I nazisti e la propaganda nel mondo arabo

Jeffrey Herf è docente di storia all'Università del Maryland e durante la sua carriera accademica si è occupato soprattutto di nazismo. Tra i suoi libri è stato recentemente tradotto e pubblicato in Italia Propaganda nazista per il mondo arabo, in cui lo stesso argomento è affrontato sotto un diverso punto di vista. Quello che molti non sanno, infatti, è che la Germania nazista dedicò molti sforzi per diffondere la sua propaganda anche all'interno del mondo arabo. Lo fece non soltanto attraverso una serie di opuscoli, ma anche e soprattutto attraverso numerose trasmissioni radiofoniche, più incisive e più adatte a penetrare all'interno di società ancora poco alfabetizzate. I precursori, in realtà, erano stati i fascisti italiani che, dal 1934 fino al 1943, trasmetteranno in arabo da Radio Bari. I tedeschi seguirono dall'ottobre 1934 fino al febbraio/marzo 1945, trasmettendo in Iraq, Egitto, Siria, Palestina, Transgiordania, Arabia Saudita, Yemen, Aden, nel Golfo degli Emirati e nel Maghreb. Di queste trasmissioni non resterebbe nulla, oggi, se non fossero state tradotte in inglese da esperti dell'ambasciata Usa del Cairo, sotto la direzione di Alexander C. Kirk, che dal settembre 1941 mandò regolarmente a Washington dei resoconti completi. Ed è sulla base di questi resoconti che Herf ricostruisce il percorso della propaganda nazista in lingua araba, offrendocene ampi stralci e seguendone cronologicamente i mutamenti man mano che le sorti della guerra cambiano e le potenze dell'Asse, inizialmente trionfanti, subiscono la prima grande sconfitta a El Alamein nel luglio 1942.

Il saggio di Herf è spesso anche noioso da leggere, ma lo è perché noiosa è la propaganda nazista nella sua monotonia, nel suo battere e ribattere su un unico tasto, consistente in un martellante antisemitismo. La guerra – in sostanza – era stata voluta dagli ebrei, che avevano tessuto una congiura internazionale, convincendo inglesi, americani e sovietici a sostenere la loro parte e a calpestare così il desiderio di libertà dei popoli arabi. Da un lato i nazisti – e le potenze dell'Asse – si propongono come i migliori difensori degli interessi arabi e della loro indipendenza dagli inglesi, incuranti del fatto che proprio loro stavano assoggettando tutta l'Europa e sterminando gli ebrei nei campi di concentramento. E' un argomento, questo, che viene sapientemente sfruttato e che finisce per spuntare anche le reazioni di americani e inglesi, i quali preferiscono non parlare troppo di ebrei e sionismo, per timore che di loro non si dica quello che, comunque, viene già detto, ovvero che sono al soldo degli ebrei stessi. Naturalmente i nazisti devono cercare prima di convincere che le loro teorie della razza non riguardano gli arabi e che il loro "antisemitismo" non riguarda tutti i semiti, ma solo gli ebrei e, a questo scopo, producono una quantità di interpretazioni delle suddette teorie atte a renderle appetibili agli arabi stessi. Dall'altro lato lato capiscono anche che, per fare breccia nel cuore e nelle menti degli arabi, è necessario fare ricorso a elementi religiosi, tratti dal Corano e dalla tradizione islamica. Se infatti la propaganda nazista ha un certo successo nei paesi arabi è anche perché trova una facile consonanza in certi aspetti dell'Islam. Ed è soprattutto questo linguaggio "religioso" che le trasmissioni radiofoniche sfruttano in pieno.

Tra gli spiriti più affini che i nazisti riuscirono a reclutare ci fu il famigerato Haj Amin el-Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme, che aveva il compito principale d'interpretare e diffondere la legge islamica: "Husseini non vedeva confini tra politica e religione ed ebbe un ruolo importante nel fondere nazionalismo arabo e palestinese con temi isalmici". Fu lui, ardente ammiratore di Hitler e del suo antisemitismo, a proporsi come collaboratore. Nell'aprile 1941 partecipò, con Rashid Ali Kilani, al colpo di stato pro-Asse avvenuto in Iraq (e nemmeno due mesi dopo sventato dagli inglesi). Il culmine della sua collaborazione con la propaganda nazista lo raggiunge il 19 dicembre 1942, quando tiene il discorso di apertura dell'Istituto islamico a Berlino e dichiara che "il suo odio verso gli ebrei era profondamente radicato nella conoscenza dell'islam". Con questo discorso, che tre giorni dopo viene trasmesso alla radio nei paesi arabi, "il Mufti si assicurava un ruolo centrale nella fusione della cultura europea con le tradizioni dell'Islam, rafforzata dal comune odio per gli ebrei […] In questo senso, le sue certezze ideologiche si possono paragonare a quelle di Hitler. Nessuno dei due era un pensatore originale, ma entrambi erano abili a sintetizzare e a radicalizzare correnti già esistenti nelle rispettive tradizioni".

