“Io sono l’amore”: polpettone con pretese

[Attenzione! Vi rovino il finale. Non leggete se proprio proprio volete andare a vederlo al cinema]

Marisa-berenson-pippo-delbono-tilda-swinton-alba-rohrwacher-mattia-zaccaro-flavio-parenti-e-maria-paiato-in-una-foto-promozionale-del-film-io-sono-l-amore-di-luca-guadagnino-125795 In due delle numerose cene e pranzi che costellano Io sono l’amore, di Luca Guadagnino, c’è un’immagine che simboleggia perfettamente tutto il film: da una grossa zuppiera il cameriere scodella un brodo giallino, quasi inconsistente, e lo rifila ai commensali. Ecco, la sceneggiatura di Io sono l’amore è proprio quel brodo che viene ammannito, per quasi due ore, allo spettatore sfiancato. Inutile lamentarsi, quindi, alla fine: in un certo senso il regista ci aveva già avvertiti e bastava cogliere l’allusione.

Ambientato in una Milano molto oleografica, tanto da far nascere il sospetto che sia sponsorizzato dall’Ente del turismo, Io sono l’amore è una specie di Mine vaganti trasferito  però nel mondo dell’alta borghesia meneghina – e, non a caso, anche qui come nel film di Ozpetek c’è lo zampino di Ivan Cotroneo nella sceneggiatura, perciò ora ringrazio Iddio di essermi tenuto lontano dai suoi romanzi anche quando avevo avuto la vaga tentazione di leggerne uno. Per farla breve, i Recchi hanno un’azienda tessile, un vero e proprio impero industriale fondato dal nonno (Gabriele Ferzetti), che comunque tira le cuoia dopo i primi dieci minuti, e conducono una vita agiata, con servitù e comodità varie, nel villone di famiglia. Tutto va bene finché Edo (Flavio Parenti) non presenta alla mamma, la russa Emma (Tilda Swinton), il suo amico cuoco Antonio (Edoardo Gabbriellini). Lei se ne innamora – anche se del perché e dei meccanismi psicologici di questo innamoramento non è dato sapere granché, ma devono essere bastati i prelibati gamberetti che lui le ha cucinato – e, naturalmente, da quel momento se lo tromba con regolarità, non resistendo alla spontaneità proletaria di lui. A un certo punto, però, Edo lo scopre – e non si capisce bene in base a quali indizi – e, incazzato come una serpe, mentre affronta la madre in giardino, scivola, batte la testa sul bordo della piscina e muore.

Il culmine della storia d’amore tra Emma e Antonio è plasticamente raffigurato in un bel coito sull’erba della campagna fuori Sanremo, dove il giovane cuoco vuole aprire un ristorantino con i suoi piattini tipici alternativi. E’, questa, una delle scene più spassose – e più pietose – di tutto il film. Per chi fosse tardo di comprendonio, il regista si dilunga riprendendo ogni filo d’erba e ogni fiore, con svariati primi piani su almeno quattro o cinque insetti (e ci mancavano solo le piattole sui peli pubici dei protagonisti), forse per fare intendere anche ai più ottusi che in quel momento l’Amore sta irrompendo come una vera e propria Forza della Natura – uso le maiuscole perché “si sentono”, nell'intenzione narrativa del regista – che spezza le abitudini calcificate e false della vita iperborghese di Emma. E per sottolineare con delicatezza che, finalmente, la povera Emma sta avendo un orgasmo, la musica monta e monta e, come se non bastasse, le immagini traballano. A me, francamente, veniva da ridere.

