Gli ultimi giorni della Romania comunista: Patrick McGuinness

Patrick-McGuinness Nel 1989 caddero uno dopo l'altro, con una sorta di effetto domino, tutti i regimi comunisti dell'Europa centro-orientale. Fu, nella maggior parte dei casi, un crollo pacifico, dettato dalle mutate circostanze storiche. Senza un'Unione Sovietica disposta a puntellare militarmente dittature prive di legittimazione popolare, quegli stati sono implosi. Ci fu un'eccezione, però, un regime dove il dittatore "regnante" si aggrappò al potere con le unghie e con i denti e la rivoluzione sfociò nel sangue. Parlo, ovviamente, della Romania e della dittura della coppia Nicolae ed Elena Ceausescu. Ora, a ventidue anni di distanza, è uscito un romanzo di un autore anglofono, Patrick McGuinness, il cui titolo – The Last Hundred Days (Gli ultimi cento giorni) – fa riferimento proprio all'agonia del regime comunista romeno. Mi è capitato tra le mani mentre ero in una libreria in Inghilterra e, senza pensarci troppo, l'ho comprato: mi capita spesso di andare in libreria in cerca di un certo libro e poi di uscire con tutt'altra cosa. E un romanzo scritto da un autore britannico sugli ultimi mesi del regime più spietato (e allo stesso tempo sgangherato) del blocco comunista mi sembrava troppo interessante perché me lo lasciassi sfuggire (a maggior ragione se pensiamo che McGuinness, ai tempi, in Romania ci ha vissuto davvero).

Infatti il romanzo comincia con l'arrivo, in una Bucarest grigia e allo stremo per le privazioni, la corruzione universalizzata e l'occhiutaggine del regime, di uno studente inglese, l'io narrante, a cui è stato comunicato di essere stato selezionato per un posto di docente all'università. Appena approdato è subito gettato in un mondo assurdo: gli dicono che il suo è stato il colloquio migliore, ma lui non ha sostenuto nessun colloquio. Ad accoglierlo è Leo O'Heix, un professore inglese che ormai si è stabilito da anni a Bucarest e ha appreso l'arte del sapersi arrangiare, organizzando una serie di attività illegali che vanno dal sostegno ai pochi dissidenti fino al mercato nero e alla compravendita di oggetti antichi recuperati dagli edifici storici della capitale romena, sistematicamente distrutti per far posto all'architettura magniloquente dei progetti urbanistici di Ceausescu. E tra i progetti di Leo c'è anche la redazione di una guida con le "passeggiate perdute" per le strade scomparse di Bucarest. A poco a poco il protagonista viene assorbito dall'atmosfera della città e dai suoi strani "commerci". Resterà sempre un corpo estraneo, ma è proprio la sua estraneità – e la sua incapacità di comprendere a fondo i rapporti di potere che intercorrono tra i vari personaggi – a permettergli uno sguardo scevro di pregiudizi e ogni volta inedito su ciò che lo circonda, fonte di continue sorprese e perplessità. Lo spiazzamento costante è il codice con cui il protagonista – e con lui i lettori – accede alla realtà bucarestina.

E il fatto di essere venuto da fuori gli permettere di accedere a diversi strati della società romena, in cui, malgrado gli slogan propagandistici sull'uguaglianza, si sono cristallizzate nuove gerarchie, con nuove classi dominanti e un nuovo "proletariato". Nelle sue peregrinazioni si ritrova sia nella miseria socialista di un ospedale pubblico, una vera e propria scena da film dell'orrore, sia nei ristoranti che nei club frequentati dalla nomenklatura, come il Capsia – uno dei rari ristoranti dove non c'è carenza di alimentari, anche se qualche volta sono gli stessi clienti a fornire l'aragosta da cucinare – o l'Athenée Palace – dove il protagonista assiste allibito alle bizze di Nicu Ceausescu, il figlio del "conducator". Ed è così che conosce la privilegiata Cilea Constantin – figlia di un alto papavero di regime, Manea -, con cui intrattiene una breve storia d'amore, e, soprattutto, Sergiu Trofim, vecchio comunista (e stalinista) caduto in disgrazia presso Ceausescu, che aiuta a scrivere la propria autobiografia (quella vera, perché quella ufficiale, adeguatamente disinfettata, gliela scrivono direttamente al partito – e verranno presentate entrambe in due luoghi diversi: la prima a Parigi, la seconda a Bucarest).

