Tanto rumore per nulla: la vita secondo Woody Allen

600full-you-will-meet-a-tall-dark-stranger-poster Ieri sera io e lui siamo andati all'appuntamento con Woody Allen, che con una puntualità da orologio svizzero ha sfornato il suo film annuale. Questa volta è il turno di You Will Meet a Tall Dark Stranger, proditoriamente tradotto in Italia come Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, una commedia brillante su cui veglia sin dalle prime battute una citazione shakespeariana, tratta dal Macbeth, che fornisce una delle chiavi interpretative: "La vita è una favola narrata da un idiota, piena di strepito e furia, e non significa nulla".

Costruito come un minuetto sentimentale in cui sono coinvolte diverse coppie che, per un motivo o per l'altro, finiscono per scoppiare, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni nasconde però anche un motivo più profondo e ricorrente. Tutti i personaggi, infatti, si scontrano e si dibattono con la loro personale illusione che li fa andare avanti e spesso li consola, pur allontanandoli dalla percezione della realtà delle cose. Sin dai primi minuti la tradizionale voce narrante dei film di Allen ci presenta Alfie (Anthony Hopkins) che, giunto alle soglie della terza età senza esservisi rassegnato, lascia la moglie Helena (Gemma Jones) per coltivare il miraggio di una nuova, impossibile giovinezza, con tutto ciò che comporta: palestra e vita notturna, una nuova casa luccicante di design e un'amante giovane e prostituta nemmeno troppo ex, la svampita Charmaine (Lucy Punch). Helena, a sua volta, si affida alla spiritualità un po' new age e un po' cialtrona della cartomante Cristal (Pauline Collins), che le predice il futuro e le spilla un sacco di quattrini, ma poco importa – come dice la figlia Sally (Naomi Watts) – se basta questo a renderla felice. Sally è sposata con Roy (Josh Brolin), che si illude, accantonata la laurea in medicina, di diventare finalmente un grande scrittore malgrado le valutazioni negative ricevute dalle sue ultime fatiche. E che dire di Dia (Freida Pinto), la bella dirimpettaia di Sally e Roy, che getta alle ortiche l'imminente matrimonio già organizzato perché Roy è tanto bravo a flirtare con lei? Oppure di Sally, stretta tra il sogno di aprire una sua galleria d'arte e la cotta per il gallerista Greg (Antonio Banderas)?

Ma più ancora dell'illusione che impregna le vite di tutti i protagonista, è soprattutto la dialettica tra realtà e illusione a manifestarsi senza sosta. Ogni singolo personaggio è disposto a lasciarsi cullare dalla sua personale illusione pur di strappare un briciolo di felicità alla vita, ma allo stesso tempo sa essere spietato quando si tratta di ricordare agli altri la realtà: Roy chiama senza mezzi termini "scemenze" la smania di Helena per l'occulto e anche Sally diventa meno tollerante quando la madre le nega il prestito che le servirebbe per aprire la sua galleria; Alfie è disposto a illudersi che Charmaine lo ami davvero e non sia interessata solo ai suoi soldi, ma quando resta incinta insiste perché alla nascita il bambino venga sottoposto al test del dna; Helena si beve tutte le profezie di Cristal, ma sbatte in faccia all'ex marito la realtà quando questo, con la coda tra le gambe, la invita a cena per chiederle di tornare con lui.

Tutto questo intrecciarsi di destini è condotto con consumata bravura da Woody Allen, che si limita a stare dietro alla macchina da presa e rinuncia a intervenire direttamente (o con un suo alter ego, come era accaduto nella pellicola dell'anno scorso, Basta che funzioni), anche quando i caratteri dei personaggi si avventurano pericolosamente verso la soglia del cliché: Helena la moglie abbandonata un po' troppo dedita alla bottiglia, Alfie il tipico maschio un po' vigliacco che vuol recuperare la moglie solo quando le cose gli vanno male, Charmaine puttana dentro tutta corpo e niente cervello, e via discorrendo. Tutto questo, però, funziona lo stesso e dà vita a un'efficace narrazione corale, sullo sfondo di una Londra sempre incantevole.

In ogni caso il finale mi ha lasciato un po' perplesso, perché ho avuto la sensazione che Woody Allen lasciasse troppe linee narrative in sospeso, abbandonando i vari protagonisti al loro destino dopo avercene mostrato le vicende. Ma forse lui ha avuto l'intuizione giusta quando mi ha detto che in fin dei conti questo finale che non spiega nulla e in cui sembra che tutto ciò che è accaduto fino ad allora sia stato per caso non è altro che l'illustrazione del motto shakespeariano iniziale: la vita è piena di strepito e furia, ma non significa nulla e non bisogna né cercarvi spiegazioni recondite né volere interpretare tutto.

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3 risposte a Tanto rumore per nulla: la vita secondo Woody Allen

  1. GMR ha detto:

    Di fronte a questo tipo di messaggio, mi rimane sempre un pensiero: sospetto che per chi è nato in un orizzonte ricco di senso, laico o religioso che fosse, tutto questo sguazzare nel “non senso della vita” ha comunque il sapore inebriante della scoperta e della trasgressione. Per me, catechizzato da piccolo nel nulla leopardiano (già Nietzsche col suo si alla vita era troppo positivo, al fondo un poveraccio che si faceva illusioni), il sapore della scoperta non c’è, anzi al contrario provo il sapore del già sentito e perfino del superato. A questo si aggiunge la (per me) recente scoperta che questo “nulla” che a me pareva cronologicamente così scontato (anzi scontatissimo, insomma Leopardi Schopenauer e Nietzsche sono di oltre un secolo fa) invece per molti miei coetanei e perfino per chi è più giovane di me è invece una scoperta di ora. Il che mi sbalordisce. Ho sottovalutato l’infanzia all’oratorio dei miei amici. Sono giunto alla conclusione che il “nulla” solo in questi anni sta diventando una nozione diffusa.

  2. aitan ha detto:

    Bene, m’hai convinto, corro a vederlo.

  3. GMR ha detto:

    Per concludere: mi chiedo se sia vero senso del nulla questo nulla accompagnato dall’eccitazione della scoperta e della prima volta. Insomma, ascoltare che Dio è morto è comunque una rivelazione. Saranno le prossime generazioni quelle che davvero assaggeranno il vero sapore del nulla?

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