“Dieci inverni” per la solita passione

Dieci-Inverni-3_mid Man mano che sullo schermo del cinema scorrevano le immagini di Dieci inverni, il film di Valerio Mieli con Isabella Ragonese e Michele Riondino, mi sono ritrovato a pensare, ancora una volta, a Denis De Rougemont, al suo L'amore e l'occidente e alla sua analisi dell'influenza, a partire dal tredicesimo secolo, del mito di Tristano e Isotta che, nella cultura e nella società occidentali, riveste un carattere fondativo della nostra concezione dell'amore e, soprattutto, di quella sua declinazione che è l'amore-passione. Dieci inverni – riflettevo – è soltanto l'ennesima versione, aggiornata e contemporanea forse, di un antico paradigma.

La passione, perché resti intensa e intatta, non deve realizzarsi: si nutre del continuo procrastinarsi del suo adempimento. E affinché non si realizzi devono esserci degli ostacoli che vi si frappongono. E quando oggettivamente mancano degli ostacoli è sufficiente inventarsene di soggettivi perché l'amore non venga "consumato", non si cali nella realtà quotidiana e non si "stabilizzi", consumando così tutta la potenzialità contenuta nella passione. De Rougemont fa notare, per esempio, che nel mito, anche quando Tristano e Isotta potrebbero davvero congiungersi perché sono soli nella foresta, è lo stesso Tristano che pone tra sé e l'amata una spada, simbolicamente ostacolo al realizzarsi del loro amore.

Riflettendo su tutto questo mi accorgo che è proprio il caso di Silvestro e Camilla – i due protagonisti del film di Mieli -, il cui "amore" copre un periodo di dieci anni, durante i quali i due né si fidanzano né "consumano" mai. E' proprio questa non-realizzazione che tiene accesa la fiaccola della passione, almeno da parte di Silvestro. Qual è l'ostacolo in questo caso? E' un ostacolo del tutto soggettivo: Camilla non vuole Silvestro, pur essendone attratta. E il suo rifiuto rinsalda ancora di più quest'ultimo nel suo desiderio: la sua persistenza deriva dal decennale rinvio della tanto agognata soddisfazione. Se invece Camilla si fosse concessa subito a lui, la prima notte, quasi certamente non ne sarebbe nata una passione tanto lunga – e non ci sarebbe stata narrazione. Per tornare ancora una volta a De Rougemont: il mito fondante di Tristano e Isotta sgocciola attraverso i secoli, si diluisce perdendo le sue connotazioni religiose e dà origine al romanzo, di cui è in qualche modo l'archetipo. E man mano che trascorre il tempo, il mito si banalizza e si volgarizza fino a diventare luogo comune da intrattenimento: Hollywood è lì a testimoniarlo. La passione ostacolata – e tale proprio perché ostacolata – diventa un frusto cliché che è difficile rianimare. A ritrovarselo nuovamente scodellato davanti, come se fosse la faccenda più importante della vita, diventa stucchevole e stanca lo spettatore.

L'ostacolo, che un tempo era quasi di natura metafisica, si è via via mondanizzato e il genere del romance – per usare il termine anglosassone che ben caratterizza il discendente profano del mito – è spesso diventato la storia di un "adulterio". L'ostacolo, infatti, si traduce (e si svilisce) né più né meno nell'impedimento rappresentato dal legittimo sposo di uno dei due amanti. Se così fosse stato anche per Dieci inverni, il film sarebbe stato ancora più insopportabile di quanto già non sia: non sarebbe stato soltanto l'ennesima esaltazione dell'amore-passione come se fosse il cardine intorno al quale ruota l'esistenza, che solo in questo modo diventa felice e sensata, bensì una delle innumerevoli storie piccolo-borghesi che infestano il cinema, soprattutto italiano.

De Rougemont evidenzia che l'amore-passione non può realizzarsi e che, in realtà, cela un desiderio di morte (ovvero il desiderio dell'annientamento delle due individualità coinvolte: la fusione non è altro che questo, diversamente dall' "amore coniugale" che è, per l'appunto, matrimonio e unione di due soggetti che mantengono ciascuno le proprie specificità). Se l'amore-passione si "realizza", allora cessa di essere tale e diventa "amore coniugale". Non a caso molte narrazioni cessano proprio sulla soglia di questo momento di passaggio – è la famosa frase che, recitando "e vissero felici e contenti", vela la vera prosecuzione del romance. Quello che accade dopo diventa "inenarrabile". La contraddizione odierna – scrive ancora De Rougemont – è di voler fondare l'amore coniugale sulla passione, fondendo così due realtà antitetiche.

Il finale ideale per una storia di passione sarebbe, dunque, un finale tragico: la morte degli eroi. Silvestro e Camilla, purtroppo, non muoiono e, dopo dieci anni, finiscono a letto insieme. Dopo che Camilla ha avuto altre relazioni (con un russo più vecchio di lei, con un amico di Silvestro da cui ha anche una figlia), ammette anche di fronte a sé stessa di desiderare Silvestro. L'ostacolo viene fatto cadere e, come da programma, la storia s'interrompe nel momento in cui il loro amore viene "consumato": oltre non è dato procedere, perché la quotidianità – se ci sarà la quotidianità di un amore realizzato – è irrappresentabile ricorrendo agli stilemi del genere prescelto.

