Tre sogni

I

Il primo sogno è bipartito e la prima parte fa da cornice alla seconda. Nella prima parte è il giorno delle elezioni, su cui però regna incertezza assoluta. Nessuno sa come si vota, nemmeno io che tengo d’occhio i seggi senza però vedervi entrare nessuno. Per protesta e divorato dalla rabbia scrivo qualcosa su una bandiera che è sì una bandiera ma che, allo stesso tempo, credo sia una scheda elettorale. Solo quando sto per infilarla nell’urna capisco che non può essere una scheda. Poi c’è un cambio di scena e comincia la seconda parte del sogno: c’è una specie di gita scolastica a cui sto partecipando. Stiamo camminando in un paesaggio montagnoso, molto brullo e spoglio. Ci sono soltanto rocce, dirupi, piccoli sentieri che precipitano a picco su abissi. Io, a fatica, cammino dietro agli altri e cerco di nascondere le vertigini che mi affliggono. Non sono abituato a stare in alto: si potrebbe leggere questa affermazione anche in senso puramente metaforico. Arriviamo a una specie di slargo davanti a una caverna. Tra i miei compagni riconosco, oltre al mio vecchio amico P.V., anche una certa D.G., che era la "carrierista" della classe (e lei, invece, era abituata a "stare in alto"). Non soltanto la più brava in tutte le materie, ma anche quella che ambiva a fare sfoggio della sua bravura, fino a umiliare gli altri. Ora la nostra passeggiata è finita: per ridiscendere dobbiamo calarci, uno a uno, in un grosso pentolone legato a una fune che si trova dentro la caverna. A questa prospettiva io vengo colto dal panico e mi rifiuto nella maniera più assoluta. L’insegnante, quando lo viene a sapere, si arrabbia – non con me, ma astrattamente contro chi ha organizzato la gita – e dice che bisognava dirglielo prima se c’era qualcuno che soffriva di vertigini. A questo punto il sogno ritorna al punto di partenza. Scopro che le elezioni non si tengono quel giorno – del resto, come sarebbe possibile, se sono andato in gita scolastica? -, ma la settimana successiva. Lo so perché qualcuno mi mostra le "vere" schede elettorali, che sono due (Camera e Senato, immagino). Su ognuna di esse c’è un unico simbolo su cui tracciare la croce. Quando le vedo, anziché indignarmi per la possibilità di scelta che mi è stata sottratta, penso, stupito e rassegnato: "Tutto qui? E’ abbastanza semplice".

II

Nel secondo sogno sto aspettando di entrare in una mostra o in un museo, ma non riesco a fare il biglietto perché davanti alla cassa c’è un assembramento di studenti in gita scolastica. Alla fine, per evitare la ressa, decido di andare a un’altra cassa, che si trova in un prefabbricato, simile a quelli che ci sono ora davanti all’ingresso principale della Stazione Centrale a Milano. Questo sportello, però, è quello di una ASL (o di un ospedale). Quando sono lì davanti, tiro fuori l’impegnativa del medico: devo prenotare un’operazione chirurgica. A una fistola anale, per il giorno ventitré (non so di che mese, ma suppongo del mese in corso durante il sogno). Rilevo che non mi stupisce il fatto di dover essere operato a una fistola anale: lo accetto come un dato di fatto, neanche sgradevole. E’ evidente, secondo me, che questa cosa simboleggia, in qualche modo, la mia omofobia interiorizzata. Intanto chiedo, all’impiegata che sta allo sportello, se mi può vendere anche un biglietto d’ingresso per la mostra. Lei mi dice di no e questo mi lascia indispettito perché so che dovrò fare la coda da un’altra parte. A questo punto faccio una telefonata a "qualcuno" – che identifico con M.S., ma che in realtà ha le sembianze di un mio "fidanzato" di molti anni fa, M.G. – e gli chiedo di raggiungermi. Insieme andiamo a un altro sportello che si trova in un edificio basso, con pochi gradini davanti all’ingresso. Qui riesco finalmente a comprare il biglietto per la mostra (o il museo): costa dieci euro, io pago con un biglietto da cinquanta e il ragazzo che è allo sportello me ne dà novanta di resto, come se io avessi pagato con cento euro. Non protesto, ma quando esco sono perplesso. Allora, all’improvviso, ho un’agnizione: quel ragazzo è U.N., il mio impossibile "amore tedesco", e io avverto che, "sbagliandosi" a darmi il resto, in realtà non ha fatto altro che darmi ciò che mi era dovuto, da tempo. Quando sono fuori, M.S. mi chiede se non sono preoccupato per l’operazione e, soprattutto, per il fatto che mi opereranno alle 18.30, cioè verso sera e per ultimo. "Avranno sterilizzato bene la sala operatoria?" mi domanda. Non è la prima volta che M.S. si manifesta nei miei sogni come una sorta di "principio di realtà", solo che poi questo principio scatena in me una reazione che è fatta di ansia e angoscia. Anche nel sogno, infatti, non reagisco razionalmente. Non so gestire la realtà senza che nello stesso tempo si scatenino tutti i miei fantasmi interiori. D’un tratto visualizzo una sala operatoria che assomiglia al salone di un barbiere, in cui ci sono due lettini reclinabili. Un infermiere sta "lavando" quello di destra con uno straccio bagnato e sporco. Mentre lo guardo mi domando se consiste solo in questo la sterilizzazione della sala. E, allo stesso tempo, incomincio a farmi tutte quelle domande che non mi ero fatto prima: ma mi faranno un’anestesia generale o solo locale? Dovrò farmi un clistere? Dovrò radermi? Verrò ricoverato o verrò dimesso subito? E come farò quando, in seguito, dovrò andare in bagno?

