L’importanza di chiamarsi Margaret: una biografia essenziale di Lady Thatcher

BerlinskiDopo aver visto il controverso film di Phyllida Lloyd su Margaret Thatcher ho voluto leggermi qualcosa che colmasse le mie lacune su quel periodo storico, in cui ero ancora troppo "piccolo" per potermene interessare. E così mi sono imbattuto in There is no alternative. Why Margaret Thatcher matters di Claire Berlinski. Perché questo testo e non, per esempio, la classica biografia di John Campbell (nella versione in due volumi o in quella condensata)? Banalmente perché questo sono riuscito a procurarmelo in versione digitale e perché, a onor del vero, le opinioni dei lettori su Amazon sono piuttosto positive.

La posizione dell'autrice, Claire Berlinski, è manifesta già nel sottotitolo del libro: perché Margaret Thatcher è importante. Questo naturalmente non significa che tutto quello che ha fatto l'allora primo ministro britannico fosse giusto o che – come sostiene qualcuno oggi in Gran Bretagna – se ci fosse ancora lei il Regno Unito "non sarebbe in queste condizioni", bensì che il suo ruolo e la sua posizione nella storia se li è già conquistati, perché la sua azione ha profondamente trasformato il paese che, alla fine degli anni settanta, era entrato in una grave fase di declino.

Il saggio di Claire Berlinski non è una biografia in senso tradizionale. Alla storia personale di Margaret Thatcher prima di diventare primo ministro sono dedicati solo cenni essenziali, contenuti per lo più nel primo capitolo (La Pasionaria of Middle-Class Privilege), mentre il resto del libro si concentra sugli anni di governo, che vanno dal 1979, quando Thatcher vinse le elezioni, al 1990, quando rassegnò le dimissioni: undici anni durante i quali non fu mai sconfitta al voto. Per quanto riguarda la sua attività di governo, l'autrice dedica di volta in volta un capitolo a singoli aspetti salienti di essa. S'incomincia subito con le riforme economiche, fondate su un rigido monetarismo volto soprattutto a ridurre l'inflazione galoppante, proteggere i risparmi dei cittadini e, almeno nelle intenzioni, a favorire lo sviluppo e a creare più lavoro (anche se, almeno all'inizio, gli effetti furono esattamente opposti). Secondo Margaret Thatcher è soprattutto il partito laburista a essere responsabile della grave crisi della Gran Bretagna, crisi che non è soltanto economica, ma anche morale, e che si riflette in una perdita di orgoglio nazionale. Margaret Thatcher non è una campionessa del libero mercato solo perché il libero mercato è il mezzo più efficace per organizzare l'economia, ma anche perché è quello più adatto a rafforzare la tempra morale dei cittadini, infiacchita invece dal socialismo, la bestia nera dell'allora primo ministro (e, va detto, che allora il Regno Unito era, tra i paesi europei, uno di quelli che presentava più caratteristiche da repubblica socialista, e che il partito laburista, ampiamente sostenuto e finanziato dai sindacati, conteneva ancora nel suo statuto la clause 4, che invocava la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, articolo abolito solo nel 1995). C'era, quindi, da parte di Thatcher anche una sorta di afflato "mistico" nella sua difesa del libero mercato: "Economics are the method; the object is to change the soul" (L'economia è il metodo, l'obiettivo è cambiare l'anima), ebbe a dire nel 1981.

Il secondo punto affrontato è la guerra nelle Falklands: impresa forse di dubbia utilità dal lato pratico – le Falklands non avevano nemmeno duemila abitanti e non producevano nulla, se non allevamento di pecore -, ma di forte valore simbolico, perché decidendo di rispondere militarmente all'invasione delle isole ordinata dalla junta argentina di Galtieri, Margaret Thatcher volle proprio dimostrare che il Regno Unito non era più una potenza in declino, disposta a piegare la testa davanti a qualsiasi umiliazione. La vittoria servì da propulsore per il suo secondo trionfo elettorale nel 1983. Il terzo punto è quello del famoso sciopero dei minatori, durato un anno e conclusosi solo nel 1984, con la disfatta totale del sindacato guidato da Arthur Scargill, marxista e stalinista, come osserva correttamente Claire Berlinski, quando riporta le testimonianze di chi lo ha conosciuto e fa notare che, ancora nel 2000, partecipò a una celebrazione della British Stalin Society a Londra. Questa fu una battaglia per cui il governo di Thatcher si era lungamente preparato, perché in occasione dei primi scioperi nel 1981 aveva dovuto cedere subito, non avendo provveduto a fare scorte di carbone. Diversa la situazione nel 1983, quando Scargill – con l'intento evidente di "detronizzare" Thatcher – ordinò uno sciopero contro la chiusura delle miniere di carbone improduttive senza sottoporla prima al voto degli iscritti al sindacato – che erano in maggioranza contrari – e usando "picchetti volanti" formati da altri minatori sindacalizzati provenienti da altre località. Thatcher, che stavolta aveva predisposto ampie scorte, fu inflessibile e, dopo un anno, il sindacato dei minatori ne uscì con le ossa rotte.

