montaigne. Un racconto). Il racconto, narrato in prima persona, prende le mosse da una "fuga" dell'io narrante, che si rifugia in una torre della residenza di famiglia per sottrarsi all'assillante presenza dei genitori, ma non prima di avere pescato un libro a caso dalla biblioteca. E il caso gli è stato propizio, perché il libro è di Montaigne e Montaigne è sempre stato per lui, ancora più che una consolazione nei momenti di angoscia, un vero e proprio "salvatore". Il resto del racconto è una tirata – ossessiva, come è nelle corde di Bernhard – sull'influsso malefico dei genitori (in quanto procreatori, poiché non occorre che facciano altro) sui figli: "Diciamo anche di amare i nostri genitori e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri generatori, perché non siamo uomini felici, la nostra infelicità non è qualcosa di cui ci convinciamo, come la nostra felicità, di cui ci convinciamo ogni giorno per avere il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandare giù il primo boccone. Poiché ogni mattina ci rammenta irrimediabilmente che in una atroce sopravvalutazione di sé e nella loro vera e propria mania riproduttiva ci hanno fatto e gettato e messo in questo mondo più orrendo e ripugnante e micidiale che non utile e piacevole".

Anche nel terzo racconto, il più lungo dei quattro, Wiedersehen (Rivedersi), riaffiora il tema dell'odio tra genitori e figli. In questo caso i personaggi sono due: l'io narrante, che è riuscito a liberarsi da quella che definisce "la prigione genitoriale", e il suo interlocutore, il quale invece vi è rimasto invischiato per tutta la vita. Questo racconto, ancora più che il precedente, è costruito come una variazione musicale che riprende un unico tema, su cui batte e ribatte in continuazione, con cambiamenti minimi, portandolo a un parossismo grottesco. Bernhard sceglie l'immagine della vacanza sulle odiate montagne – con le relative escursioni – per rappresentare concretamente le odiose costrizioni a cui il narratore (e il suo interlocutore) sono sottoposti. E si concentra su una immagine, che ricorre come una persecuzione: anno dopo anno, vacanza dopo vacanza, i suoi genitori mettevano in valigia cappelli e calze colore rosso vivo, mentre quelli del suo interlocutore cappelli e calze verde brillante. In ogni caso, la distruzione inizia presto e dura tutta la vita: "Le case dei genitori sono sempre delle carceri e solo una minoranza riesce a fuggire, gli dicevo; la maggioranza, il che vuol dire, penso, circa il novantotto per cento, resta rinchiusa a vita in questo carcere, viene distrutta in questo carcere e infine annientata e in realtà muore in questo carcere". Il narratore accusa i genitori di aver imputato a lui la loro mancanza di quiete, mentre in realtà sono loro a essere perennemente inquieti. Dal momento in cui viene introdotto, il termine Ruhe – quiete – diventa così la chiave di volta lessicale, il perno intorno a cui si struttura il resto del racconto, una sorta di accordo reiterato in maniera battente che, per riprendere il paragone con la musica, regge tutta la sinfonia, come se l'autore avesse la formula – narrativa innanzitutto – in grado di spiegare tutto: "Queste persone, come i nostri genitori, non trovano mai la quiete, dicevo, perché sono loro stessi l'inquietudine e quest'inquietudine è ovunque siano loro e arriva ovunque arrivino loro. Cercano la quiete, ma naturalmente non la trovano, perché sono l'inquietudine, partono in cerca di un posto quieto e con la loro comparsa trasformano questo luogo quieto in inquieto, il più quieto nel più inquieto". Da qui in avanti il tema viene sviluppato in crescendo e l'antitesi (solo apparente) di quiete e inquietudine assume un carattere di generalità e universalità fino a comprendere, in maniera assolutamente bernhardiana, tutta l'umanità. Arrivato all'apice di questa requisitoria – che immaginiamo pronunciata con voce sempre più tuonante e con il volto via via più paonazzo -, il racconto precipita verticalmente con la replica dell'interlocutore a cui l'io narrante chiede se si ricorda quello che gli sta raccontando: "No, disse lui, e poi, con voce estremamente calma e molto flebile: non mi ricordo proprio nulla".

L'ultimo racconto, il più breve, è intitolato In Flammen aufgegangen. Reisebericht an einen einstigen Freund (In fiamme. Resoconto di viaggio a un amico di un tempo). Qui l'odio si fa più ampio e dalla famiglia si estende alla religione cattolica, all'Austria e persino all'Europa: chi ha già letto qualcosa di Thomas Bernhard sa con quanta visceralità va all'attacco di queste sue bestie nere. Il racconto culmina in un sogno del protagonista che, dopo anni di peregrinazioni lontano dall'Austria, la vede andare in fiamme e conclude, rivolgendosi all'amico di un tempo: "Se anche da parecchi decenni e in nessun caso vale più la pena parlare di quest'Austria ridicola, è, come penso, interessante soprattutto per Lei, signore, che persino dopo così tanti decenni io l'abbia sognata di nuovo".

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