Un lettore come me potrebbe chiedersi se valga la pena prestare ancora oggi tanta attenzione ai legami tra nazismo e islam, alla portata della propaganda nazista nel mondo arabo e all'odio antiebraico che li accomunava. Il punto è che non si tratta affatto di acqua passata. Se prima della fine della seconda guerra mondiale qualcuno poteva ancora accampare come labile scusa il fatto di non sapere nulla della Shoah, sicuramente questo non è più possibile. Non lo è stato da quando gli Alleati hanno liberato gli internati dai campi di sterminio nazisti. Quello che da allora è avvenuto – in Germania e, più ampiamente, in Europa – è stato un processo (lungo, faticoso e ancora in corso) di elaborazione del passato e di conseguente rinnegamento dell'antisemitismo (anche se oggi, per manifestarsi, indossa spesso le mentite spoglie dell'antisionismo). Questa tradizione, invece, ha continuato a essere feconda nei paesi arabi e musulmani. Dopo la guerra, el-Husseini è riuscito a fuggire in Egitto, sottraendosi al tribunale di Norimberga dove furono processati i criminali nazisti, alcuni dei quali erano persino meno colpevoli di lui. Del resto, gli Alleati non insistettero più di tanto, per timore di inimicarsi troppo i paesi arabi. In Egitto è stato accolto con tutti gli onori ed è stato un ispiratore di al-Banna, fondatore della Fratellanza Musulmana, il cui programma presenta impressionanti analogie con le ideologie totalitarie dell'Europa del ventesimo secolo. Herf cita, a giusto titolo, l'attività dell' "intellettuale" dei Fratelli Musulmani, Sayyid Qutb, e il suo saggio La nostra lotta agli ebrei (che già nel titolo riecheggia l'hitleriano Mein Kampf), scritto al Cairo all'inizio degli anni cinquanta. "Il libro di Qutb – scrive Herf -, con le sue analisi sulle presunte cospirazioni ebraiche, si presenta come l'ideale proseguimento delle tesi naziste ossessivamente espresse dalle trasmissioni radio durante la guerra, con la sola differenza che le tesi di Qutb sono ancora più imbevute di messaggi dal Corano e dall'Islam. […] La nostra lotta agli ebrei non negava affatto l'Olocausto, al contrario, allo stesso modo degl incitamenti via radio durante la guerra, giustificava la tragedia come un castigo ben meritato per delitti tutti da dimostrare. […] La nostra lotta agli ebrei era una violenta esortazione a massacrare gli ebrei d'Israele". Di quei semi gettati allora cogliamo i frutti velenosi ancora oggi. Che cos'è l'invito dei Fratelli Musulmani al Cairo a uccidere l'ambasciatore di Israele e a "massacrare tutti gli israeliani che si trovano sul territorio egiziano" se non un'istigazione al pogrom, in perfetto stile nazista?

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5 risposte a I nazisti e la propaganda nel mondo arabo

