Leonard Cohen, Auditorium Parco della Musica, Roma

Tourposter2 Leonard Cohen potrebbe permettersi di tutto, perché è un mostro sacro. All’età di settantaquattro anni ha ormai un posto assicurato non solo nella storia della musica del ventesimo secolo, ma anche nelle antologie e nella storia della letteratura. Potrebbe, per esempio, fare le bizze, come fanno certi pivellini che sono riusciti a piazzare un album ai primi posti delle classifiche. Invece, ieri sera nella Cavea dell’Auditorium della Musica di Roma, Leonard Cohen si presenta alle nove spaccate sul palcoscenico, senza quarti d’ora accademici, senza moine da star. Anzi, il pubblico non è ancora del tutto affluito che lui già comincia a cantare e intona le prime note di Dance Me to the End of Love. Lo stesso atteggiamento di rispetto e professionalità lo mantiene per tutto il concerto: tre ore di musica, con una pausa di venti minuti, per ventiquattro brani eseguiti. La folla – che alla fine si assiepa intorno al palco e reclama un bis dopo l’altro urlandogli “we love you, we love you!” – se ne andrà solo a mezzanotte.


Lui è in formissima e mi pare persino che la sua voce sia più potente del solito. Sicuramente, pur restando bassa e cavernosa – come ci ha abituato da una ventina d’anni a questa parte, a partire da Various Positions -, è più potente rispetto all’ultimo live pubblicato su disco nel 1993. Quando compare sul palco ho un tuffo al cuore. Il secondo, perché il primo l’ho già avuto quando un’oretta prima ho ritirato il biglietto comprato tre mesi fa via internet e ho letto, nero su bianco, “Leonard Cohen”. Dunque è vero e non è un sogno. Sale sul palco, dunque, e io sono quasi colto da un senso d’irrealtà, come se fosse impossibile che questo momento sia arrivato davvero. Era da molto tempo che mi dicevo che se mai Cohen avesse fatto un altro tour e fosse passato per l’Italia, io ci sarei dovuto andare. Ma me lo dicevo come chi coltiva un’utopia irrealizzabile. E invece… Come una signora seduta dietro di me commenta, durante la pausa, anch’io me lo immaginavo più grande. “Un omone” – dice lei – e invece è un ometto piccolo e smilzo, vestito elegante, con un cappello che toglie ogni volta che ringrazia il pubblico e i musicisti. Questo – nel corso della serata – diventa una specie di gioco: ogni volta che un musicista del gruppo fa un assolo o una piccola improvvisazione, lui lo presenta con un inchino. E’ un gioco che però ha un fondo di serietà: è come se lui volesse sottolineare che se lui e noi siamo lì ad ascoltarlo, non è esclusivamente merito suo, ma anche dei bravissimi strumentisti che lo accompagnano.


Alla fine capisco che cosa significhi avere carisma. E’ quell’aura che Leonard Cohen emana con tranquilla evidenza, quasi senza compiere alcuno sforzo particolare, e che lo trasfigura. Il pubblico prova empatia ed entra in comunione con lui sul palco. Mi pare persino gioioso e divertito. Leonard Cohen ha la nomea di essere un cantautore cupo, per anime tormentate, e pessimista. Forse lo è stato, ma quello che ho visto ieri sera è un uomo lontano da quell’immagine ormai un po’ stereotipata. Fa persino qualche battuta, scherza con il pubblico e, in alcuni momenti, colora certi versi di alcune sue canzoni con una vena autoironica o accenna qualche passo di danza sui pezzi più ritmati.


Cohen attinge a piene mani dal suo repertorio del passato, accordando una netta preferenza a due album: I’m Your Man (del 1988) e The Future (del 1992), che fanno la parte del leone con, rispettivamente, sei e quattro brani. Curiosamente non canta nulla dall’ultimo disco, Dear Heather. Per quanto riguarda la confezione dei pezzi, quelli più vecchi (e “storici”) hanno la veste rinnovata che diede loro ai tempi del Field Commander Cohen Tour del 1979 – pubblicato pochi anni fa su disco -, mentre gli altri sono molto rispettosi della versione discografica. La prima sorpresa, però, arriva con Bird on a Wire, a cui Cohen aggiunge nuovi versi: quando li sento, non li riconosco e non ho la prontezza di trascriverli interamente, ma controllando vedo che effettivamente non c’erano nella versione pubblicata su disco. Quando canta “Don’t cry / Don’t cry anymore / It’s over / It’s done / It’s all been paid for”, ho l’impressione di assistere a un mutato atteggiamento di fronte alla vita.


