Invano passa il tempo: piccola meditazione esistenzial-politica

L’altroieri lui mi ha detto che un suo amico, appena conseguita la laurea magistrale, si è trasferito (o sta per trasferirsi) a Berlino, dove sta facendo dei colloqui. Forse ha già trovato qualcosa, anche se – ha specificato – non è ancora un lavoro qualificato, ma soltanto uno stage o qualcosa del genere. A venticinque anni – ho risposto io – non è poi così importante. L’importante è che se ne vada, che incominci a mettere piede nella capitale tedesca. Se poi avrà davanti a sé qualche anno di lavoretti di bassa caratura, ha comunque dalla sua parte la giovane età. Può permetterselo, insomma, e non è difficile accettare qualche sacrificio iniziale. Reduce dal recente soggiorno berlinese, ho provato, sentendo questa notizia, una piccola fitta al cuore, poco più di una puntura. Non so più esattamente se a causarla sia stata un’invidia fuori luogo – fuori luogo perché tra me e questo futuro berlinese ci sono tredici anni di differenza – o un moto di rimpianto, una voce che fuggevolmente sussurrava: “Chissà se tu… a quel tempo…”. Non saprei più nemmeno dire se è un rimpianto per Berlino in sé, che trovo sempre più seducente a ogni mio ritorno, o per il tempo delle possibilità indefinite, quello che nella mente di noi ultratrentenni contraddistingue la vita dei ventenni, mentre per noi a poco a poco le possibilità – le potenzialità – si assottigliano, cedendo il passo alle certezze, alle scelte che mi sembra di non avere mai fatto veramente, come se fossero tutte revocabili. A queste due sensazioni, poi, si è aggiunta una sorta di panico sottopelle, forse suscitato dalla gragnola di notizie recenti che riguardano l’Italia. Come se, all’improvviso, avessi paura di restare intrappolato qui mentre i migliori se ne vanno e cercano riparo altrove.


Un pensiero tira l’altro e tutti insieme evocano dei ricordi. Io a venticinque anni studiavo a Berlino – pensavo mentre pedalavo lungo corso Sempione – ed era l’autunno del 1994. Nei nostri momenti liberi discutevo con il mio coinquilino R., in quel pensionato studentesco di Lichtenberg in cui abitavamo, e gli raccontavo del primo governo di Berlusconi. Allora il caimano piduista era da poco entrato in politica – in prima persona, almeno – ed aveva subito vinto le elezioni e formato il primo governo. Il paese era berlusconiano ancora prima che Berlusconi facesse nascere da una costola di Publitalia il suo partito di plastica: le menti erano già state plagiate. Ricordo il senso di incredulità e lo sbalordimento di entrambi. Eppure c’era qualcuno – la maggioranza – che ci aveva creduto. A questo pensavo l’altroieri, mentre con la bicicletta mi avvicinavo all’Arco della Pace e guardavo la gente che, come se niente fosse, era seduta ai tavolini dei bar nel tratto finale, pedonalizzato, di corso Sempione e pranzava. E pensavo anche che da allora sono passati quattordici anni, sono invecchiato, ho fatto molte cose che allora non sospettavo sarei riuscito a fare – e, nel mio cronico pessimismo, questo tendo a dimenticarlo o a trascurarlo -, mentre la possibilità di farne altre, magari completamente diverse, si è assottigliata fino ai limiti dell’irrealizzabilità, ma una cosa è rimasta uguale: Berlusconi è ancora capo del governo. Come se questi quattordici anni, da questo punto di vista, fossero passati invano – o non fossero passati affatto. Ho immaginato, per un attimo, di ritrovare R. e di riprendere le conversazioni di allora: che cosa potrei raccontargli, oggi, dell’Italia e di questi italiani che hanno di nuovo dato credito al caimano? Mi è venuto da sorridere amaramente: è come se lui mi dicesse che Kohl si è ricandidato e ha vinto le elezioni in Germania.


L’altroieri, però, c’era un tempo splendido, a Milano. Era una di quelle giornate che non esiterei a definire gloriose. Il sole splendeva e il cielo era limpido e azzurrissimo: giornate così sono rare nella nostra metropoli, il cui orizzonte è sempre giallastro d’inquinamento. Mentre in bicicletta attraversavo piazza Repubblica e imboccavo una via Vittor Pisani curiosamente deserta – per tutto il giorno il mio calendario interiore era spostato in avanti di un giorno, come se non fosse venerdì ma sabato – mi dicevo che quel tempo, con quella luce così chiara e quel caldo insolitamente non opprimente, era quasi da città marina, tanto da stupirmi che al posto della stazione centrale non mi si spalancasse davanti il mare. Ho avvertito una sensazione di duplice straniamento. Da un lato perché Milano non mi sembrava più Milano o, per dirla altrimenti, perché per un attimo ho visto che anche Milano, in certi giorni, sa essere bella. Dall’altro perché quell’impressione di bellezza mi si manifestava proprio nello stesso momento in cui io rimpiangevo un altrove – Berlino – che mi sembrava irraggiungibile e perduto. Lo straniamento era dovuto al fatto che i miei pensieri erano tristi, ma la mia sensazione era di felicità. Come se ridessi piangendo, o viceversa.

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2 risposte a Invano passa il tempo: piccola meditazione esistenzial-politica

  1. ssynth ha detto:

    splendida riflessione, triste e limpida.

  2. Francesco84 ha detto:

    Che bello questo tuo post!
    Parla di tante cose diverse, eppure c’è un (bel) po’ di verità in ciascuna di queste.
    Io ho 24 anni e voglio andare a berlino quanto prima, cmq entro il 2008. Speriamo bene. 🙂

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