Gli altri punti salienti sono, naturalmente, il rapporto privilegiato con Ronald Reagan – e con Michail Gorbacev, in cui Margaret Thatcher trovò un interlocutore nuovo e completamente diverso da quelli fino ad allora conosciuti nel mondo sovietico, un personaggio con cui la "chimica" funzionava anche a livello personale – e il loro ruolo nella destabilizzazione del comunismo in Europa, e l'opposizione al processo di integrazione europea. Berlinski racconta una storia dimenticata: nei primi anni settanta, Margaret Thatcher era molto favorevole all'ingresso del Regno Unito nel Mercato Comune Europeo – anche perché i laburisti e i sindacati erano contrari e, apoditticamente, "tutto ciò che è buono per i socialisti, dev'essere cattivo per la Gran Bretagna", quindi bastava, secondo lei, fare l'opposto. Fu soltanto negli anni ottanta, quando l'integrazione si fa più stringente, quando si cominciò a parlare di moneta unica e, in particolare, quando i versamenti del Regno Unito all'Europa sono maggiori di ciò che gli viene restituito, che Margaret Thatcher sviluppò – e manifestò, spesso in maniera brutale, attirandosi le ostilità di personaggi come Jacques Chirac – quell'antieuropeismo per cui è diventata proverbialmente famosa.

Interessante poi un capitolo in cui Claire Berlinski analizza i "tipi di donna" incarnati da Margaret Thatcher e le reazioni che questi suscitano nell'entourage (prevalentemente maschile) che la circonda. Pare – cosa a me sconosciuta – che alcuni la trovassero addirittura affascinante (Mitterrand disse che aveva il fascino di una Brigitte Bardot, per esempio) e, probabilmente, per molti uomini politici britannici lei era un po' la "matrona" severa di cui avevano timore ma di cui, allo stesso tempo, volevano conquistare il favore. (Oltre alla "matrona", per la cronaca, i tipi indicati dall'autrice sono: la grande diva, la madre della Nazione, la civetta ritrosa, la bisbetica urlante, Budicca la regina guerriera, la casalinga). L'ultimo nucleo su cui si focalizza l'attenzione dell'autrice è, infine, quello del declino e del "tradimento", cominciato con le dimissioni del suo vice Geoffrey Howe e con lo sfaldamento del suo governo.

Il metodo usato da Claire Berlinski rende la lettura della sua biografia thatcheriana piuttosto appassionante. L'autrice non si limita a raccontare dei fatti, ma inserisce direttamente, verbatim, nella narrazione le interviste condotte con una serie di protagonisti dell'epoca, che offrono la loro testimonianza. Ci sono personaggi che hanno lavorato fianco a fianco con Margaret Thatcher, condividendone idee e politiche, come Bernard Ingham, il suo capo ufficio stampa, John Hoskyns, il direttore dell'unità politica, Nigel Lawson, cancelliere dello Scacchiere dal 1983 e in precedenza ministro per l'energia, Charles Powell, consigliere per la politica estera. Ma ci sono anche quelli che l'hanno combattuta e contestata, primo tra tutti l'allora leader del partito laburista Neil Kinnock (nei confronti del quale, al di là delle divergenze politiche, l'autrice manifesta una grande simpatia umana e di cui tratteggia un ritratto pieno d'affetto), Andrew Graham, professore al Balliol College di Oxford (presso il quale ha studiato la stessa Berlinski), Brian Lewis, ex minatore e ora storico ed esperto delle miniere inglesi, e altri ex minatori come Johnny (finito in disgrazia per via delle politiche thatcheriane) e Harry (che, invece, deve il suo successo come pittore proprio a quelle stesse politiche). Manca la voce di Arthur Scargill che, tramite la sua segretaria al Socialist Labour Party – un partito marxista ortosso all'estrema sinistra -, si è rifiutato di concedere un'intervista e fornire la sua versione dei fatti. Oltre a queste voci, poi, There is no alternative contiene numerose citazioni e parecchi riferimenti ai discorsi della stessa Margaret Thatcher e a svariate sue interviste televisive: per tutto questo Claire Berlinski fornisce un link su internet dove poterli vedere e ascoltare di persona, in modo da incoraggiare il lettore a considerare il suo una sorta di "libro multimediale". Il quadro presentato dall'autrice è, quindi, completo e sfaccettato: pur non nascondendo la sua ammirazione per la figura di Margaret Thatcher e pur dichiarando subito quali sono le sue opinioni in ambito politico ed economico, il ritratto che ne dà riesce comunque a essere obiettivo – o, quanto meno, a presentare al lettore gli elementi indispensabili per formarsi un suo giudizio autonomo su quella che è stata e resta un personaggio affascinante della scena pubblica degli ultimi decenni, un personaggio con cui – nel bene e nel male – ancora oggi finiamo per confrontarci.

