Gli eterni adolescenti dalla “borsa a tracolla”

Umhaengetasche-d Senza volermi addentrare in uno sterile esercizio di (auto)psicoanalisi da bar, dev’essere senz’altro vero che in me c’è un nodo irrisolto riguardo all’essere adulto, cioè alla percezione di me stesso come adulto. L’età anagrafica ormai c’è – e c’è da tempo -, ma è come se uno specchio interiorizzato mi rimandasse un’immagine di me ancora adolescente, non certo per le fattezze esteriori, ma per il senso di incompletezza (e, si spera, di perfettibilità, ma a volte comincio a dubitarne). E’ come se vivessi in me una spaccatura: da un lato mi guardo con l’occhio dei genitori che vedono il figlioletto sempre piccolo, sempre da accudire, magari anche quando questo è alle soglie della pensione; dall’altro continuo – ancora oggi che avrei raggiunto l’età della maturità – a rifiutare i commenti di chi un tempo, quando ero davvero adolescente, mi diceva che ero più maturo della mia età (o, con altra formulazione, molto maturo per la mia età), cosa che io sapevo non vera e che un po’ mi esulcerava perché pensavo: “Ma che cosa ne sanno loro?”. Come se non bastasse, sembra che la società non aiuti a crescere, ma anzi ami mantenere gli individui in uno stato di perenne adolescenza: un uomo non è mai un uomo, ma resta un “ragazzo” a tempo indeterminato, una condizione su cui si calca la mano soprattutto quando bisogna promuovere i consumi. In questo caso occorrono essere perennemente – e abbastanza acriticamente – desideranti, cioè bambini e in ogni caso non-adulti, indipendentemente dai desideri: ci penserà il “mercato” a smistare, come un vigile urbano, ogni fanciullo verso l’impossibile realizzazione del suo specifico desiderio.


Doverosa premessa per dire che, avvertendo la pressione interna di questo nodo irrisolto e gravitando in una società che non ne facilita lo scioglimento, ultimamente la mia attenzione è stata attratta da alcuni libri che trattavano proprio questa faccenda. Alcuni in modo più serio e accademico – come Immaturità. La malattia del nostro tempo del polonista Francesco M. Cataluccio -, altri in modo più faceto – come Big babies (Perché non riusciamo a crescere?) dell’inglese Michael Bywater. A Berlino me ne è capitato un altro tra le mani, di Martin Reichert, un autore a me del tutto sconosciuto. Solo facendo qualche ricerca ho scoperto che è gay, abita a Berlino da parecchi anni e, tra l’altro, lavora come giornalista alla taz. E ha trentacinque anni – dettaglio, questo, che ha una certa rilevanza, perché Reichert non si occupa tanto del rimbambimento di tutta una società, quanto della prolungata adolescenza di cui sono vittima molti nella fascia d’età intorno ai trentacinque anni. Mi sono sentito chiamato in causa, insomma.


Il libro di Martin Reichert s’intitola Wenn ich mal gross bin“Quando sarò grande” – e nel sottotitolo specifica di essere Das Lebensabschnittsbuch für die Generation Umhängetasche, ovvero un manuale “esistenziale” per la “generazione della borsa a tracolla”. Con questo termine – Generation Umhängetasche – Reichert battezza infatti tutti i trentenni-e-qualcosa che, pur essendo tecnicamente (cioè fisicamente) adulti, si rifiutano di crescere e si crogiolano invece in una tarda adolescenza che rischia o minaccia di non finire più. Se qualcuno credeva che questo fosse un fenomeno solo italiano si sbagliava. E’ un fenomeno anche tedesco e, anzi, in senso più lato è un fenomeno occidentale, con la differenza che in ogni paese si manifesta con sintomi diversi. I sintomi tedeschi non si sovrappongono del tutto a quelli italiani, ma esistono comunque delle corrispondenze. Nel suo libro, quindi, Reichert passa in rassegna le manifestazioni di questo persistere nell’adolescenza di molti ultratrentenni del suo paese. Sono quelli che se ne vanno dalla provincia e magari si trasferiscono a Berlino – probabilmente a Prenzlauer Berg – perché vogliono realizzarsi in quanto “artisti” o “creativi”, ma poi non sono in grado di mantenersi autonomamente o pagare l’affitto e quindi continuano a spillare soldi a mamma e papà. Sono quelli che vorrebbero essere “alternativi” – stylish e trendy – e che coltivano uno stile di vita bohémien, ma allo stesso tempo non sanno rinunciare agli agi di una vita borghese. Sono quelli che cercano di stare al passo con le mode anche quando le condizioni oggettive in cui vivono non glielo permetterebbero, tanto che sono costretti a montare un’impalcatura fatta di apparenze. Sono quelli che fingono di non accorgersi del trascorrere del tempo e, alla loro età, continuano a vestirsi come ragazzini sfidando il senso del ridicolo. Sono quelli che ignorano i primi acciacchi e i primi segnali di decadimento mandati dal corpo: il mal di schiena la mattina al risveglio, le borse sotto gli occhi sempre più marcate dopo le notti in discoteca.


