Il nome e la cosa: il caso delle transessuali di Roma

"Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima" (Karl Kraus)

Non è stato abbastanza sottolineato, credo, l'atteggiamento di noncurante disprezzo e d'indifferenza con cui il mondo dell'informazione sta trattando la vicenda della morte di Brenda. Ancora oggi il Corriere della Sera usa continuamente il termine "trans" al maschile e, per di più, declina tutto al maschile: "il brasiliano", "uno dei migliori amici di Brenda", "lui stesso", "il collega" e così via. Ora posso anche capire uno scivolone occasionale – ma non mi dispiacerebbe pensare che gente abituata a usare la lingua (absit iniuria verbis!) dovrebbe essere in grado anche di sorvegliare e misurare le parole che mette nero su bianco -, mentre quello che non capisco è la perseveranza nell'errore. Una perseveranza che ha del comico, perché proprio un paio di giorni fa lo stesso Corriere della Sera ha pubblicato un'intervista con la sessuologa Alessandra Graziottin che, in modo assolutamente corretto, ha spiegato come stanno le cose: per le persone transessuali è meglio usare il genere "di destinazione", che loro stesse avvertono come quello che corrisponde alla loro intima natura e a cui approdano, spesso, non senza difficoltà e sofferenza. Si tratta, insomma, anche di una forma di rispetto per il loro vissuto: più che mai, in questo caso, nel "nome" c'è la "cosa" e negare il "nome" significa anche negare la "cosa". Encomiabile quindi l'intervento del Corriere, probabilmente reso edotto dalle proteste di qualche lettore. So per certo che la redazione milanese è stata informata. Oggi, due giorni dopo, è ripresa però la vecchia abitudine alla sciatteria linguistica e all'indifferenza per i destini delle persone coinvolte. Noto che tutti i giornalisti che firmano i pezzi odierni appartengono alla redazione romana: è uno dei casi in cui la mano destra non sa quello che fa la sinistra? E se domani cominciassimo a usare indifferentemente i termini "giornalaio" e "giornalista" perché, insomma, in fin dei conti tutt'e due contengono la radice "giornale", ribattendo che non occorre andare tanto per il sottile?

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5 risposte a Il nome e la cosa: il caso delle transessuali di Roma

  1. Onan ha detto:

    Un uomo politico informato sul punto ha perseverato assai, spacciando il fatto per libertà di pensiero: io lo chiamo come voglio il trans, non lo voglio considerare donna. Ovvero lo voglio considerare una grottesca ma(s)cchietta.

  2. TuttoFaMedia ha detto:

    ci sto, ma poi mi sa che si offendono i giornalai!

  3. è il buco nero dell’Italia.
    è necessario non riuscire a parlarne, e meno che meno è possibile farlo con rispetto e misura.
    arriveremmo ad ammettere che siamo uno dei paesi più sessualmente disturbati del mondo.

  4. aelred ha detto:

    è una vergogna, sì
    non possiamo fare altro che provare a diffondere l’uso corretto – e rispettoso delle persone.
    Il Sole 24ore ha scomodato persino DeMauro per farsi dare la stessa risposta della Graziottin.
    specie al Corriere, comunque, sono un po’ perseveranti nell’errore…

  5. d. ha detto:

    Condivido pienamente, il punto è che al maschio medio italiano, vedi la maggior parte dei giornalai nostrani, deve dare un certo “frill” da trasgressione cattolica questa cosa di usare un maschile al posto di un femminile… eppure quando ci vanno con una trans sono sicuro che per rivolgersi a lei il femminile lo usano eccome, altrimenti sai quante botte…!
    da una lettera su Repubblica segnalo:
    […] per i dubbi linguistici relativi al femminile, esiste un ottimo strumento: Il genere femminile nell’Italiano di oggi: la norma e l’uso, realizzato da Cecilia Robustelli, docente di Linguistica Italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, su incarico della Direzione Generale per la Traduzione della Commissione Europea nel 2007
    http://linguista.blogautore.repubblica.it/2009/06/08/il-sessismo-linguistico-un-contributo-collettivo-al-dibattito/

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