Quale riforma universitaria? Un saggio di Roberto Perotti

L'università italiana è in subbuglio per l'ennesima "riforma" proposta dall'attuale ministro berlusconiano, Mariastella Gelmini. Quale migliore lettura, in questo frangente, di L'università truccata di Roberto Perotti, che del sistema universitario fa un esame impietoso? Io l'ho letto un paio di settimane fa, prima che scoppiassero proteste, polemiche e prima ancora che il Caimano suggerisse le sue sbrigative soluzioni, secondo il motto "Più manganelli per tutti", per ammansire gli animi degli studenti furiosi.

Dopo una descrizione abbastanza dettagliata di casi venuti anche alla ribalta della cronaca – come quello, per esempio, dell'Università di Bari con una serie di docenti imparentati tra loro o quello di concorsi pubblici vinti da emeriti signori nessuno, senza alcuna pubblicazione -, Perotti sostiene che il problema centrale dell'università italiana non è, come si usa dire solitamente, la mancanza di risorse. Le risorse, dati alla mano, ci sono e la spesa per studente attivo è in linea con quella di altri paesi in cui l'università funziona meglio, come la Gran Bretagna. Il problema è piuttosto il modo in cui queste risorse vengono "allocate" (tanto per usare un termine burocratico). Certo, la soluzione non è sicuramente tagliare gli investimenti nell'università, ma non è nemmeno aumentarle mantenendo il sistema così com'è. In quest'ultimo caso – sostiene Perotti – sarebbe invece molto probabile che, lungi dallo scomparire, certi fenomeni dell'università italiana come il nepotismo, le baronie, le cordate per favorire i protetti dell'ordinario di turno, risulterebbero "premiati", ripetendosi in eterno. E la soluzione non è nemmeno nella sostituzione del denaro pubblico attraverso il denaro privato. Su questo punto Perotti è molto chiaro: l'università può funzionare con i finanziamenti pubblici – ed è per questo che i confronti più frequenti vengono fatti con un sistema universtario, quello britannico, in larga maggioranza finanziato pubblicamente – e può funzionare bene purché la distribuzione dei finanziamenti avvenga in modo diverso. Perché questo avvenga non bastano dei richiami all'etica, ma serve una sorta di rivoluzione copernicana, riassumibile in un principio fondamentale: "le risorse seguano la qualità". Secondo Perotti, infatti, i finanziamenti dovrebbero essere commisurati ai risultati conseguiti dalle singole università. E non solo: affinché queste risorse non vadano sprecate non devono nemmeno essere date alle singole università, ma all'interno di queste alle facoltà e ai dipartimenti che hanno dimostrato di essere maggiormente efficienti: "non solo le risorse a disposizione degli atenei migliori devono aumentare, ma anche quelle a disposizione degli atenei peggiori devono diminuire". Natuaralmente i criteri e gli obiettivi devono essere chiari e misurabili, non fumosi e vaghi come accade ora. Finora, infatti, la valutazione dei docenti è stata molto restia ai meccanisci della peer review e a criteri bibliometrici, consistenti "nel calcolare indici di quantità come il numero medio di pubblicazioni prodotte da un ateneo o un paese, o indici di qualità come il numero medio di citazioni ricevute da queste pubblicazioni". Allo stesso modo dovrebbe essere possibile far dipendere la retribuzione dei docenti dal lavoro di ricerca (o, eventualmente, dell'insegnamento puro, se una certa università decide di avere una vocazione più didattica) che essi svolgono: oggi come oggi, infatti, il reddito dipende dalla variabile più ingiusta di tutte, cioè l'anzianità. "In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell'università, cioè i più giovani e motivati, ma c'è una progressione stipendiale velocissima e per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. […] In altre parole: si spendono molte risorse per premiare esclusivamente l'anzianità di servizio". Tutti sono bravi a invecchiare, insomma, ma non tutti sono altrettanto bravi a fare ricerca o a insegnare.

Finché infatti le singole università e i singoli baroni non subiscono le conseguenze di scelte sbagliate (o, addirittura, volutamente criminose, come quando vengono sistemati parenti e amici solo perché tali), perdendo finanziamenti e studenti, non saranno certamente stimolati a migliorare né la didattica né l'attività di ricerca. A questo punto, però, dovrebbe essere possibile anche abolire i concorsi pubblici e consentire alle singole università di "cooptare" i migliori professori possibili, attirare a sé i migliori cervelli che vogliono dedicarsi alla ricerca. Naturalmente permetterlo ora, prima di cambiare le regole, vorrebbe dire spalancare le porte ai peggiori clientelismi – proprio perché i "baroni" universitari non pagherebbero le conseguenze delle loro scelte. Infatti, "la cooptazione funziona in un sistema in cui risorse seguono la qualità, perché ciò assicura che ogni gruppo abbia gli incentivi giusti a chiamare i migliori. Nel sistema italiano attuale abolire i concorsi e tornare alla cooptazione sarebbe invece una ricetta per un disastro sicuro: per quanto spesso perordinati, oggi i concorsi impongono un minimo di vincoli e inibizioni; abolirli significherebbe daro mano libera ai gruppi di potere per fare quello che vogliono sempre e comunque, senza subire alcuna conseguenza".

