Viaggio a Colonia, quattro note sparse

Duomo di coloniaGermania equivaleva a Berlino, per me, negli ultimi anni. Tutte le volte che andavo in Germania, andavo a Berlino (e, tutt'al più, a scoprire le città della Germania orientale che ancora non conoscevo). Solo qualche anno fa ho visitato Amburgo per la prima volta. Eppure, in passato, ho bazzicato molto la Germania occidentale. Tra il 1996 e il 1997, in particolare, ho soggiornato nove mesi nella Ruhr, nei pressi di Dortmund e poi a Dortmund stessa. Allora, nei ritagli di tempo, ho girato in lungo e in largo il Nordreno-Vestfalia. Poi, per quindici anni, non ci ho più messo piede. Avendo quattro giorni di vacanze, mi sono prenotato quindi un soggiorno a Colonia, che di tutte le città della zona è quella più amena e più vivace, nota per la sua joie de vivre e per l'allegria dei suoi abitanti, soprattutto durante il Carnevale. Volo di andata e di ritorno su Duesseldorf, a un tiro di schioppo.

Scaricati i bagagli in un alberghetto a conduzione familiare – camera minuscola all'ultimo piano, ma ottimo e immacolato – mi sono subito buttato in centro. Che cosa ricordavo della città? Il duomo, sempre annerito, che svetta proprio davanti alla stazione ferroviaria, e la principale via pedonale – la Hohe Strasse -, troppo stretta e molto affollata il sabato pomeriggio. Un po' anonima, come tutte le arterie commerciali delle grandi città tedesche. Però lì intorno ho trovato quel tipico colore che c'è in molte città tedesche: davanti alla stazione, una coppia con pupo in carrozzina canta La vie en rose a cappella; due ragazzi hanno allestito un banchetto per far sapere a tutti che gli Stati Uniti opprimono i diritti umani e che bisogna protestare; sul sagrato del Duomo il solito mimo immobile; all'imbocco della Hohe Strasse un vecchio solitario ha eretto un tazebao per denunciare i crimini israeliani a Gaza e in Palestina (silenzio, naturalmente, sul perché sarebbero stati commessi tali crimini); due ragazzi di colore agitano un cartello che recita che Gesù è la via e solo attraverso di lui si arriva al padre; più avanti un uomo fa tintinnare un barattolo e raccoglie fondi per portare acqua potabile nel Corno d'Africa. Tutto questo fa molto movimentismo anni settanta ed è tutto terribilmente tedesco. Sì, sono proprio nella Germania occidentale che conoscevo.

Nel corso dei tre giorni in cui resto lì visito qualche museo. Tre, per la precisione. Ormai mi sembra quasi una tappa obbligata dei miei viaggi. Questa volta i prescelti sono stati il Museum Ludwig, dedicato all'arte contemporanea – molta pop art al piano inferiore e, sopra, una enorme mostra fotografica su Picasso -, il Wallraf Museum per l'arte dal Medioevo agli inizi del Novecento – un museo che consiglio vivamente: su tre piani, un piano per epoca, e curiosamente semideserto e silenzioso la mattina che l'ho visitato – e, infine, l'El-De Haus, l'edificio in Appellhofplatz. Quest'ultimo ha una storia particolare: creato per il commerciante Leopold Dahmen, fu affittato alla Gestapo durante il nazismo, che ne fece la sua sede e, nelle cantine, allestì un carcere e delle camere di tortura per i prigionieri politici. Dopo la fine della guerra fu destinato ad altra sede e, addirittura, le cantine vennero usate come deposito per atti amministrativi scaduti. Solo grazie alla pressione di alcuni cittadini l'edificio è stato aperto al pubblico nel 1981, diventando un centro di documentazione sul nazismo a Colonia e conservando le scritte incise dai prigionieri nelle celle sotterranee.

Procacciarsi il cibo è stato invece più complicato: a Berlino so già più o meno dove andare e quali sono le zone da frequentare. Qui non avevo fatto i compiti a casa. A quanto sembra, la ristorazione a Colonia è in mano agli italiani. O agli pseudo-italiani, nel senso che ci sono un sacco di ristoranti italiani – spesso con nomi fantasiosi, tipo "Grande il Piatto" o "Buon giorno" -, ma che in realtà non sono gestiti da italiani, bensì da "altri" che cercano di accaparrarsi la loro fetta di fama culinaria italiana. Non vorrei, ma finisco in uno di questi ("La Strada", in Hohenzollernring), che non mi dispiace per l'atmosfera un po' cupa, con dei tavolacci di legno, e prendo una pizza che sembra scongelata (ma non lo è, anche se non è nemmeno fatta al forno a legna) e che porta il nome di "pizza Milano", fatta con ingredienti tipicamente lombardi: formaggio di capra, olive e peperoni. Ma mangiare è l'ultimo dei miei pensieri: mi accontento di poco.

Un paio di sere sono andato al cinema. Non a guardare capolavori, ma per capire che cosa danno in questo momento sugli schermi tedeschi, di produzione autoctona. Il primo è stato Rubbeldiekatz, una commediola stupidina di Detlev Buck – che comunque avevo apprezzato come regista di Knallhart -, con protagonista Matthias Schweighoefer nel ruolo di un attore che fa un provino vestito da donna per una megaproduzione americana sul nazismo e ottiene la parte. A questo si combina la storia dell'innamoramento per la sua partner, con tutti gli equivoci che ne conseguono. Il secondo è Jonas, con Christian Ulmen, ex veejay di Mtv, apparentemente molto noto in Germania, che ha girato questo docufiction in una scuola del Brandeburgo, impersonando un ultraripetente diciottenne a cui è stata data l'ultima chance. Una sorta di Sasha Baron Cohen senza però la comicità e l'irrisione praticate dall'attore inglese. Il film mi ha lasciato perplesso, ma è uno spaccato interessante – per chi si occupa della cosa – di come funzionano le scuole superiori tedeschi e di quali sono i meccanismi relazionali tra studenti e personale docente.

Mentre una sera di queste tornavo in albergo e camminavo sul Ring ho pensato che, se avessi chiuso gli occhi e un elicottero mi avesse calato lì, non avrei saputo dire esattamente in quale città tedesca fossi. In un certo senso sarei potuto anche essere a Berlino: le città tedesche sembrano un po' tutte uguali, mi sono detto. Ma forse sono ingiusto: ritornando da Dortmund, dove sono stato lunedì, a Colonia, ho avuto l'impressione di rientrare in un'oasi di bellezza.

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