Leonard Cohen “back on Boogie Street”

Leonard-cohen-old-ideasCon meravigliosa ironia, che dev’essere un dono dell’età – settantasette anni e non sentirli -, Leonard Cohen intitola il suo ultimo album Old Ideas, vecchie idee. Saranno anche vecchie le idee di Cohen, ma lui ci sorprende ancora, proprio quando non ci aspettavamo altri inediti. E’ vero, uno come lui potrebbe ritirarsi dalle scene, perché ha già dato così tanto che qualsiasi passo in più rischia di essere un passo falso. E invece no: Leonard Cohen ha chiamato a raccolta le “sue donne” – Sharon Robinson, Anjani Thomas, Jennifer Warnes e le Webb Sisters – e una schiera di altri collaboratori – tra cui la band con cui è stato in tournée negli ultimi anni – e ha realizzato questo gioiello, anche senza offrire grandi innovazioni o sconvolgimenti. O forse lo è proprio per questo. Niente effetti speciali, niente magie, ma dieci canzoni piene di ispirazione e, nel complesso, più memorabili e intense di quelle del precedente Dear Heather.

E’ una resa dei conti con la vita, il lavoro di un uomo che tira le somme di tanti anni di esistenza, e ogni traccia trasuda malinconia e il senso di un congedo imminente. Se una certa tristezza è il marchio di fabbrica di Leonard Cohen, mai la tristezza è stata più dolce e avvolgente. La voce di Cohen, sempre più profonda, canta con lentezza o recita quelle che sono vere e proprie poesie ed è miele che lenisce le ferite interiori dell’ascoltatore. La voce di Cohen è una medicina, di per sé, e so che io non sono oggettivo: o la si ama o non la si sopporta. Per quanto mi riguarda, potrebbe declamare l’elenco telefonico di Los Angeles e io lo ascolterei ipnotizzato. E se per qualche tempo lo trascuro, quando mi capita di riascoltarlo ne resto sempre folgorato e mi domando come sia potuto restare senza.

Le prime tre canzoni sono quanto di più simile a preghiere sia dato di ascoltare ai giorni nostri – e qui Cohen, fedele all’etimologia del suo cognome, sembra davvero un sacerdote imbevuto di spiritualità. S’incomincia con Going Home, dove sulla base di una melodia soave Cohen allude a un’imminente partenza, preludio di un “ritorno a casa”, “without my sorrow”, senza dolore, “sometime tomorrow”, un giorno o l’altro domani, “to where it’s better, dove si sta meglio, e – soprattutto – “Without the costume that I wore”, senza il costume che ho indossato. Poi si continua con un pezzo intitolato nientemeno che Amen e con Show Me the Place, in cui chiede a un interlocutore – nemmeno troppo misterioso – di mostrargli “the place / where you want your slave to go”, il luogo in cui vorrebbe che il suo schiavo andasse. E anche qui la preghiera si fa estremamente umana: non s’invocano miracoli o chissà quali opere misericordiose, ma semplicemente il tentativo di cercare un barlume di luce e di bontà nell’oscurità: “The troubles came / I saved what I could save / A thread of light / A particle a wave / But there were chains / So I hastened to behave / There were chains / So I loved you like a slave”. L’invocazione si fa più esplicita in Come Healing, dove il coro femminile fa da contrappunto alla sua voce, creando una sorta di salmo che dà la pelle d’oca.

In altri brani ci sono echi del “vecchio” Leonard Cohen. Per esempio, nella ritmata Darkness – che Cohen ha già presentato in alcune date della sua tournée un paio d’anni fa – l’attacco a me ricorda Avalanche, con quella chitarra pizzicata. Se allora Cohen cantava di essere sprofondato in una valanga, qui è l’oscurità che ha bevuto “from your cup”, temendo che fosse contagiosa. Con la toccante Crazy to Love You, interamente eseguita da lui con voce e chitarra, sembra di sentire un pezzo da New Skin for the Old Ceremony, con un refrain che riecheggia certi passaggi di Chelsea Hotel. Oppure il brano che chiude l’album, Different Sides, ha un arrangiamento che rimanda all’album-capolavoro I’m your man.

Difficile, in questo Old Ideas, trovare pezzi brutti: anche quelli forse meno ispirati posseggono una loro grazia. Banjo, per esempio, si sviluppa in un crescendo da musica quasi circense, e Lullaby è, nella sua ripetitività e con il suo arrangiamento elementare, una commovente ninna-nanna (“If your heart is torn / I don’t wonder why / If the night is long / Here’s my lullaby”) e un invito all’armonia e alla conciliazione (“Well the mouse ate the crumb / Then the cat ate the crust / Now they’ve fallen in love / They’re talking in tongues”). Dall’ascolto di Old Ideas si esce placati e, direi se non temessi di esagerare, purificati.

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4 risposte a Leonard Cohen “back on Boogie Street”

  1. Shylock ha detto:

    Più che ‘ritmata’, Darkness è proprio blues.

  2. avi ha detto:

    Ecco, io, quando leggo questi pezzi che scrivi sviolinando su canzoni che sembrano preghiere, sto male e non riesco a riconciliarlo con il tuo cinismo nonché ateismo. Mi sconvolge l’ordinario sistema di aspettative che mi sono fatto leggendo il tuo blog, quindi è un problema mio, non tuo.

  3. paolo ferrario ha detto:

    trovo un legame fra questa tua bella (come sai sono un elogiatore della tua crittura) presentazione dell’album di cohen e l’altro tuo post sul “consevare il presente”

  4. paolo ferrario ha detto:

    sto ascoltando OLD IDEAS. riesco solo a dire CHE BELLO !

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