Qualcuno potrà ritenere che la gabbia interpretativa da me usata per raccontare il film di Valerio Mieli sia eccessivamente rigida, ma a me è sembrato l'unico modo adeguato per affrontare l'irritazione sotto pelle che ho provato per tutta la durata della proiezione. Intendiamoci: il film non è orrendo – c'è di molto peggio in giro -, ma ricicla un tema (quello delineato più sopra) che già da un po' ha cominciato ad annoiarmi. Alla fine mi sono persino chiesto se la trama mi avrebbe ugualmente interessato se il protagonista maschile fosse stato qualcun altro: Michele Riondino è belloccio e attraente, ha un'aria simpatica e da solo mi è bastato a resistere per tutta la durata della storia. Certo, con un altro attore la mia attenzione non sarebbe stata altrettanto costante. Lei, invece, è intollerabile – ma mi riferisco più al personaggio che Isabella Ragonese interpreta che non all'attrice in sé -: smorfiosa, malmostosa, squilibrata, insofferente. C'è da stupirsi che Silvestro continui a scodinzolarle dietro per dieci anni come un cagnolino.

Non è malaccio l'ambientazione veneziana che, se non altro, non è del tutto scontata. In Dieci inverni ci sono squarci di una Venezia autunnale e malinconica, meno museale di quella che si offre agli occhi di uno spettatore casuale, e incredibilmente priva di quell'elemento che le è ormai consustanziale: i turisti. Quasi come se fosse una città vera. Il film è una co-produzione italo-russa e quindi non sono riuscito a sottrarmi al sospetto che le parti girate in Russia corrispondessero a un debito da saldare.

Lo consiglio? Sì e no. Sì, se non avete molto da fare e se volete vedere l'ennesimo film in cui alla fine, come motto, potrebbe campeggiare la scritta Amor vincit omnia. No, se vi irrita l'idea di vedere ancora esaltata la passione come elemento centrale e salvifico dell'esistenza umana e di assistere ai tradizionali tira-e-molla di due innamorati riottosi. O magari si finirà per commentare, come ha fatto lui: "io pensavo che si trattasse di una specie di Moccia con un titolo di studio in tasca".

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7 risposte a “Dieci inverni” per la solita passione

  1. sandra ha detto:

    forse è un commento un po’ troppo colto … per un filmetto non sgradevole, ma che a me ha suscitato solo una gran voglia di RIAVERE VENT’ANNI! comunque concordo soprattutto con il commento al personaggio di Camilla, decisamente non si capisce per che cosa il ragazzo rimanga così legato a lei, che è sempre imbronciata, di cattivo umore, senza luce. sarebbe da curioso scoprire perché il regista la veda così…

  2. GMR ha detto:

    Insomma, quel mio consiglio di lettura è stato per te quasi una svolta spirituale.

  3. Nicola ha detto:

    Suvvia, diamo a Cesare quel che è di Cesare!
    A me annoia già da un po’ questa caratteristica tutta italiana di non riuscire ad apprezzare mai pienamente ciò che è nostrano (politica, musica, cinema…).
    Dieci inverni è un film oggettivamente ben fatto (parlo di recitazione, sceneggiatura, regia, fotografia..) e personalmente mi ha pure appassionato un bel po’!

  4. Patrizio Tanzi ha detto:

    Non leggo gli altri commenti.
    Il mio è : alla scuola del Centro Cinematografico, insegnano dizione ?
    Se si, perchè si sentono decine di studenti veneti che parlano in romanesco?
    Se non insegnano, perche nel casting non sono stati cercati attori con una pronuncia più aderente alla location, parliamo di Venezia, non del Togo ( senza offesa).
    Abbiamo sentito parlare Vittorio Gassmann in milanese, ma nessuno è rimasto sconvolto.
    patrizio.tanzi@fastwebnet.it

  5. Patrizio Tanzi ha detto:

    Se i miei commenti sono moderati, perchè devono essere sottoposti a censura?

  6. Patrizio Tanzi ha detto:

    Forse l’Autore pensa di rispondermi personalmente ?

  7. stefano ha detto:

    Allora: l’ “Autore” non ha voglia di rispondere personalmente. Due: non sono costantemente davanti al computer per approvare i commenti in moderazione in tempo reale, ma li approvo quando accedo a internet. Se non vi accedo per X ore, per X ore non appaiono. Questo sia chiaro. E sia chiaro pure che questo tono lo trovo molto fastidioso. Chi viene a commentare qui è ospite in casa mia.
    Per il punto specifico, non l’ho scritto perché non volevo farla lunga, ma è vero: è assurdo far parlare con marcato accento romano gente di Padova.

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