Poi io ho anche le mie perplessità “filosofiche” sull’argomento centrale del film, cioè l’esaltazione dell’amore come forza primigenia che scardina le convenzioni e che, in questa sua opera di disintasamento dei tubi ingorgati dal conformismo, è sempre e comunque positivo. E’ un argomento, oltre che di dubbio valore etico, anche piuttosto antico. Anzi, diciamola tutta: questa esaltazione dell’adulterio e dell’amore contrastato, che però è l’unico amore vero, è il fondamento di tutto il romanzo occidentale – non vorrei citare ancora, per l’ennesima volta, il mito di Tristano e Isotta e il pensiero di Denis De Rougemont. Detto questo, però, un mito può essere ripreso all’infinito, se lo si riprende bene – e non è il caso di questo melodrammone pieno di pretese -, ma non riproposto come se fosse qualcosa di eversivo, quando in realtà è così bene insediato nella nostra tradizione, altrimenti si fa il classico anticonformismo dei conformisti, che è sempre molto comodo. L’imperativo “segui il tuo istinto” – o, per dirlo alla Tamaro, “va’ dove ti porta il cuore” – mi è sempre sembrato una solenne cazzata e lo è anche qui: pappa sentimentalistica. Ah, per inciso, c’è anche una storia lesbica: Betta (Alba Rohrwacher), la figlia di Emma, è innamorata di una donna e in lei Emma vede rispecchiata sé stessa e il suo adulterio, che è espressione di un’autenticità insopprimibile. Lui ha argutamente commentato: “La figlia lesbica è la nonna!”, riferendosi alla nonna di Mine vaganti,  che fungeva da catalizzatore della vita autentica, in contrapposizione a quella sclerotizzata dalle convenzioni sociali. Infatti, nella scena conclusiva, quella in cui Emma scalza e vestita di un'umile tuta da ginnastica fugge dalla villa avita, si avverte nello sguardo di Betta una luce di comprensione e, quasi, di giustificazione del comportamento materno. Se l'Amore irrompe, se la Natura chiama, perché resistere?

Il film è tutto così: un estetismo estenuato, un formalismo fine a se stesso, al servizio di una sceneggiatura mediocre che riscalda, per l’ennesima volta, i soliti temini di tanta, troppa, cinematografia italiana, solo che stavolta, a guardarsi l’ombelico negli interni asfittici dei rapporti famigliari, è l’alta borghesia, come se questo bastasse a “nobilitare” la solita zuppa. Scene che si trascinano fino allo sfinimento dello spettatore quando non è necessario – vediamo praticamente tutte le curve delle stradine che portano all’appezzamento di terreno di Antonio – e momenti topici che si risolvono in cinque secondi – come la morte di Edo – rovinano del tutto l'economia narrativa mettendo ancor più in evidenza la banalità della trama e i buchi della storia. L’eleganza e il buon gusto spalmati senza ritegno servono proprio a produrre quell’impressione di, be’, eleganza e buon gusto che lo spettatore medio si aspetta: è lo chic come se lo immaginano gli straccioni, suppongo. Dopo i primi minuti mi è venuto persino il sospetto che Io sono l’amore fosse la seconda prova cinematografica di Tom Ford, tanto per dire quanto è vacuamente leccato questo film.

Insomma, si può fare un film brutto. Ma fare un film brutto che però è anche pretenzioso significa fare un film doppiamente brutto o, per citare il famoso Fantozzi, una cagata pazzesca. Mi sembra sia proprio il caso di questa pellicola di Luca Guadagnino. (E persino la colonna sonora è da ricalco, da pseudo-Philip Glass!).

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11 risposte a “Io sono l’amore”: polpettone con pretese

  1. rose ha detto:

    Ahahah, fantastico… se avevo avuto una vaga idea di andarci, l’hai stroncata (la frase su Cotroneo è da antologia). In effetti l’unico motivo per vedere il film che sento citato in giro è un certo vestito rosso indossato da Tilda Swinton… cosa sospetta. Ma neanche lei se la cava? È una delle mie attrici preferite, però in nome di personaggi controversi e maledetti fa anche dei film del cavolo.

  2. stefano ha detto:

    No, secondo me lei è brava e, con il suo fascino algido, bene adatta al personaggio della russa milanesizzata e imborghesita.

  3. fuchsia ha detto:

    Anche a me piace molto Tilda Swinton ma non so spiegarmi perché abbia scelto di produrre un film tanto demenziale.

  4. Commento senza leggere nulla a parte l’intro. Non so se andrò a vederlo, ma tu saresti capace di convincermi que no que no que no (e smettila!)
    Anche perché adoro Tilda Swinton (ADORO).
    E come libro “La Kryptonite nella Borsetta” di Cotroneo è bello.

  5. grancolauro ha detto:

    Ho visto il film ieri e oggi, cercando commenti sul web, mi sono imbattutto nella tua recensione: è la peggiore che ho letto in assoluto. Per carità, al peggio non c’è mai fine, e il film non è certo perfetto. Ma si tratta comunque di un film molto intenso e coraggioso, peccato tu non te ne sia accorto.

