Vittime dell’Ikea

IkeaDomenica sono andato con F. all'Ikea di Carugate. Da tempo cullavo il proposito di comprare un nuovo divanetto – l'altro, pure Ikea e assai economico, era assai sfondato (in ogni accezione possibile del termine) – e un nuovo armadio. Ho rinunciato all'armadio (per via del soppalco sovrastante ho delle forti limitazioni sull'altezza massima del mobile e non ho trovato letteralmente nulla che andasse bene), ma in compenso, oltre al divano, ho comprato anche un tavolino nero (ero indeciso se sostituire l'impolverato tavolino di vimini che già avevo, temendo che il nero non s'intonasse con il resto dei mobili, ma F. mi ha ingiunto di fregarmene, visto che questo tavolino nero di truciolato compresso costa ventun euro e che non era esattamente una spesa da svenarsi). Tralascio la ressa che si accalca all'Ikea la domenica pomeriggio, ma dopo aver attraversato Gorgonzola, Bussero e Carugate non fatico a comprendere perché per molti la gita all'Ikea sia più un'occasione di svago sociale – e famigliare – che non un viaggio dettato dall'effettiva necessità di fare acquisti per l'arredamento della casa. Non mi dilungo nemmeno sul "viaggio della speranza" con cui siamo rientrati a Milano: dopo parecchio tergiversare – me lo faccio consegnare a casa, spendendo settanta euro, o no? – e dopo aver caricato e scaricato in macchina i pacchi, abbiamo deciso di portarli in macchina, questi benedetti nuovi acquisti. Il problema è che l'unico modo per farlo era abbassare il tettuccio, infilare i pacchi in posizione verticale sui sedili posteriori, e via, sfrecciando con il vento che ci scompiglia – per così dire – i capelli (e per fortuna che la temperatura si era alzata).

Il bello, però, è venuto la sera, quando mi sono deciso a montare il divano. Mi sono detto: massì, che ci vorrà a montare un divano? Ho aperto la confezione, ho visto i pezzi, ho guardato il disegno sul foglio delle istruzioni e, così di primo acchito, non ci ho capito niente, mi è quasi venuto da piangere e ho pensato che non ce l'avrei mai fatta. Invece, due ore e parecchie imprecazioni dopo, ce l'ho fatta. Il momento di scoramento maggiore l'ho avuto quando mi sono accorto di avere montato al contrario la mia serie di piedini con le rotelle. Ho maledetto me e la mia disattenzione, oltre che la mia mancanza di spirito pratico: come ho fatto a non seguire esattamente il disegno? Con il senno di poi ho capito subito il mio errore e ho dovuto svitare e riavvitare tutto quanto. Insomma, nelle due ore in cui non ero certo che sarebbe venuta fuori quella roba lì che avevo visto sul catalogo e nello show-room, ho continuato a maledire il mio essere troppo intellettuale, che in quel momento equivaleva a: un rammollito incapace di fare qualsiasi cosa di produttivo con le mani, uno che per questo dipenderà sempre dagli altri.

Qual è la soddisfazione, però, nel comprarsi un mobile all'Ikea e doverselo montare da soli? Dopotutto sono mobili come quelli di altri negozi che li producono in massa a prezzi ridotti. Mi soccorre un'osservazione che avevo trovato nel libro dello psicologo israeliano Dan Ariely, uno di quegli psicologi della scuola di Kahneman, che studia i comportamenti umani in ambito economico, mostrando come non sempre le scelte compiute dagli individui sono dettate da quella finzione che è "la razionalità economica". Nel suo ultimo libro, The Upside of Irrationality, spiega il meccanismo psicologico – corroborato da una serie di esperimenti – che presiede al successo di un fenomeno come l'Ikea. Il succo è che ci sentiamo più orgogliosi di qualcosa quando l'abbiamo fatta con le nostre mani, ma non essendo tutti ugualmente versati per le cose pratiche, anche il solo fatto di poter "aggiungere" qualcosa a un semilavorato ci lega di più all'oggetto finito. E' lo stesso principio che decenni fa ispirò, negli Usa, il lancio sul mercato dei preparati per le torte: semplicissime da fare, con la semplice aggiunta di qualche ingrediente fresco – uova, latte, burro -, davano però la sensazione a pasticcere e pasticceri mancati di aver prodotto qualcosa con le loro mani. Mi siederò anch'io, dunque, più volentieri su un divano montato da me? Questo non lo so – so soltanto che ieri sera ho rimbrottato due volte M. perché mi era parso che vi si fosse accasciato sopra con troppa foga: "Vuoi farmelo crollare a terra?" gli ho detto – perché tanta è la fiducia che ho nelle mie abilità assemblatorie da temere la fragilità di quel che, bene o male, sono riuscito a mettere insieme (e, soprattutto, per un po' niente amplessi sul nuovo divano, ché non si sa mai).

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4 risposte a Vittime dell’Ikea

  1. Simone ha detto:

    Forse sbaglio ma secondo me quelli che fanno piu’ errori nel mondare i mobili dell’ikea sono gli “intellettuali” perche’ hanno piu’ inventiva e progettualita’ e tendono ad seguire meno da “automi” le istruzioni di montaggio.

  2. Stefano ha detto:

    Ah, Simone, è consolante, ma temo che sia soltanto questo, per l’appunto: consolante 😀

  3. Anch’io avevo un divano Ikea, che però, per montarlo, avevo reclutato mezzo parentame e che anch’io avevo sfondato, come penso tu abbia sfondato il tuo. Ora ne ho uno che ho trovato nella spazzatura, anni trenta m’han detto. Giuro.

  4. amedeo ha detto:

    come fai sempre a descrivere in maniera così pulita i mille pensieri che affollano la mente dell’uomo single contemporaneo?

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