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6 risposte a L’importanza di chiamarsi Margaret: una biografia essenziale di Lady Thatcher

  1. aelred ha detto:

    Parla anche delle politiche omofobiche di Lady Thatcher?
    sotto il suo governo fu introdotta la famigerata Section 28 che impediva alle scuole e alle istituzioni pubbliche di offrire un’immagine positiva dell’omosessualità e vietava una rappresentazione accettabile delle unioni omosessuali come relazioni familiari.
    http://en.wikipedia.org/wiki/Section_28

  2. aelred ha detto:

    a essere sinceri, pur deplorando quasi tutto delle scelte politiche della Lady di ferro, le devo riconoscere un grande merito: aver contribuito, con la guerra delle Falkland, alla caduta della Junta argentina di Videla. Uno straordinario esempio di eterogenesi dei fini e di scherzo del destino: decidere di abbattere i più forti sostenitori del suo amico Pinochet non dev’essere stato facile per lei. Chapeau!

  3. stefano ha detto:

    No, non ne parla. Enuclea solo quei quattro aspetti che ho indicato. Suppongo che non parli anche di tanti altri aspetti della politica di MT.
    Ovviamente, secondo te, non parlandone diventa ipso facto un libro spazzatura 🙂 ?

  4. stefano ha detto:

    Sulla guerra delle Falklands non so onestamente che cosa pensare. Da un lato è stata assurdamente costosa, in un periodo in cui veniva tagliata la spesa pubblica. La stessa Berlinski osserva che sarebbe costato meno trasferire tutti gli abitanti delle Falklands in Galles, per dire, e mantenerli vita natural durante a base di sussidi. Per non parlare dei costi in termini di vite umane. Dall’altro ha avuto un peso simbolico notevole: affermare che nessuno, da allora, avrebbe potuto aggredire la Gran Bretagna senza aspettarsi che nessuno reagisse.
    Per quanto riguarda invece lo sciopero dei minatori e la sua resa dei conti con Scargill, credo che MT abbia avuto assolutamente ragione. (E anche Neil Kinnock, in un’intervista nel libro, ammette che il suo errore più grande è stato di non costringere Scargill ad accettare di mettere al voto lo sciopero, che così sarebbe stato legittimato democraticamente dagli stessi lavoratori e non imposto dallo stesso Scargill, che lo stava usando a fini squisitamente politici).

  5. aelred ha detto:

    no, no
    non penso che sia spazzatura. solo, segnalo la cosa perché molti laudatores di mrs Maggie non sanno o si dimenticano di questo suo coté omofobico…
    detto questo, a mio avviso la Thatcher ha depauperato un paese per arricchire una minoranza di suoi sostenitori e di squali della finanza, forse anche al di là della sua volontà
    non si può negare che dopo il suo passaggio i trasporti e la sanità siano crollati a livelli di inefficienza e iniquità scandalosi per un paese europeo; che l’industria e l’agricoltura siano state devastate e che le differenza sociali si siano moltiplicate.
    detto ciò, a parecchi piace un quadro del genere. a me no

  6. nomedelblog ha detto:

    “che l’industria e l’agricoltura siano state devastate e che le differenza sociali si siano moltiplicate.”
    se questo non si può negare… si può almeno supporre che le politiche che avrebbe messo in atto l’altra parte, analoghe a quelle applicate in altri paesi più a sud e non certamente di grande successo, non avrebbero fatto miracoli con l’industria e l’agricoltura e le differenze sociali? (no, non si può supporre: perchè la colpa dei socialismi non è mai in se, ma sempre di non esserlo abbastanza… o di esserlo troppo)

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