Le meschinità, però, non sono solo romene. Man mano che la narrazione procede e l'orizzonte temporale si avvicina al 25 dicembre 1989, giorno in cui Nicolae ed Elena Ceausescu vengono giustiziati dopo un processo sommario, gli eventi subiscono un'improvvisa accelerazione. Tutto avviene più in fretta e in maniera più confusa: l'autore segue passo passo le ultime mosse spasmodiche del regime di Ceausescu: dalle proteste montanti a Timisoara alle ultime parate ufficiali. Gli stessi rappresentanti degli stati esteri non sanno come reagire a ciò che sta succedendo tutt'intorno: il protagonista, in particolare, descrive l'ambiguità dell'atteggiamento dell'ambasciata britannica, che non vuole intervenire e si rifiuta di far pervenire ai giornali stranieri una serie di fotografie che documentano l'uso di strumenti micidiali per uccidere chi tenta di fuggire dal paese: in ballo ci sono delle commesse di armi che il Regno Unito sta per vendere al regime moribondo di Ceausescu. Si stringono nuove alleanze, si forma una fronda interna di opposizione al regime. A poco a poco emerge un "Fronte di Salvezza Nazionale" in cui entrano a far parte politici riciclati della vecchia guardia. In un certo senso pare di assistere a una riedizione del motto gattopardiano, secondo cui si cambia tutto per non cambiare niente. O, per usare il sarcasmo un po' guascone di Leo: "Be', sai com'è… dopo tutto, l'esperienza è quello che si cerca in una puttana". McGuinness riesce a dipingere con abilità il senso di caos e di palpabile pericolo che colpisce Bucarest negli ultimi giorni del regime di Ceausescu. Scrive infatti: "Leo aveva ragione: il sistema si stava scomponendo nelle sue parti costitutive, paranoia e apatia, e man mano che il centro cominciava a cedere, le due venivano abbandonate alla loro grande, confusa, inconcludente lotta manichea. Apatia e paranoia: due ubriachi che litigano lentamente attorno alla panchina di un parco". Ma il protagonista non assiste in diretta allo sgretolarsi del regime, perché proprio qualche giorno prima gli è stato tolto il visto ed è costretto a riparare a Belgrado, dove vede lo spettacolo della fucilazione dei coniugi Ceausescu alla televisione, insieme all'addetto dell'ambasciata britannica. Nelle pagine conclusive, però, prende il treno diretto a Bucarest e fa ritorno nella capitale romena, nuotando per così dire contro la corrente.

In generale – al di là della trama, spesso così ricca di episodi isolati da non formare una vera e propria tessitura narrativa, se non grazie al rapporto, quasi da maestro e allievo, di Leo e del protagonista – McGuinness è molto bravo nel ricreare l'ambiente della Romania comunista in inesorabile declino, rendendo giustizia alla sua complessità kafkiana, a riprodurre lo sguardo, tra l'ironico e il rassegnato, delle vittime del regime, e a spargere, all'interno del romanzo, una quantità enorme di aneddoti e di episodi riguardanti la Romania dell'epoca, oltre che una serie di ritratti di personaggi secondari – come la principessa decaduta Maria Antoaneta Cantescua -, a dimostrazione di una conoscenza piuttosto approfondita del paese.

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2 risposte a Gli ultimi giorni della Romania comunista: Patrick McGuinness

  1. Alba Parietti ha detto:

    Me lo presti? : )

  2. stefano ha detto:

    La mia religione m’impedisce di prestare libri 😀

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