  6. stefano ha detto:

    “Intenso e coraggioso”: esplicita, articola, argomenta, invece di lasciare uno schizzo.

  7. Trovo il film bellissimo. E scrivo adesso che l’ho visto (anzi ho letto il post per intero solo ora: mi sembrava inopportuno farlo prima di andare al cinema).
    E’ uno dei film più milanesi che io abbia mai visto, e cita buon cinema (ossia classici: Pasolini, Visconti, Greenaway e Jarman) con una ritmica di racconto, invece, assolutamente originale.
    La dilatazione del tempo narrativo è molto interessante, e per me molto coinvolgente. Dà effetto straniante a un film sulle reticenze, l’ipocrisia, la negazione e il “rimando della vita” ossia il male di vivere in versione milanese.
    Mi ha ricordato -in versione romanzata- l’ambiente che Marina Spada tratteggia in “Poesia che mi guardi”, sulla vita della poetessa milanese Antonia Pozzi.
    Stilisticamente è poi ineccepibile: nella scelta dello stile anni ’30 per raccontare le origini di famiglie d’imprenditori che non hanno avuto vergogna di far affari con il regime fascisto. O nelle riprese delle città molto interessanti (con un paragone tra Londra e Milano che fa apparire più umana Londra!). O nella valorizzazione dei “tempi morti” (cieli, prati ecc) …tutto quello che in altri film sarebbe “fuori campo”, quasi a mettere in scena di cosa si riempiono le pause di una conversazione educata lombarda (citando in stile Jarman, e Tilda Swinton come coproduttore qualcosa significa). Oltretutto Tilda italo-russa è narrativamente più utile che italo-scozzese come avrebbe potuto risultare più prosicamente.
    E’ quel che Tom Ford avrebbe voluto fare, ma non è stato capace di fare. O Pappi Corsicato avrebbe voluto.
    E davvero, non capisco il perché di tanto livore stroncatorio: non è una lobotomia contro la volontà del paziente!

  8. Viola ha detto:

    Pessimo film, hai ragione su tutto. Tutto. Nessun coinvolgimento, personaggi senza alcuno spessore, sentimenti assenti, soprattutto quello del titolo!! La Swinton ama di più la domestica del cuoco.
    Eleganti sono gli ambienti, non il film. Delbono è pessimo, sembra straniero lui…gli altri sono da saggio di scuola di teatro.
    La Swinton è divina, ma secondo me sta recitando un altro film…con quella storia lei non c’entra nulla.
    Molto meglio Tom Ford…

  9. cecilia albertini ha detto:

    Hai scritto un’ottima e arguta recensione, dettagliata e hai sostenuto delle tesi convincenti ed efficaci. Se i registi e gli sceneggiatori (italiani) di oggi leggessero un po’ più di recensioni come la tua, forse si deciderebbero a cambiare qualcosa nel loro lavoro, o forse a cambiare proprio lavoro.
    ottimo il paragone con mine vaganti, un altro film davvero inutile, noioso, superficiale, banale e per nulla coinvolgente ma ovviamente sopravvalutato e lodato dal pubblico italiano. Mi piacerebbe tanto sapere perchè. Ma probabilmente è perchè c’era scamarcio che faceva il gay. BAH
    ciao!

  10. nicco ha detto:

    arrivo solo ora, mi ero letto stamani un elogio al regista sul fatto quotidiano e per curiosita’ ho visto il film. accidenti a me, sono daccordo al demila per cento!
    non hai commentato il personaggio indiano, quel coglionauta infarcito di banalita’ globalizzate. e’ il primo indiano che avrei ucciso, cosi’ , solo per le cazzate che diceva. ah, Mine Vaganti in confronto e’ un capolavoro.
    saluti!

  11. carla ha detto:

    sottoscrivo cento per cento mi sono molto divertita a leggere questa lunga ed esauriente recensione assai spiritosa e calzante;che mi conforta perchè mi sento sempre un pò interdetta quando un film(o libro) che non mi è piaciuto proprio per niente, come questo, piace ad altri o viene incensato dalla critica e sono contenta di trovare conferme. Anche a me non è piaciuto Mine Vaganti; bene anche per il coglionauta indiano ciao carla

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