Polemiche sul suicidio assistito

Downes Non so se la notizia sia arrivata in Italia, ma quand'ero in Inghilterra ha provocato un certo scalpore il duplice suicidio assistito, avvenuto a Zurigo con l'aiuto dell'associazione svizzera Dignitas, del direttore d'orchestra Sir Edward Downes, 85 anni, e della moglie Joan, ex ballerina, 74 anni. Quest'ultima era malata di cancro terminale, mentre lui – pur non essendo tecnicamente un malato terminale – stava quasi diventando cieco e sordo e avvertiva sempre di più il peso dell'età che non gli consentiva più di fare quello che aveva fatto fino ad allora. A colpire l'immaginazione dei giornali inglesi, inoltre, è stato anche l'aspetto "romantico" della cosa, se così si può dire: Joan Downes sarebbe certamente morta e Sir Edward non era disposto a continuare a vivere senza di lei, dopo oltre cinquant'anni di matrimonio e di vita condivisa. In ogni caso, questo evento ha suscitato un vivace dibattito sull'opportunità di legalizzare l'eutanasia o, quanto meno, di depenalizzare il suicidio assistito, che ora è illegale nel Regno Unito. Chi ha i mezzi finanziari per farlo, infatti, va in Svizzera o altrove e si fa aiutare da organizzazioni come Dignitas, mentre chi non li ha deve rinunciare a queste "scappatoie". Un editorialista del Times, di cui purtroppo non ricordo il nome, ha scritto un fondo criticando la decisione dei due e sostenendo che, in realtà, in questo caso non era affatto opportuna l'assistenza al suicidio perché secondo lui loro erano soltanto affetti dai normali acciacchi dell'età, che avrebbero potuto sopportare senza fare tante storie. Per quanto mi riguarda provo il massimo disprezzo per un'affermazione del genere. Il punto è un altro: chi può giudicare se una vita sia degna di essere vissuta se non chi la vive in prima persona? Non esistono criteri oggettivi che stabiliscono quando sia opportuno o meno suicidarsi, non esiste un'unità di misura per determinare al di là di quale soglia la sofferenza – fisica o psichica – diventi insopportabile e renda intollerabile l'esistenza. Solo chi prova in prima persona il proprio dolore può dire l'ultima parola. E se l'ultima parola consiste nella scelta di porre fine alla propria vita, allora quest'ultima parola dovrà essere rispettata. Dall'esterno è fin troppo facile minimizzare il dolore degli altri  (che, come cantava qualcuno, è sempre "dolore a metà") e chieder a chi soffre di stringere i denti perché, tutto sommato, il suo dolore non è niente di speciale. Oltretutto c'è anche qualcosa di paradossale – e di involontariamente grottesco – in questa esaltazione della vita allungata come un chewing-gum troppo masticato quando qualche pagina più in là, nello stesso giornale, si legge la notizia che in futuro il governo britannico potrebbe costringere i suoi cittadini a un prelievo di ventimila sterline al momento del pensionamento – a meno che non siano indigenti – per assicurare loro durante la vecchiaia un'assistenza sanitaria che si fa sempre più costosa. Sembra quasi un'irrisione: non vi permettiamo di uccidervi, vi costringiamo a vivere controvoglia e, per di più, vi rapiniamo anche.
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2 risposte a Polemiche sul suicidio assistito

  1. Yoshi ha detto:

    “Dall’esterno è fin troppo facile minimizzare il dolore degli altri (che, come cantava qualcuno, è sempre “dolore a metà”) e chieder a chi soffre di stringere i denti perché, tutto sommato, il suo dolore non è niente di speciale.”
    hai perfettamente ragione.
    mio padre ha seri problemi agli occhi. ora le cose stanno migliorando ma quando andava male continuava a ripetere che se fosse diventato cieco si sarebbe suicidato. io lì per lì gli dicevo di non dire puttanate che si può vivere benissimo anche senza vederci, ora però a mente fredda capisco che dovrebbe far parte del suo diritto di autodeterminazione. ovvio che per un figlio è una cosa tremenda e ovvio che farei di tutto per dissuaderlo; però ho imparato che minimizzare il dolore altrui è una cosa orribile

  2. Onan ha detto:

    E poi uno si aspetta che in Inghilterra di queste cose si discuta civilmente: “sopportare senza fare storie gli acciacchi dell’età”, come se la vecchiaia fosse per tutti la stessa cosa: poveri e ricchi, accuditi ed abbandonati, sereni e depressi.
    Comunque sono d’accordo con tutto quello che hai scritto.

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