A partire da Who by Fire, lui stesso imbraccia la chitarra e la fa in una versione ancora più ritmata e “staccata”: mi viene la pella d’oca, sembra che quella scansione segni il tempo della morte imminente e dei modi innumerevoli in cui questa si può manifestare. La prima parte del concerto si chiude su una nota di speranza – speranza malgrado tutto -, con Anthem, di cui Cohen recita la strofa centrale (“Ring the bells that still can ring / Forget your perfect offering / There’s a crack in everything / That’s how the light gets in”) dopo aver ringraziato il pubblico e aver commentato: “E’ una benedizione suonare in un posto così, quando gran parte del mondo è nel caos”.


La seconda parte si apre con Tower of Song, eseguita dallo stesso Cohen al sintetizzatore. Segue The Gypsy Wife, l’unico brano tratto da Recent Songs, del 1979. E’ una canzone bellissima di un album, secondo me, tra i suoi più belli – anche se la bellezza di tutto quel disco non è una bellezza che si rivela immediatamente, ma richiede un ascolto più attento e più intimo. Alla fine di Hallelujah – del 1984 e successivamente entrata a far parte del repertorio anche di Jeff Buckley e Rufus Wainwright – parte la prima standing ovation. Democracy è eseguita a un ritmo più sostenuto rispetto alla versione su disco – e ci guadagna, perché è di per sé una canzone ottimista, un’iniezione di energia, un’invocazione all’uguaglianza e al rinnovamento della società: “Sail on, sail on / O mighty Ship of State! / To the Shores of Need / Past the Reefs of Greed / Through the Squalls of Hate / Sail on, sail on, sail on, sail on”.


Nei tre bis che coronano il concerto, Cohen canta tra l’altro Sister of Mercy – fingendo di non ricordare più i versi e ricominciando daccapo -, recita il testo di If It Be Your Will, cantata poi, in una versione da brivido, dalle Webb Sisters che lo accompagnano come coriste insieme con Sharon Robinson. La chiusura spetta a un brano tuttora inedito su disco, Whither Thou Goest, eseguito a cappella con i suoi musicisti. E con le parole rivolte al pubblico: “Grazie per tutti gli anni in cui avete tenuto vive le mie canzoni”. Per me, invece, questa serata è stata il compimento di un amore scoppiato, inatteso, undici anni fa, quando per la prima volta ascoltai, per intero, un album di Leonard Cohen.


La scaletta:
Prima parte: Dance Me to the End of Love / The Future / Ain’t No Cure For Love / Bird on a Wire / Everybody Knows / In My Secret Life / Who by Fire / Hey, That’s No Way to Say Goodbye / Anthem
Seconda parte: Tower of Song / Suzanne / The Gypsy Wife / Boogie Street / Hallelujah / Democracy / I’m Your Man / Take This Waltz
Primo bis: So long, Marianne / First We Take Manhattan
Secondo bis: Sisters of Mercy / If It Be Your Will / Closing Time
Terzo bis: I Tried to Leave You / Whither Thou Goest


[UPDATE: Suggerisco la lettura di questa intervista con Leonard Cohen, dove lui stesso parla di questo suo ritorno sulle scene e spiega cose che anch’io avevo intuito e che ora hanno una conferma diretta.]

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9 risposte a Leonard Cohen, Auditorium Parco della Musica, Roma

  1. fuchsia ha detto:

    Oh, io adoro partire per andare ad un concerto! E’ una sensazione meravigliosa, è sempre un atto d’amore, un arricchimento totale: lasciarsi sedurre dall’idea, prenotare, prendere e partire…spesso la mia luce in fondo al tunnel del quotidiano è proprio questa.
    Ma tornando a Cohen, due cose: ho appena comprato un CD con musiche di Philip Glass su testi di Cohen. Non è nulla di nuovo per chi conosce bene Glass, però è un lavoro interessante (molto bello anche l’artwork). Cohen vi compare come voce recitante.
    Inoltre mi piace ricordare una versione davvero emozionante di Hallelujah eseguita da John Cale, incisa su uno strepitoso cd live.