Una delle proposte destinate a far discutere è l'aumento delle tasse universitarie. Perotti lo sa e fornisce una serie di argomenti per giustificarla. In primo luogo – scrive – oggi l'università è a basso costo per tutti solo in apparenza, perché in realtà il suo costo reale è molto maggiore, con la differenza che chi potrebbe permettersi di pagarla interamente se la vede finanziata anche con le imposte dei ceti meno ricchi, arrivando all'assurdo che i "poveri" pagano l'università ai ricchi. Aumentando le tasse universitarie, invece, chi ha più disponibilità economiche la pagherebbe interamente, consentendo così l'istituzione di un sistema di borse di studio o di "prestiti d'onore condizionati al reddito" per chi, invece, non potrebbe permettersela. Consapevole delle obiezioni (per esempio: non sarebbe solo il costo dell'università a frenare i meno abbienti, ma anche, per esempio, quello dell'alloggio o il costo della vita tout court), Perotti sostiene che questi sussidi dovrebbero essere erogati anche per le spese accessorie. Sovvenzionando la costruzione di alloggi universitari si permetterebbe oltretutto una maggior mobilità degli studenti, che in Italia è tra le più basse del mondo occidentale. L'effetto, in sostanza, sarebbe questo, secondo Perotti: un aumento delle tasse universitarie spingerebbe gli studenti e le loro famiglie a scegliere quelle università la cui offerta giustifica un certo costo. Le università, a loro volta, potrebbero aumentare le tasse solo se la loro offerta didattica e se i risultati sono di un certo livello, pena la perdita degli studenti o, in casi estremi, anche la scomparsa – il che non sarebbe poi una gran perdita per quelle università create solo per accontentare i politici o le clientele locali. Automaticamente, quindi, si formerebbero diversi tipi di università e ognuno potrebbe scegliere la propria non in base alla maggiore o minore vicinanza al luogo di residenza, ma in base all'offerta formativa.

Tra i vari problemi che affliggono l'università italiana, infatti, c'è – secondo Perotti – il non voler riconoscere che le università di "eccellenza" dovrebbero essere, di necessità, in numero limitato. Per fare un paragone, nessuno negli Stati Uniti si scandalizza se, dopo aver deciso di studiare alla Oklahoma State University, si rende conto che non è allo stesso livello qualitativo di Harvard. Un tentativo in tal senso fu fatto in Italia con l'introduzione della nuova organizzazione 3+2: l'idea originaria era che alcune università avrebbero richiesto l'attivazione della laurea specialistica, diventando così – nei fatti – "università di eccellenza". Quello che invece è avvenuto è che tutte le università hanno attivato tali lauree con l'autorizzazione del ministero, vanificando così l'intento della riforma e favorendo invece la proliferazione di corsi di laurea e atenei. (Perotti fa notare, per esempio, che nel 2006 erano solo sei atenei a non avere attivato le lauree specialistiche: "tre atenei di nuova formazione e tre atenei telematici").

Visto che se ne sta parlando in questi giorni accennerò anche a quello che Perotti scrive riguardo all'idea di trasformare alcuni atenei in "fondazioni universitarie". Perotti fa il paragone con le fondazioni bancarie che, a loro tempo, furono introdotte per "staccare il mondo delle casse di risparmio dal settore pubblico, renderle un po' più 'private'". Il risultato, invece, è stato quello di favorire il sottobosco politico e l'assegnazione di relative prebende. "Le fondazioni universitarie corrono gli stessi rischi: chi le governa? che rapporto hanno con l'ateneo? e con il potere politico locale? E' difficile immaginare come l'aggiungere un ulteriore strato di organi decisionali, che attireranno inevitabilmente sciami di politici e notabili locali, possa servire a migliorare la situazione". Il provvedimento del ministro Gelmini, quindi, "lascia perplessi" e il suo unico risultato – se venisse davvero adottato – sarebbe di "aggiungere un ulteriore livello di burocrazia, e di offrire un'ulteriore opportunità di ingerenza ai politici e ai notabili locali". E, una volta creata questa appetibile fonte di prebende, sarà difficile, nel caso in cui non funzionassero e non aumentassero l'efficienza del sistema, abolirle.

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Una risposta a Quale riforma universitaria? Un saggio di Roberto Perotti

  1. P@ola ha detto:

    Ciao,
    mi sono permessa di citarti, per intero
    :
    http://tusitala.blog.kataweb.it/2008/10/27/l-universita-truccata/#comments
    :
    Qualora tu non fossi d’accordo sarò pronta a modificare o a togliere l’inserimento
    Ciao
    P@ola

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