  1. Cachorro Quente ha detto:

    “Un lettore come me potrebbe chiedersi se valga la pena prestare ancora oggi tanta attenzione ai legami tra nazismo e islam, alla portata della propaganda nazista nel mondo arabo e all’odio antiebraico che li accomunava. Il punto è che non si tratta affatto di acqua passata. (…) Questa tradizione, invece, ha continuato a essere feconda nei paesi arabi e musulmani.”
    Non mi convince l’argomentazione che hai portato in questo paragrafo nè l’assunto generale.
    Tu ti rendi conto che, di per sè, la propaganda nazista nel mondo arabo (e i feedback positivi che può aver ottenuto) non è di per sè significativa di qualche affinità profonda politicamente rilevante. Perchè altrimenti si potrebbero accusare tutti i gruppi etnici che siano stati oggetto della propaganda nazista: i popoli “ariani” del Nord Europa (e direi che tra svedesi e finlandesi c’erano sicuro più nazisti che non a Gerusalemme o al Cairo), i friulani (le autorità naziste finanziavano i programmi radio in “mari lenghe” per sminuire l’identità italiana di territori che erano stati de facto annessi dopo il 1943), gli indiani (vedi Bose già citato in un thread relativo a un altro post), ecc. ecc.
    Quindi la propaganda nazista rivolta al mondo arabo è significativa (e rimarcarla non è una “reductio ad hitlerum”) solo se dimostri che effettivamente “di quei semi gettati allora cogliamo i frutti velenosi ancora oggi”, cosa che secondo me non ti riesce.
    Le prime violenze da parte gli arabi che si possano ascrivere all’ostilità nei confronti della crescente presenza ebraica nelle ex-province ottomane della Palestina sono se non sbaglio degli anni ’20, quando Hitler era solo un populista con scarso risalto nazionale, men che meno internazionale. Pogrom anti-ebraici ci sono stati nel mondo musulmano più volte nel corso dei secoli, come nel mondo cristiano (penso ad esempio al massacro di Cordoba); la persecuzione su ampia scala nei paesi arabi (e in misura minore in Turchia e in Persia) con l’emigrazione forzata verso Israele è successivo al conflitto del 1948.
    Se dovessi fare una sintesi: la religione islamica (come quella cristiana) ha una componente antisemita (in genere si dice che i passi più antichi del Corano siano più favorevoli nei confronti degli ebrei, quelli più recenti di meno). Gli ebrei nel mondo islamico avevano uno status civile subordinato (anche se con meno limitazioni rispetto ai ghetti storici di Roma e Venezia, ad esempio) e sono stati sottoposti a sporadiche persecuzioni, anche estremamente violente (spannometricamente direi meno frequenti di quelle subite in Europa orientale, e mai rilevanti come la deportazione di massa avvenuta in Spagna, Portogallo e – anche se lo si dimentica sempre – Italia meridionale). Dagli anni ’20 in poi un mondo musulmano che era rimasto decisamente indietro rispetto all’Europa, orfano dell’autorità ottomana, con una classe dirigente incompetente e deligittimata, in risposta ad eventi locali (l’aumento dell’immigrazione israeliana prima, la creazione dello stato ebraico poi) ha accentuato le già presenti tendenze antisemite costringendo la stragrande maggioranza degli ebrei all’emigrazione.
    In questa equazione, mi pare che Hitler e la sua propaganda siano irrilevanti.

  2. simone ha detto:

    Non ho elementi a sufficienti per pronunciarmi sulla fondatezza della “tua” tesi quindi la prtendo per buona. Ma ti domando questo: a parte la soddisfazione intellettuale, quale conseguenza pratico-politica avrebbe sostenere, per esempio, che l’antisemitismo dell’Egitto di oggi deriva dalla “predicazione” nazista?
    Per assurdo l’unica conseguenza che posso vedere io e’ quelle di riconoscere un fondamento comune alla “civilita’ cristiana” occidentale e a quella islamica ma mi pare una tesi molto poco spendibile sullo scenario politico di questi tempi

  3. stefano ha detto:

    Forse non sono stato abbastanza chiaro. Al di là della presentazione del libro, non credo che l’antisemitismo dell’Egitto (o di altri paesi arabi) sia stato “creato” dalla propaganda nazista. I nazisti si sono astutamente accorti che nell’Islam c’era (e c’è) un odio antiebraico endemico che si poteva sfruttare e al quale la propaganda si poteva agganciare. Ha gettato dei semi – così come li ha gettati altrove, osserva Cachorro, ma in quell’altrove, essendo più debole il pregiudizio antiebraico, non hanno attecchito – e avendo trovato terreno fertile questi hanno dato i loro frutti. Certo, se il terreno non fosse stato fertile… Quello che ha fatto il nazismo è stato “modernizzare” quell’antisemitismo già presente, portando avanti quello che Herf chiama il “modernismo reazionario”. Cioè l’applicazione di tecniche moderne dell’apparato propagandistico (a quei tempi la radio, oggi magari Internet) a un progetto essenzialmente reazionario. E’ ozioso chiedersi se oggi i paesi islamici avrebbe saputo comunque usare queste tecniche per “modernizzare” tecnicamente il loro odio antiebraico se non gliel’avessero insegnato i nazisti. Forse sì, forse no. Non lo so. Sta di fatto, però, che anche dopo la seconda guerra mondiale, ci furono gerarchi nazisti che trovarono rifugio, per esempio, in Egitto e proseguirono lì il loro progetto eliminazionista nei confronti degli ebrei. Le prime guerre arabe contro Israele sono la diretta continuazione di quel progetto lì. I Fratelli Musulmani hanno saldato l’antisemitismo di matrice islamica (e religiosa) a un progetto politico chiaramente nazista: in questo senso oggi sono, con i loro inviti ai pogrom, tecnicamente nazisti.
    Il secondo punto è poi che, diversamente da quanto è successo in Europa, nei paesi arabi non c’è stato un ripensamento e un rifiuto dell’antisemitismo dopo aver scoperto la catastrofe della Shoah. E questo a me non pare cosa di poco conto. (Poi si potrebbe al limite discutere dell’ambiguità europea nei confronti dell’antisemitismo, che si traveste da “legittima critica a Israele” per continuare a trovare accoliti. La novità, in Europa, è tutt’al più che, oltre ai vecchi antisemiti cristiani e di destra, ora riunisce quelli di estrema sinistra).

