Di riforme universitarie, titoli di studio e studenti “sfigati”

E' bastato che il governo ventilasse la possibilità di abolire il valore legale del titolo di studio – provvedimento di cui si discuterà venerdì al consiglio dei ministri – perché si levassero subito gli scudi di studenti e sindacati. Su Metro di oggi il titolo dell'articoletto che ne parla recita: "Studenti: 'E' guerra'". Studenti e sindacati sostengono che in questo modo si creeranno atenei di "serie A" e di "serie B". Forse sarebbe il caso di informarli che già oggi esistono università non soltanto di serie A e di serie B, ma anche di serie C e giù fino alla serie Z. E, all'atto pratico, il valore legale del titolo di studio è già abolito nel mercato del lavoro privato, perché tra la preparazione di un laureato alla Normale di Pisa e un laureato all'Università di Enna, poniamo, non credo ci sia perfetta equivalenza. Chi deve assumere, sa benissimo dove andare a pescare – ed ecco che l'abolizione è bell'e che fatta. Del resto non si capisce nemmeno perché non debbano esistere degli atenei di eccellenza nel nostro paese, atenei che hanno dimostrato – nei fatti e non a priori, per decisione calata dall'alto – di essere più prestigiosi, di fornire una preparazione migliore, di favorire la ricerca e l'innovazione. In un paese privo (o quasi) di risorse naturali sono queste ultime che diventano fonte di ricchezza e di sviluppo. Sarebbe meglio battersi perché questi atenei acquistino più peso e perché agli studenti meritevoli, ma privi di mezzi, vengano erogate borse di studio adeguate. Invece no, per molti è meglio il livellamento verso il basso. Del resto lo ammette candidamente – in un'intervista a Metro – tale Mimmo Pantaleo che è, leggo, il segretario generale della Cgil scuola. Quando il giornalista gli fa notare che già esistono università di serie A e di serie B, lui risponde: "Per il privato sì. Ma a noi non interessa. A noi interessano i concorsi e lì devono essere tutti uguali". Come a dire: a noi del progresso generale della società non ce ne importa una beata mazza, a noi interessa coltivare il nostro giardino di dipendenti statali, anche perché è all'interno dello stato e del parastato che noi sindacati abbiamo sempre fatto il bello e il cattivo tempo, è lì che abbiamo conquistato posizioni di potere e non vorrete mica che ci rinunciamo proprio adesso! E' la classica posizione conservatrice della Cgil, che rifiuta di ragionare sulle prospettive più ampie di riforma, se queste possono mettere a repentaglio il suo orticello: sono i "camussosauri" che, per esempio, respingono sdegnati di prendere in considerazione le proposte – magari anche solo per analizzarle seriamente – di un Ichino.

A questa notizia se ne aggiunge un'altra, condita da pretestuose polemicuzze. Il viceministro al Welfare, Michel Martone, ha dichiarato che chi si laurea dopo i ventott'anni è uno "sfigato". Apriti cielo. Reazioni scandalizzate da più parti: gli studenti, poverini, si sono sentiti offesi nella loro dignità; gli altri politici l'hanno criticato, non da ultimo per la scelta infelice del termine gergale. Bisogna essere – lo dico con la dovuta cautela – poco versati nell'interpretazione del linguaggio per non accorgersi che, evidentemente, la frase di Martone non si riferiva a quelli che si laureano in ritardo perché magari nel frattempo hanno anche lavorato (o lavorano) per mantenersi agli studi, perché sono stati malati, perché hanno dovuto accudire qualcuno o perché sono andati come volontari a raccogliere il riso in Thailandia. Oppure a quelli che hanno deciso solo in tarda età di riprendere gli studi universitari. No, la frase si riferisce ovviamente a quelli che, mantenuti dai genitori, stanno parcheggiati nelle università e prolungano all'infinito il loro corso di studi. Quelli che "studiano" e basta e che si laureano dopo i ventott'anni – magari una laurea triennale e in qualcosa tipo scienza delle comunicazioni o scienza delle merendine internazionali – sono gli "sfigati" a cui si riferisce Martone, come ha precisato in seguito, visto che c'è sempre qualcuno pronto a (e desideroso di) equivocare. (Mentre invece non c'è invece nulla di male se uno, a un certo punto, rendendosi conto di non essere tagliato per lo studio universitario l'abbandona: nella vita ci sono tante cose più utili che si possono fare, più utili che buttare il proprio tempo, i soldi dei genitori e il denaro dei contribuenti in corsi che portano dritto all'inservibilità sul mercato del lavoro e, allo stesso tempo, alla lagna perenne perché non si ottiene un impiego adeguato al puro e semplice fatto di "essersi laureati"). Ecco, al posto di Martone io non avrei detto che sono degli "sfigati", no, non mi sarei mai permesso di essere così vago, ma avrei cercato una maggiore precisione: sono dei fancazzisti e degli incapaci. Leggendo delle polemiche che si sono scatenate, invece, ho avuto l'impressione che a molti non sia parso vero di poter – finalmente! – tornare ai bei vecchi tempi, quando si poteva sollevare un polverone perché un esponente del governo aveva usato dei termini non proprio istituzionali.

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9 risposte a Di riforme universitarie, titoli di studio e studenti “sfigati”

  1. restodelmondo ha detto:

    Guarda, se sono riuscita io a laurearmi prima dei 28 – con due tumori e una depressione clinica abbastanza seria…
    Comunque: mi ero persa l’uscita del signor Pantaleo. Tristissima, grazie di averla segnalata.

