Ottava tappa: Oxford

Il mio Grand Tour inglese doveva terminare con un climax, con una sorta di "premio" per le fatiche compiute fino ad allora. Quindi l'ultima settimana l'ho passata a Londra. Ho fatto così perché so benissimo che se l'avessi cominciato da Londra, poi non avrei avuto la forza di staccarmene per andare altrove, se non molto a malincuore. Ma dopo Bournemouth e prima di Londra ho fatto tappa a Oxford. Oxford e non Cambridge che pure, dicono, sarebbe più bella perché quest'ultima l'ho visitata già qualche anno fa.
Stavolta l'albergo è in George Street, praticamente davanti alla stazione, e in tutto questo viaggio è la prima stanza senza bagno, ma ha il vantaggio di essere enorme perché è una tripla. Deposito i bagagli ed esco subito a esplorare la città. Sono sorpreso da quanto è animata. Se a Bournemouth mi ero lamentato per l'invasione dei ragazzini che studiano inglese nei corsi estivi, qui la situazione è cento volte peggio. Nella strada pedonale principale, Cornmarket Street, la ressa è tale che si fa fatica a muoversi. Ho la sensazione di avere messo il piede in una colonia di formiche impazzite.

Il problema di quando si sta un giorno solo in una città inglese è che bisogna fare una scelta su che cosa vedere: mi riferisco a musei e cose del genere. Infatti, nonostante la liberalizzazione in tutti gli altri settori – anche a Oxford, di sabato, i negozi sono aperti fino alle sette di sera, cosa che forse un po' di anni fa era impensabile in Inghilterra -, i musei chiudono quasi sempre alle cinque di pomeriggio. L'unica visita completa che faccio è quindi al celebre Christ Church College. Entro da St. Aldgate's street e quando mi trovo nei giardini, davanti all'ingresso del College vero e proprio, inorridisco per la coda. Anzi, per le code, che sono due: una per i gruppi più numerosi e una per i gruppi più piccoli. Non sono previste code per i singoli. Ma ormai sono lì e resisto alla tentazione di fuggire. Anche in questo caso, ovviamente, sono quasi tutti ragazzini e la stragrande maggioranza parla o italiano o spagnolo, formando grandi gruppi compatti e chiusi. Mi domando quando mai impareranno l'inglese (risposta: mai) se anche in Inghilterra se ne stanno sempre tra di loro e parlano la loro lingua. Solo dopo capisco l'altro motivo di tanta ressa: non è solo per via della fama dell'università di Oxford, ma è anche perché lì – a quanto ho letto – ci hanno girato alcune scene dei film di Harry Potter (e in città, tra l'altro, c'è già chi organizza delle passeggiate sulle orme del "maghetto"). Visito il cortile maggiore – dove stanno facendo delle fotografie per un matrimonio e dove, poco dopo, vengono fotografati anche due neolaureati dell'università – e quello minore, dove gli unici a salire sulle aiuole nell'area non accessibile ai visitatori sono dei gruppetti di ragazzini schiamazzanti, veneti, che si fanno richiamare e scacciare dal guardiano.

Il resto della città la visito "dall'esterno", camminando, ed è un po' come visitare un museo a cielo aperto. Ci sono effettivamente gli edifici e le strade di ciottoli che uno si aspetta dall'Inghilterra. Con l'occhio interiore cerco di cancellare dalla mia visuale tutti i turisti che la infestano, provo a immaginarmela nuda, fatta di sola pietra, e a tratti mi pare di coglierne la suggestività. Entro solo nella University Church of St. Mary the Virgin, poi mi dirigo all'Ashmolean Museum, il più antico museo pubblico di tutta l'Inghilterra, ma lo trovo attualmente chiuso per lavori di ristrutturazione fino a novembre. Da lì vado a vedere il "bridge of sighs" – una copia del Ponte dei sospiri di Venezia -, la Bodleian Library (dove entro nel cortile), lo Sheldonian Theatre – chiuso perché nel cortile stanno facendo le fotografie ufficiali ai neolaureati -, l'All Souls College (chiuso, ma riesco a sbirciare e a fare una fotografia attraverso le sbarre del cancello), il Magdalen College.

Non resisto poi alla tentazione di fare un salto da Blackwell's, che la mia guida segnala come una libreria dove "troverete tutto quello che cercate". Siccome mi sembra un'affermazione alquanto ambiziosa, voglio verificare di persona. Non compro niente, anche se mi prudono le mani, ma effettivamente almeno nella sezione di saggistica ci sono libri meno ovvi di quelli che si trovano nelle Waterstone's o, peggio ancora, nelle Borders delle città in cui sono stato fino a quel momento. Mentre sto curiosando i libri di poesia mi si avvicina un ragazzo riccioluto che mi chiede se me ne intendo e se posso consigliargli qualcosa. Resto abbastanza sorpreso e, imbarazzato, gli dico che, be', insomma, è una richiesta un po' vaga. Lui che cosa preferisce? Qualcosa di più "romantico" – vorrei dire "sentimentalistico" o "patetico", ma mi trattengo, e se glielo chiedo è perché mi ha citato Shelley che, a dire il vero, oggi non leggono più in molti – o qualcosa di più "intellettuale"? Bofonchio qualcosa su Elliott, Auden, Donne. Indico una raccolta di Betjeman, gli dico che è molto leggibile e amato dagli inglesi. E alla fine gli chiedo di dov'è. Dall'accento avrei detto che fosse spagnolo e invece no, mi rivela che è olandese, di Amsterdam, così mi diverto a fare lo sbruffone e a parlargli un po' in olandese, lasciandolo esterreffatto. Naturalmente per un po' penso che sia tutto un pretesto per "abbordarmi", ma poi mi rendo conto che non è così – e sarebbe davvero la prima volta – e vedo che i libri li compra davvero. (Del resto, in queste vacanze, è già la seconda volta che vengo usato come "consulente librario": la prima volta è stato a Bournemouth, dove un ragazzino spagnolo, vedendomi davanti a uno scaffale di romanzi di Stephen King, mi ha chiesto quale gli consigliassi.)

