Una torre d’avorio per sfuggire al socialismo: Uwe Tellkamp

Uwe Insignito del Premio Tedesco del Libro nel 2008 e salutato come il romanzo definitivo sulla DDR, Der Turm (La torre) di Uwe Tellkamp potrebbe essere davvero il capolavoro della letteratura tedesca degli ultimi anni. Ambientato a Dresda negli ultimi anni di vita della Germania Est, tra il 1983 e il 1989, questo ponderoso romanzo – 975 pagine nell'edizione tedesca e 1300 nella traduzione italiana – racconta le vicende di una serie di personaggi che abitano in un quartiere, la “Torre” del titolo, formato da ville d’inizio Novecento, costruite da ricchi borghesi di allora e successivamente requisite dal governo comunista e riassegnate agli abitanti di adesso. Sono case che hanno ancora nomi poetici – la “Caravella”, la “Casa dai Mille Occhi”, la “Casa Italiana” e così via – e molti dei loro inquilini appartengono alla famiglia degli Hoffmann e dei Rohde.

Il racconto è polifonico, nel senso che l’autore assume di volta in volta il punto di vista di uno dei suoi personaggi, senza timore di apparire quell’entità così antiquata che è il “narratore onnisciente”. Tuttavia, tra i numerosi fuochi da cui si genera la narrazione, ce n’è uno che brilla di più, per così dire, ed è Christian Hoffmann, figlio dello stimato chirurgo Richard e dell’infermiera Anne Rohde, con cui hanno inizio gli eventi. Nelle prime pagine del libro Christian è ancora uno studente di scuola superiore in un internato e assistiamo al suo ritorno a casa dove si deve celebrare il cinquantesimo compleanno del padre. L’andamento di questo primo capitolo è lento e maestoso, un po’ come l’Elba che attraversa la città, e l’occhio di Tellkamp si posa con grande cura e attenzione sui dettagli del viaggio e della casa dello zio Meno Rohde, in cui soggiornerà Christian durante le sue vacanze. Il lettore ha la netta sensazione di trovarsi davanti a un redivivo Thomas Mann e, del resto, lo stesso Christian – un protagonista che impareremo a poco a poco ad amare, con il suo misto di altezzosità e schiva insicurezza, con la sua timidezza accentuata dall’acne che lo tormenta e la distanza tra lui e la “volgarità” del mondo – potrebbe essere tranquillamente uscito dalle pagine dei Buddenbrook.

Da qui la storia prende slancio e le scene si susseguono. Scegliendo di volta in volta una diversa prospettiva, Tellkamp ci mostra un ampio spaccato della società tedesco-orientale, delle sue numerose miserie e delle sue poche gioie. Non ci sono grandi astrazioni ideologiche, ma episodi e cose concrete che mostrano, in modo molto plastico, la vita quotidiana nell’economia pianificata della DDR: la scarsità costante di beni che costringe gli abitanti ad accaparrarsi quello che trovano, pensando poi di poterlo utilizzare un giorno o l’altro o di scambiarlo con qualcos’altro – ritornando così quasi a un’economia del baratto -; l’arte di arrangiarsi sfruttando contatti e conoscenze; la protervia del potere garantito ai piccoli burocrati; la ferocia con cui in una società all’apparenza senza classi si formano nuove gerarchie e nuove subordinazioni; la rapacità con cui lo stato cerca di procacciarsi valuta estera per sopravvivere economicamente; la stupidità – spesso combinata all’ingenuità – di chi, accecato dalla fede del socialismo, non vuole vedere o finge di non vedere la realtà. E, sopra a ogni cosa, dentro a ogni cosa, la viscosa retorica che i cittadini sono costretti non solo a sopportare, ma a fingere di sottoscrivere, magari a denti stretti.

Se con Richard Hoffman abbiamo accesso al mondo degli ospedali – lo stesso Tellkamp è anche medico e s’inserisce così nella tradizione germanica dei medici scrittori, al pari di Alfred Doblin e di Gottfried Benn -, con Meno Rohde, che pur avendo studiato scienze naturali lavora come redattore in una casa editrice abbiamo accesso alle pratiche editoriali della DDR, contrassegnate da innumerevoli difficoltà, ostacoli e censure sulla strada della pubblicazione. In un capitolo, per esempio, è riprodotta una discussione all’associazione degli scrittori in cui va decisa l’estromissione di alcuni autori rei di aver ceduto al “decadentismo borghese”: Tellkamp riproduce con grande versatilità le varie voci, incluse quelle dei censori più fedeli alla linea, uno dei quali adombra probabilmente Hermann Kant che realmente fu presidente dell’associazione e si adoperò attivamente per farne estromettere parecchi autori invisi al regime.