Non vorrei però dare l’impressione che Wenn ich mal gross bin sia solo una lunga lagna sui trentenni che non vogliono crescere, perché non gli renderei giustizia. Per scrivere un libro del genere occorre avere un’idea brillante che ne regga la struttura e Martin Reichert l’ha avuta. Se la “borsa a tracolla” simbolicamente cattura e compendia il carattere di questi adolescenti a lunga conservazione, allora perché non svuotare una borsa a tracolla media ed estrarne gli oggetti uno a uno? Ogni capitolo è dedicato quindi a un singolo oggetto: si parte dal mazzo di chiavi e si arriva alla cartolina panoramica di Prenzlauer Berg, passando per cose come l’iPod, la crema per il viso, lo spazzolino da denti, la lattina di Red Bull, il telefonino, un biglietto Easy Jet per Londra e via discorrendo. Ogni singolo oggetto è, in realtà, un pretesto e serve da punto di irradiamento per discettare in maniera più approfondita sui diversi modi in cui si manifesta la sindrome dell’eterno adolescente. Oltre alla sua struttura azzeccata, del libro colpiscono anche il tono e il linguaggio. Non soltanto Reichert dimostra grande padronanza e duttilità nell’uso dell’ironia – qualità che secondo qualche malfidato o prevenuto non farebbe parte dei ferri del mestiere del popolo tedesco -, ma la sua scrittura risulta anche molto energizzante. E’ come se qualcuno arrivasse lì, ti vedesse imbambolato e ti mettesse le mani sulle spalle per darti una bella scrollata. Alla fin fine, però, dietro una facciata brillante c’è della sostanza. E la sostanza è seria. Se qualcuno mi chiedesse un’opinione, io questo libro lo farei tradurre (o, se del caso, lo tradurrei).

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11 risposte a Gli eterni adolescenti dalla “borsa a tracolla”

  1. endimione ha detto:

    “da un lato mi guardo con l’occhio dei genitori che vedono il figlioletto sempre piccolo, sempre da accudire, magari anche quando questo è alle soglie della pensione”
    La strada dal pannolino al pannolone è molto breve 🙂

  2. Yoshi ha detto:

    uh guarda, il mio borsello 🙂

  3. stefano ha detto:

    Sgrunt. Cambiata la foto: a ben vedere, più che una borsa, pareva proprio un borsello. E poi si vedeva la marca.
    Hai anche quest’altra borsa?

  4. Yoshi ha detto:

    no no, quel borsello mi serve quando in estate esco senza la mia borsa con le gambe, cioè fdc:)
    i documenti, il portafoglio, il cellulare, le chiavi e l’ipod non ci stanno tutti nelle tasche eh 🙂

  5. Jadran ha detto:

    Ma non ti eri reso conto che quello che avevi messo era la versione blu del mio borsello!?
    Per Berlino oltre alla “generazione tracolla” bisognerebbe scrivere un saggio sulla “generazione carriola”, che sembra essere l’accessorio preferito dai giovani alternativi della città. Perché frugare nella borsa (o nel borsello) quando puoi avere tutto sott’occhio con una pratica carriola? Si può portare anche in metro!

  6. stefano ha detto:

    😛
    Ingrandito nella foto mi sembrava una borsa. Colpa di Google Image, che me l’ha data alla richiesta di una foto di “Umhaengetasche”!

  7. suibhne ha detto:

    Io ne ho appena comprata un’altra, di borsa a tracolla…

  8. Asa_Ashel ha detto:

    Non sono un adolescente e non mi sento tale, e quel periodo l’ho vissuto in un modo troppo serioso, “più maturo della media della mia età “.
    Poi è successa una cosa strana, più invecchiavo e più scoprivo il sapore della leggerezza con qualche breve tocco di spensieratezza, sempre comunque consapevole e per questo apprezzato maggiormente .
    C’è spesso questa tendenza a percepirsi sempre giovani, finchè un giorno ti guardi attorno e ti accorgi che i giovani sono altri.
    La conquista più bella è accettare le varie fasi della vita, e quando proprio non ci piacciono….c’è sempre photoshop.
    Ma non potrei liberarmi di questa casa portatile chiamata zaino, borsello, tracolla : non sopporto avere oggetti nelle tasche e questi accessori mi tengono impegnato nei momenti in cui devo riempire un vuoto, un momento d’imbarazzo, un desiderio di manualità che altri sublimano con le sigarette.
    Ogni tanto mia madre mi guarda e mi dice : ” Eppure sono sicura che quando sei nato non avevi lo zaino incorporato “….
    Certe caratteristiche hanno bisogno di tempo per svilupparsi del tutto .

  9. Disorder ha detto:

    Non son mica sicuro che libri sull’argomento non siano già usciti in Italia: magari non sotto forma di saggio (e comunque temo che più che una traduzione, avrebbe mercato una versione centrata sulla corrispondente generazione italiana).
    Io vado da un estremo all’altro: in vacanza giro addirittura con lo ZAINO delle superiori; se non ho quello però mi faccio bastare le tasche. Sono grave?

  10. stefano ha detto:

    No, anzi, questo è commendevole senso del risparmio 🙂 Anch’io, per andare in piscina, uso lo zaino che comprai alle superiori nel lontano 1987!

  11. Disorder ha detto:

    Sì, ma non si tratta solo di senso del risparmio: quando giro da turista, o comunque dovendomi portare dietro delle cose, una misera tracollina non basterebbe mica: nel caso, mi ricomprerei un’altro zainone nuovo 🙂

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