Il giorno dopo, domenica, mi sveglio di buon'ora. Non sarebbe nemmeno il caso di dirlo, perché durante queste settimane mi sono sempre svegliato ai primi chiarori, il che spesso significava aprire gli occhi alle quattro o alle cinque, per poi dormicchiare ancora un po' e alzarmi infine alle sei e mezzo o comunque prima delle sette. Dopo colazione vado alla stazione: piove e tira vento. Salgo sul treno per Londra che, dopo qualche minuto, viene preso all'arrembaggio dalle solite orde dei soliti studentelli d'inglesi in gita a Londra. Uno di loro, con marcato accento romano, sbotta: "Ma che è? Ci hanno pisciato su 'sto treno?". Il treno è più che decoroso, sicuramente di gran lunga più decente di qualsiasi cosa viaggi sui binari in Italia, figuriamoci poi sulle linee regionali in Lazio, ma tant'è. Faccio un'ora e quaranta di viaggio (seduto, per fortuna) in un vagone strapieno, dove una ragazza tossisce tutto il tempo (la suina, penso: adesso me la becco), un bambino non smette di frignare. E quando sto per uscire vedo che nell'altra parte dello scompartimento qualcuno ha vomitato su un paio di zaini buttati a terra. Sono alla stazione di Paddington. Non riesco a trattenere un sorriso e un'emozione. Welcome to London again, mi dico. E sento che il sangue mi scorre più veloce nelle vene.

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9 risposte a Ottava tappa: Oxford

  1. Totentanz ha detto:

    Quasi vent’anni (avevo 14 anni) fa ho fatto anche io la classica vacanza studio proprio a Oxford. Confermo: tre settimane caratterizzate da zero progressi in Inglese.

  2. ls ha detto:

    E’ molto interessante: evidentemente hai un modo di fare, un’aura, qualcosa che invoglia le persone a prenderti per consulente di letture. Bellissimo! Quando ti stufi dell’attuale lavoro puoi sempre provare a fare il commesso in libreria 🙂 (non ti sto prendendo in giro, a me sarebbe piaciuto!)
    Be’, immagino che quando leggerai ci starà bene un “welcome back!”

  3. stefano ha detto:

    @ totentanz: e infatti hai dovuto recuperare a londra 😉
    @ ls: be’, in realtà io dei colloqui e delle prove le avevo fatte da Feltrinelli, nel lontano 1997, senza risultato però.
    sono tornato. ora non mi limiterò più ad approvare i commenti, ma spero anche di rispondere qualcosa, di tanto in tanto 🙂

  4. ls ha detto:

    ahah! be’, allora tiro fuori anche i miei altarini: anche io ho fatto un colloquio per commessa alla feltrinelli, ricordo di essere andata alla sede di via manzoni (abitavo a milano, doveva essere il 2001 0 2002), ma di sicuro mi ha segato l’accademicismo di cui ero nobilmente pervasa, ovvero non sapevo niente di niente di cosa si pubblicava ed ero rimasta un po’ indietro con i consigli di lettura ( 😀 😀 ora rido, ora)

  5. Onan ha detto:

    Qual’è la differenza tra un commesso Feltrinelli ed un raccoglitore di pomodori a Cerignola? Che le casse il primo le sposta al chiuso, ed in più deve anche spolverare il contenuto!

  6. ls ha detto:

    Boh, onan, ma evidentemente chi fa i colloqui la pensa in modo diverso 😥 Dici che magari se la tirano un po’…?!

  7. avi ha detto:

    Sono la solita maestrina, ma la strada principale si chiama Corn Market (senza street) e il collegio più famoso e più grande di Oxford si chiama Christ Church senza college (solecismo molto diffuso).
    La prossima volta però Feltrinelli ti pubblicherà un libro dei resoconti dei tuoi viaggi. Proponiti !!!

  8. Onan ha detto:

    No, dico che è un lavoro da somari più che da amanti di libri, considerando che è un lavoro in catena (di negozi). Intendevo dire che la maggior parte del lavoro è un perenne spostamento di pile tutte uguali di libri. Non c’è alcun tipo di giudizio su chi lo fa, anzi (io avevo chiesto di fare un colloquio, ma mi hanno scartato ancora prima di farmelo, il colloquio).

  9. stefano ha detto:

    Correggo Christ Church, ma lascio Cornmarket St., perché così è indicato sulle cartine e sulla targa stradale a Oxford.

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