Settima tappa: Bournemouth (e Poole)

Io avevo un po' idealizzato le localita' di mare in Inghilterra e me le immaginavo come dei posti tranquilli, un po' sonnacchiosi, con case bianche in stile giorgiano. Una roba un po' da vecchi signori, insomma. Brighton l'avevo gia' vista anni fa, un paio di volte, cosi' ho pensato di puntare su Bournemouth, dove sono rimasto tre notti. Troppe, forse, considerando che l'ultimo giorno ho avuto tempo pessimo. In ogni caso, dopo tutto il trottare dei giorni precedenti, non e' stato neanche male riposarsi tre giorni "al mare". Per una coincidenza sono finito in un albergo "gay", senza averlo espressamente cercato, ma e' stata una piacevole sorpresa trovare la bandierina arcobaleno all'ingresso e una copia della piccola guida dei locali gay della citta'. Poi poco importa che, in realta', gli ospiti dell'albergo fossero solo coppie etero di mezza eta': anche questo dimostra l'apertura della societa' inglese e i passi in avanti che sono stati fatti qui da una quindicina d'anni a questa parte. L'albergo si chiama Claremont, in St. Michael's Street: anche in questa circostanza, vale la pena menzionarlo per chi volesse andarci. Grande gentilezza da parte dei gestori e, soprattutto, un'ottima colazione. E poi a me piaceva in particolare svegliarmi sentendo il rumore dei gabbiani.

Da fare, a Bournemouth, non c'e' molto, se non passeggiare sul lungomare – e la citta' viene pubblicizzata anche per le sue sette miglia di lungomare -, andare a fare un giro sul molo, il "pier", forse meno famoso di quello di Brighton, guardare i surfisti – o quelli che tentano di fare surf, perche' io li ho visti piu' galleggiare abbracciando la tavola che non cavalcare le onde. Dal mare si puo' risalire in citta', il cui centro urbano e' piu' in alto rispetto alla spiaggia, attraverso i bei giardini che approdano sulla animata piazza centrale, chiamata concisamente "the Square". Nelle zone pedonali del centro spira ancora una certa aria di grandezza vittoriana, ma ormai e' il turismo di massa a predominare. Qui faccio la conoscenza, per la prima volta, con quella forma di turismo particolare che sono i corsi di lingua per adolescenti. Bournemouth, infatti, e' invasa da orde di ragazzini, italiani e spagnoli per lo piu', che buttano i soldi di mamma e papa' per un corso d'inglese in certe scuole molto pubblicizzate anche in Italia, senza imparare quasi nulla perche' poi si muovono solo in branchi rigorosamente mononazionali, continuando a parlare la loro lingua madre.

Attaccata a Bournemouth c'e' Poole, dove faccio un'escursione di una mezza giornata: la si raggiunge comodamente con un autobus urbano. In realta' le due citta' formano un unico grande agglomerato urbano con poco piu' di trecentomila abitanti. La prima impressione e' abbastanza agghiacciante: la stazione degli autobus e' dietro all'orribile centro commerciale "Dolphin", in mezzo a un deserto di costruzioni in cemento armato in stile anni settanta. Ma poi, se si ha la pazienza di attraversare il centro commerciale, si sbuca nella High Street vecchia e il sapore e' piu' da citta' marina di villeggiatura. Ci sono persino delle bancarelle al centro della strada. Percorrendola fino in fondo si arriva al quay, il vecchio porticciolo, e alla old town. Che le due citta' sono letteralmente attaccate me accorgo anche l'ultima mattina quando, con un tempo da tempesta incombente, "misuro a passi lenti" il lungomare di Bournemouth e, con il sottofondo delle onde, arrivo praticamente fino a Poole.

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