  2. stefano ha detto:

    “The Book of Longing”, dalla raccolta omonima di poesie di Cohen. Sì, l’ho preso anch’io, ma non l’ho ancora ascoltato bene. In ogni caso, per chi fosse interessato, Philip Glass presenterà proprio questo ciclo di canzoni il 20 e 21 settembre al MiTo, a Milano e Torino.

  3. Alberto ha detto:

    Eccellente recensione, complimenti. Sono stato al concerto ed è stato veramente un evento. Non conoscevo abbastanza bene la produzione più recente di Leonard Cohen per decifrare al volo tutte le canzoni e grazie a te e la tuo post ho recuperato molti utili elementi per ricordare ancora meglio il concerto.
    Un saluto
    Alberto

  4. stefano ha detto:

    Grazie a te. Se vai sul sito ufficiale, c’è un Pdf, che verrà continuamente aggiornato -suppongo – con le scalette di tutte le date del tour!

  5. ssynth ha detto:

    ecco chi era il tuo amore…

  6. tato ha detto:

    e niente the famous blue raincoat?
    ah…….

  7. nishanga ha detto:

    Ancora e sempre post bellissimi.
    Che dire, GRAZIE!
    Per questi di oggi e pure per TUTTI quelli che verranno con una apertura di credito che è rara da aprire ma che la tua sensibilità e la tua intelligenza si meritano TUTTA.
    E non è sarà certo casuale se mentre ti leggo finalmente il cielo sopra Prenzlauerberg si apre in un acquazzone che dire benedetto è poco.
    Sai fare pure di questi MIRACLE ?

  8. Alina ha detto:

    Grazie per la bella recensione. Sono stata al concerto di Lucca, ho sperimentato delle emozioni simili, sono ancora stravolta: mi sentivo in presenza di un miracolo.
    Quando (anni fa) ascoltavo “Dance me to the end of love” da un vecchio registratore a cassette a San Pietroburgo, non potevo immaginare che un giorno avrei sentito questa voce, piu profonda e piu forte, dal vivo.
    Cohen progettava una sensazione di calma, una strana umilta raggiante, e mi sembrava deciso di acettare il mondo com’e (non so se mi spiego, il mio italiano non mi permette ancora di esprimermi bene). Quando recitava “If it be your will”, era un mistero, un atto piu сhe religioso…
    Sono felice di sapere сhe anche il concerto a Roma ha regalato agli spettatori quelle sensazioni di essere in presenza di un miracolo.

  9. yurigu ha detto:

    Ieri sera ho avuto la fortuna di vedere Cohen a Milano e di entrare nel suo mondo morbido ed elegante.
    Gli arrangiamenti delle canzoni e l’esecuzione sua e dei suoi strepitosi musicisti sono state superbe. Tre ore di spettacolo gestite con grande stile e un pizzico di giocosa ironia (le sue uscite saltellanti, per esempio) che, come hai scritto tu, fanno giustizia dello stereotipo del Cohen cupo e pessimista. Ho avuto i brividi dall’inizio alla fine, ma la commozione mi ha vinto quando nel secondo bis ci ha regalato un’esecuzione straordinaria della sua canzone da me preferita: “Famous blue raincot”.
    Cohen mi è apparso come lo immaginavo: un uomo di grande carisma ma anche molto umile.
    Uno dei momenti più delicati del concerto è stato quando si è tolto il cappello e si è ritirato nell’ombra per lasciare interpretare “secret life” alla sua collaboratrice e “if it be your will” alle sue coriste.
    Cohen è anche uomo di una profonda religiosità, come traspare dai suoi testi e, ieri, anche dai suoi gesti: ogni tanto si inginocchiava sul palco in quello che a me piace vedere come un segno di rispetto di fronte alla religiosità che le emozioni in musica possono evocare.

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