La cipolla, il tempo e l’abitudine

Sono come una cipolla che il tempo e l'abitudine sfogliano, strato dopo strato, prima di arrivare alla parte centrale. Lo sono senz'altro in rapporto agli altri. Gli strati esterni sono quelli delle aspettative altrui – o di quelle che io penso siano le aspettative altrui -, delle mie esitazioni e dei miei timori nei loro confronti. Non sono una persona da colpi di fulmine, né in amore né in amicizia. Se il colpo di fulmine inevitabilmente accade, allora quello che mando avanti è il fantasma di me, una mia versione antologica di cui però sono dolorosamente consapevole. L'annullamento del fattore tempo acuisce le mie difese, che si allentano solo con l'abitudine. Non riesco a essere spontaneo e a non pensare all' "effetto che faccio" se nel rapporto tra me e l'altro non si è inserito il saggio cuneo dei giorni, dei mesi o degli anni. Altrimenti non sono tranquillo e mi sembra anzi di essere un animale che deve stare all'erta pronto a scattare in caso di pericolo.

Nel tardo pomeriggio di domenica scorsa sono andato a casa di M.S., che ormai conosco da dieci anni e che, per più di cinque anni, è stato il mio fidanzato ufficiale. Le conto sulle dita di una mano le persone che mi conoscono bene quanto lui. Mi sono fatto tagliare i capelli: di solito faccio da solo, con una macchinetta elettrica, ma i risultati non sono mai soddisfacenti. Stavolta ho chiesto a lui di farlo. Poi abbiamo guardato un film in dvd, niente di impegnativo, mentre lui terminava di stirare le sue cose. Infine abbiamo cenato a un mediocre ristorante cinese dietro casa sua che ancora non conoscevamo. Durante quelle ore passate con lui sono stato sempre presente. Non so in che altro modo esprimere la sensazione che ho provato – e che, tra l'altro, sono riuscito a formulare solo successivamente, quando non ero più con lui e quando, anzi, la giornata me l'ero già lasciata alle spalle da un po'. E' stato come se, non dovendo più dimostrare nulla né a lui né a me stesso, io fossi completamente rilassato, libero di essere come sono senza nemmeno pormi il problema di essere come sono. Lo ero e basta. Da lui non mi aspettavo nulla, ma non aspettavo nulla nemmeno da me stesso. Non mi ponevo il problema di comportarmi in un modo o nell'altro. Era davvero come se la cipolla si fosse spogliata di tutti i suoi strati superflui lasciando esposta quella parte di me che, dopo tutto quel tempo e grazie all'abitudine, non c'è bisogno di truccare o nascondere, bella o brutta che sia. Per una volta la mia mente non fuggiva in altri luoghi o in altri tempi. Per una volta non ero un animale braccato, ma ero semplicemente io, dentro quel tempo lì, unico e puro. Mi sono sentito vivo.

Essere vivi alla presenza degli altri è essere lì, calati nel proprio tempo, senza avvertire l'oscuro bisogno di mettere in scena una qualche versione riveduta e corretta di se stessi, senza armatura e senza la tentazione di rifugiarsi in qualche altrove. Ma perché questo sia possibile, occorre lasciare che il tempo agisca e sbucci la cipolla.

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3 risposte a La cipolla, il tempo e l’abitudine

  1. marco ha detto:

    immagino che tu abbia letto “Sbucciando la cipolla”, a proposito (l’autobiografia di G. Grass)

  2. neurobi ha detto:

    A me, la meditazione buddista, al di là delle non necessarie implicazioni filosofiche e religiose, ha insegnato questo, prima di tutto: essere presente e consapevole esattamente dove sono e quando ci sono, ed esserlo senza maschere, sovrastrutture e strati di cipolla (che poi potremo usare per un’ottima frittata 😉 )
    Non è solo alla presenza degli altri che bisogna essere così, Stefano, ma soprattutto alla difficile presenza di se stessi.
    Prendilo come un consiglio da amico 🙂

  3. Roberto ha detto:

    E’ terribile l’immagine di sentirsi il più delle volte un animale braccato alla presenza degli altri. Ma è esattamente quel che mi sento anch’io; e non ho nemmeno un ex-fidanzato che mi conosce da più di dieci anni con cui andare tranquillo al cinese qualche volta.

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