  2. AC ha detto:

    Mi sono laureata a 23 anni con 110 in scienze biologiche. Ma mi sento una “sfigata” lo stesso perché l’ho fatto senza interesse né passione, solo senso del dovere. E ci sono pure caduta in depressione. Ho un lavoro, uno stipendio decente (finché durerà) ma è come indossare una pelle che non è la mia.

  3. Simone ha detto:

    Su Martone posso darti ragione solo a patto che prima tu legga in dettaglio la sfolgorante carriera del suddetto.
    Ora messo nella dovuta luce di accorgi subito che Martone non ha nessun titolo per parlare di “merito”. So benissimo che un classico esempio di argumentum ad hominem ma un politico serio (specie in via di estinzione) dovrebbe avere un minimo di coerenza.

  4. Claudio C. ha detto:

    Sono anni che sostengo la necessità di abolire il valore legale della laurea. Come sempre in Italia, quando vogliamo copiare i paesi civili, facciamo sempre le cose raffazzonate: abbiamo riformato i corsi di laurea, col famigerato 3+2, ma tutto il resto no. Una banale conseguenza del fatto che, almeno nei concorsi pubblici, la Normale è equiparata all’Università di Enna è che la maggior parte degli studenti, quando deve scegliere un ateneo, per prima cosa considera il numero degli esami, per scegliere la sede dove il corso di laurea desiderato ha il minor numero di esami.
    Ho interpretato anche io le parole del viceministro come riferite non agli studenti lavoratori ma ai fancazzisti. Chi si trascina per anni, tentando (il più delle volte si va a tentativi, non presentandosi solo con una preparazione seria) uno o due esami all’anno non solo è un costo per la società (oltre che per i genitori), ma arriva ad avere una preparazione scadente, talmente frammentaria e diluita nel tempo che è difficile che abbia delle basi strutturali solide. Ovviamente, questo, non conta se la laurea mantiene il valore legale e in sede concorsuale uno che si è laureato nei tempi giusti è equiparato ad uno che ci ha messo il doppio o il triplo del tempo.

  5. Simone ha detto:

    Sull´abolizione del valore legale del titolo di studio una domanda: se come dici (giustamente) la laurea presa alla Normale (sono Pisa e ti posso assicurare che non e’ oro tutto quello che luccica) vale meno di quella presa ad Enna questo inevitabilmente comporta che i due candidati in un concorso pubblico avranno preparazioni diverse e quindi otterrano valutazioni diverse. Quindi nei concorsi pubblici il valore legale si riduce alla possibilita’ di accedere al concorso.
    Ma tu mi dirai ma i concorsi non sono rigorosi/impariziali ma questo non ha nulla a che fare con il valore legale del titolo di studio.
    Questo nel pubblico,nel campo delle professioni che prevedono un albo professione vale piu’ o meno lo stesso concetto. La laurea e´una condizione necessaria ma non sufficiente per ottenere l´iscrizione all´albo. Anche qui il problema in che modo gli Albi professionali selezionano i loro iscritti?? per alcuni sappiamo benissimo che il merito entra solo margianalmente nell´equazione ma questo non c´entra di nuovo nulla con il valore legale del titolo di studio.

  6. angelo ventura ha detto:

    Laureato a 24 anni, ne ho conosciuti di lazzaroni trentenni e passa parcheggiati fuori corso…io sarei per espellere i fuori corso dopo tre anni, a meno che non giustifichino con i motivi che hai citato la loro permanenza in universita’

  7. t.bernhard ha detto:

    Se martone fosse il figlio di un operaio della fiat gli darei ragione. dato che è solo un figlio di papà rccomandato all’ italiana può tranquillamente andarsene affanculo
    un laureato a 27 anni…

  8. stefano ha detto:

    Ah, ok. Allora facciamo che lo dico io, figlio di operaio, laureato a 25 anni (con dentro un anno di servizio civile e un semestre a Berlino).

  9. Aldo Brancacci ha detto:

    Sono contro l’abolizione del valore legale, e soprattutto contro l’abolizione del rilievo del voto, del titolo di studio. Non lo sono per ragioni ideologiche, non sono prevenuto, al contrario le mie idee politiche mi dovrebbero portare verso questa posizione, ma lo sono sulla base della mia esperienza diretta di lavoro e di vita.
    Gli studenti, i sindacati, Metro etc. intervengono con argomenti ingenui e sciocchi. Ma il ragionamento di Stefano può essere ritorto contro di lui. Poiché il valore legale del titolo di studio non conta già niente, nel settore privato, perché allora abolirlo? Non ha senso. E’ un argomento quantomeno insufficiente.
    Gli studenti che hanno studiato e meritevoli saranno privi dell’unico, piccolo scudo di difesa che posseggono, la loro laurea e il loro sudato 110 o 110 e lode.
    Noi viviamo in uno stato di illegalità diffusa: illegalità che non sta solo iin alto loco, ma possiamo osservare ogni giorno nei luoghi di lavoro, nei concorsi, ma anche nei concorsi di accesso ai Dottorati e alle Scuole di specializzazione. In un Paese corrotto come l’Italia il pericolo reale è che al concorso per il posto X vinca il ragioniere invece che l’ingegnere, lvincano le persone raccomandate e protette, chi ha l’amico in politica o in qualche casta.
    Non si può avere la faccia tosta di dire e far credere agli italiani che è il pezzo di carta che impedisce una buona selezione! E che una volta abolitone il valore la selezione sarà pura cristallina e imparziale! Ed è un enorme errore appoggiare chi questo vuol far credere.

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