La lusinga delle lusinghe

Bisognerebbe imparare a resistere alle lusinghe. Quando sono troppo smaccate non è difficile e non lo è nemmeno quando sappiamo o intuiamo che dietro ad alti elogi alla nostra persona si nasconde una chiara intenzione di ricavarne un tornaconto, soprattutto se chi ci elogia ci è sufficientemente indifferente da consentirci di vedere con lucidità i suoi secondi fini. Delle persone che ci sono amiche possiamo fidarci e io, almeno, non mi aspetto solo lodi bensì opinioni sincere: anche quando sono a me sfavorevoli, conosco il fondo di onestà da cui provengono ed è quello che apprezzo. Il problema si pone invece quando galleggiamo in quella zona grigia rappresentata dalle persone che non conosciamo bene ma verso le quali siamo ben disposti. O dalle quali, peggio ancora, ci aspettiamo qualcosa in termini emotivi. Noi siamo già aperti, siamo già pronti a dar loro fiducia, pur non avendo ricevuto da parte loro ancora nessun segnale del fatto che meritino la nostra fiducia. Se, in questo caso, l’ipotetico altro sa lusingarci bene e sa trovare le parole giuste per blandirci e vellicare dentro di noi quella parte sensibile che, assetata, aspetta solo la rugiada di questo genere di lusinghe, allora cederemo con facilità. Non senza una lotta interiore in cui si scontrano l’incredulità e la voglia di abbandonarci a tanta dolcezza e in cui la prima, solitamente, è destinata a soccombere. Magari ci vengono dette cose che ci sembrano esagerate ma, suvvia, per una volta potrebbe anche darsi che siano vere e che l’altro non stia mentendo o non stia applicando una tattica specifica, ma sia soltanto sincero, e allora perché non credergli? La potenza di queste lusinghe è tanto più forte quanto più è inveterata la nostra incertezza su noi stessi e sulle nostre qualità, quanto più è intenso il bisogno di essere accettati e apprezzati. Più siamo deboli, più siamo esposti. E il bisogno emotivo ci rende ancora più deboli – e quindi ancora più suscettibili alle lusinghe altrui. Solo in seguito, con il senno di poi e dopo la doccia fredda della realtà, ci accorgiamo che invece era soltanto una tattica. O, se non era propriamente tale, quelle lusinghe erano semplicemente il prorompere di un’emozione momentanea, come quando un cielo nero e troppo gravido di nuvole si apre in un temporale. Un’emozione a cui non era il caso di attribuire troppa importanza, perché c’è gente così, che non sa tenersi e non sa distinguere un sentimento temporaneo da una costellazione permanente di sentimenti. Quando la tempesta è passata, però, dovremmo fare tesoro dell’esperienza. Un tassello aggiunto al corpus delle nostre conoscenze. Dico “dovremmo”, perché ogni caso è un caso a sé e non impariamo davvero nulla. Come in tante altre circostanze, il sapere del cervello è una cosa, quello dei nostri impulsi – inscritto profondamente nella nostra carne – è un altro, e spesso i due procedono in direzioni diverse, o persino opposte. Malgrado quello che sappiamo e che la nostra mente tiene ben saldo, siamo pronti a cedere a nuove illusioni e a sbagliare ancora. Altre lusinghe ci aspettano: siamo esseri imperfetti.
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3 risposte a La lusinga delle lusinghe

  1. Hans ha detto:

    E’ proprio così.
    Quel maledetto bisogno di sentirsi stimati, apprezzati, amati – tanto più forte quanto più affonda le radici in mancanze e atavici bisogni – ci spinge a cedere alle lusinghe, che talvolta sono parte di un disegno manipolatorio, o esprimono la futile momentanea escandescenza emotiva del prossimo.
    Una ragionevole prudenza autoconservativa, questo consigliano gli amici in vena di massime da equilibristi.
    A parte il rischio di ricadere nella dipendenza dall’altrui sguardo benevolo, che lei paventa, c’è anche il rischio speculare della diffidenza sistematica e forse invincibile, della sfiducia che inquina ogni gioia.
    Snaturare se stessi per proteggersi, come se l’unica cosa da fare fosse tentare di evitare di soffrire. Una prospettiva cupa, a pensarci bene. Improbabile a realizzarsi, oltretutto, perché è assai raro riuscire a cambiare se stessi dalla radice.
    Chi racconta d’averlo fatto, per lo più s’inganna; o s’illude soltanto d’essere cambiato, o ha finalmente, senza avvedersene, riconosciuto se stesso: non un cambiamento, ma una rivelazione.
    L’alternativa possibile: correggere almeno le più pericolose delle proprie fragilità imparando se non altro a controllarle; migliorare la capacità di interpretare i segnali del mondo esterno, per sfuggire almeno ai più grossolani fra gli specchietti per allodole, ai più inconsistenti fra i miraggi.
    Soprattutto, non smarrire la consapevolezza che l’investimento affettivo è, in ogni caso, un ponte costruito sul vuoto. Solo per caso, e quasi mai a lungo, può incrociare il ponte edificato dalla parte opposta del fiume.

  2. vito ha detto:

    chapeau!
    (…per stefano and… “godot”)
    un abbraccio lusinghiero,
    vito

  3. Stefania ha detto:

    Colpita e affondata. Come sempre mi succede leggendoti.
    Nonostante tutte le mie delusioni, però, rimango del partito dell’innocenza più che di quello della malafede. Non sempre nel male che gli “altri” finiscono per farci esiste una “strategia” a monte. Voglio pensare che gli uomini che mi hanno adulata lo abbiano fatto perché in quel momento credevano davvero alle loro parole.
    Appunto: in quel momento.
    Vabbe’, vado a chiederti l’amicizia su Feisbuc :))

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