  4. Cachorro Quente ha detto:

    “Il secondo punto è poi che, diversamente da quanto è successo in Europa, nei paesi arabi non c’è stato un ripensamento e un rifiuto dell’antisemitismo dopo aver scoperto la catastrofe della Shoah.”
    Sì ma la Shoah è stata in Europa, non nel mondo arabo.
    Ammesso e non concesso che l’elaborazione che c’è stata ad esempio in Germania o in Italia è molto più sfumata nei paesi dell’Europa orientale.
    “Sta di fatto, però, che anche dopo la seconda guerra mondiale, ci furono gerarchi nazisti che trovarono rifugio, per esempio, in Egitto”
    …e in Argentina e pure negli USA…
    ” Ha gettato dei semi – così come li ha gettati altrove, osserva Cachorro, ma in quell’altrove, essendo più debole il pregiudizio antiebraico, non hanno attecchito – e avendo trovato terreno fertile questi hanno dato i loro frutti.”
    Non hanno attecchito in Polonia? In Romania? In Francia? In Italia? In Ungheria?
    “Le prime guerre arabe contro Israele sono la diretta continuazione di quel progetto lì.”
    Secondo me è proprio qua il tuo errore… è un’affermazione molto difficilmente dimostrabile.

  5. shylock ha detto:

    Jeffrey Herf è uno storico serio, autore tra l’altro di uno studio fondamentale come “Modernismo reazionario” e non ho nessun motivo per dubitare della sua buona fede.
    Mi sembra però un po’ semplicistico come hai trattato l’argomento “antisemitismo” nel mondo islamico. Che l’odio anti-ebraico fosse diffuso fra i cattolici, gli ortodossi e i musulmani, mi sembra un dato di fatto ormai acclarato. La sua diffusione aveva intensità diverse: molto elevato nell’Impero russo e fra i polacchi, molto meno nell’Italia rurale (si pensi al Piemonte o all’Emilia, dove esistevano comunità ebraiche in piccolissimi centri, costrette comunque alla vita da ghetto). Se gli ebrei fuggivano dall’Europa dell’Est (furono alcuni milioni gli ebrei che, anche sull’onda dei pogrom tardo ottocenteschi e primo novecenteschi, emigrarono alla volta dell’Europa occidentale o dell’America), lo stesso non si può dire per quelli che popolavano il bacino del Mediterraneo. All’epoca Tunisi, Alessandria, Smirne, Tripoli, le città del Marocco, avevano tutte una componente ebraica piuttosto elevata. Di fatto, non fu la propaganda nazista a cambiare assetti secolari che vedevano una convivenza quasi pacifica tra ebrei e arabi (non che l’antisemitismo non serpeggiasse); fu il nazionalismo arabo che condannò alla decimazione le storiche comunità ebraiche di Aleppo e di Fes, del Cairo e di Tangeri. Ma così come gli ebrei, furono cacciati anche i greci di Alessandria e gli italiani di Bengasi; le millenarie comunità cristiane del Medio Oriente iniziarono ad avere vita difficile e il morbo nazionalista travolse tutto quello che non era arabo, musulmano e, ça va sans dire, che fosse compromesso con Israele.
    Ora, se il nazionalismo è stato anche nazista non significa che il nazionalismo significhi solo nazismo. E quindi non veniamo a dire che gli arabi antisemiti sono dei nazisti. Mi pare che essere antisemiti e promuovere la cacciata degli ebrei sia già sufficientemente grave per una condanna generale. Ma non vedo il bisogno di etichette improprie e strumentali.

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