Essendo però figlio di comunisti emigrati in Unione Sovietica ai tempi del nazismo, Meno può entrare anche nel quartiere della “nomenklatura”, ironicamente chiamato “Ostrom” (ovvero “Roma orientale”, anche se ho verificato che nella traduzione italiana si è scelta, in maniera azzeccata, la soluzione “Bisanzio”), e ha modo di toccare con mano i numerosi privilegi di cui godono e che vengono dipinti con la consueta cura per il dettaglio. Tanto per fare un esempio, invitato a tenervi una conferenza, gli chiedono se vuole qualcosa da bere: lui si accontenterebbe di un bicchier d’acqua, ma gli offrono del prezioso e raro succo di melagrana, frutto piuttosto inconsueto nella DDR, al pari delle banane.

Buona parte del romanzo segue i tre anni di servizio volontario di Christian nella “Nationale Volsksarmee”, l’ “Esercito Nazionale Popolare”. Christian è obbligato alla ferma volontaria: tra le due cose – l’obbligo e la volontarietà – la contraddizione è solo apparente, perché i tre anni di ferma erano il requisito essenziale per chi, come lui, voleva aggiudicarsi il posto all’università dove studiare medicina e seguire le orme del padre. Altrettanto avvincenti – e angoscianti – sono le pagine, secche e dirette, che descrivono il processo a cui è sottoposto un personaggio (non rivelerò di chi si tratta per non rovinare la sorpresa a chi volesse leggere il romanzo) per avere “pubblicamente diffamato lo stato socialista”. La colpa? Essere sbottato, davanti a testimoni, pronunciando la frase: “Una cosa del genere può succedere solo in questo stato di merda”. Naturalmente il processo si conclude in una condanna ampiamente prevista sin dall’inizio.

Ma sarebbe sbagliato leggere Der Turm come se fosse solo un romanzo “documentaristico” su un’epoca ormai trascorsa e su un paese che non esiste più. C’è certamente anche questo aspetto da considerare, un aspetto che oltretutto è trattato con estrema cura dall’autore, testimonianza di una ricerca minuziosa delle fonti e di una precisione pressoché maniacale che chiunque conosca un po’ la realtà e la storia della DDR le ritroverà nei propri ricordi e nelle proprie esperienze. C’è però anche una straordinaria ricchezza stilistica: Tellkamp riesce a maneggiare con apparente scioltezza una gran varietà di registri, adattando la propria scrittura alle diverse situazioni e necessità e – come scrive Luigi Forte nella sua recensione su La Stampa – metabolizzando “gran parte della letteratura moderna”. Così ci sono lunghi periodi complessi che rallentano la narrazione, ma ci sono anche capitoli brevi e allusivi, come quello in cui a Ric
hard si chiede di collaborare alla “Stasi”, ricattandolo con la minaccia di rivelare la sua relazione segreta con la segretaria della clinica, Josta, con la quale ha avuto anche una figlia: qui il lettore non conosce il contesto, ma solo spezzoni di dialogo attraverso cui intuisce ciò che sta accadendo. Ci sono poi stralci di diario di Meno, così come ci sono lunghi passaggi lirici – scritti dallo stesso Meno -, in cui i dettagli della città sembrano animarsi e vivere di vita propria.

Oltre a tutti i protagonisti “umani”, in effetti, c’è la città, Dresda, che diventa un personaggio a pieno titolo e sembra via via riflettere l’umore torvo dei suoi abitanti. La vediamo sempre più grigia e scrostata, ripiegata su se stessa, intenta ad ammirare un passato che ormai non c’è più – proprio come Niklas Tietze, un altro protagonista del libro, che si isola nel suo universo fatto di musica classica e di reliquie di antichi splendori -, mentre tutto va a catafascio, in un progressivo disfarsi che culmina nella gelata dell’inverno tra il 1988 e il 1989, quando tutto si blocca e viene a mancare l’elettricità in metà del paese. Fino alle manifestazioni dell’autunno del 1989 che ridanno nuova speranza e fanno rifiorire gli umori che fino a poco prima sembravano moribondi. E proprio  nella data del 9 novembre 1989, quando cade il muro di Berlino e s’inaugura una nuova era, si chiude il romanzo di Uwe Tellkamp.

Il romanzo definitivo sulla DDR, dunque? Non so, ma certamente un’opera estremamente ambiziosa e, per quanto mi riguarda, di un’ambizione coronata da successo. Un’opera che sarebbe stato bello – ma impossibile – leggere già ai tempi della DDR.

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Una risposta a Una torre d’avorio per sfuggire al socialismo: Uwe Tellkamp

  1. daniele nunziato ha detto:

    Un’opera unica, il desiderio che lascia alla fine e’ quella di voler ricominciare a rileggerla dall’inizio per riassaporare e riflettere nuovamente su ogni capitolo.

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