III

Nel terzo sogno sono in Germania e sono in un albergo. Anzi, in una pensione di Berlino che assomiglia a una pensione vera in cui, in passato, ho alloggiato diverse volte e che forse ora non esiste più. Il gestore mi dice che devo cambiare camera. Comincio a portare le mie cose da una stanza all’altra: la valigia, i vestiti, gli effetti personali e così via. Mi accorgo che nella "vecchia" camera c’è anche un armadio di metallo, da ufficio: lo apro e dentro ci sono numerosi dizionari, grammatiche, volumi di consultazione – riconosco parecchi volumi del Duden – e so che sono i miei. Mi ero dimenticato di averli e di averli lasciati in Germania. Li prendo in mano, uno per uno, e mi domando che cosa fare. E’ il caso di portarli nell’altra camera, quella nuova? Oppure di portarli con me in Italia? Ma in questo caso so che non ce la posso fare, perché la mia valigia non è abbastanza grande e loro pesano troppo. D’un tratto avverto che mi sono d’intralcio: sarebbe stato meglio non scoprirli affatto. Mi fermo a sfogliarne uno con più attenzione: è un dizionario dei sinomini e dei contrari (e forse anche dei modi di dire). Voltandomi, vedo che alla mia sinistra c’è una mia collega che mi guarda, in silenzio. Forse con muto rimprovero. Non dirò altro, ma so che questa collega rappresenta l’ "esordio" – cioè la capacità e, soprattutto, il coraggio di fare qualcosa di nuovo e rischioso. E’ come se mi dicesse di guardare lei, che si è buttata, mentre io sono ancora lì, intrappolato tra le mie vecchie cose. Eppure, mentre sfoglio questo volume penso che potrebbe essermi molto utile ora che sto correggendo la traduzione. Mi sveglio e mi ronza in testa un modo di dire – inesistente, ma che ho letto in quel libro e che recita: "Pesce attivo acqua affari". Traduco, per me: "Un pesce che è attivo nell’acqua, fa affari" – un po’ come "chi dorme non piglia pesci", ma visto dalla parte del pesce che deve darsi da fare per non farsi "pigliare". E’ sempre una lotta incessante tra il mio senso del "dovere" – che si traduce in iperattivismo – e il mio bisogno di rilassarmi, abbandonando ogni inquietudine, per iniziare una "nuova vita".

IV

Questi tre sogni li ho fatti nel giro di pochi giorni: lunedì, ieri (giovedì) e stamattina. Ho l’impressione che siano legati tra loro, in qualche modo, come quei racconti dove c’è un personaggio che, dopo aver svolto un ruolo secondario nel primo, diventa protagonista del secondo, in cui c’è un ulteriore elemento che viene ripreso nel terzo dove diventa centrale e così via. Oppure mi è tornato in mente quel romanzo di Marguerite Yourcenar, Moneta del sogno, in cui una moneta, passando di mano in mano ai protagonisti, diventa il "testimone" della storia che viene di volta in volta narrata. A me pare che questi tre sogni siano intimamente legati, quasi a formare un unico "metasogno".

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7 risposte a Tre sogni

  1. Monsieur Poltron ha detto:

    Se io, da non psicologo, dovessi individuare un filo conduttore fra i tre sogni, ammesso che uno esista, sarebbe la paura della novità e dell’ignoto, e la sensazione che, per poter affrontare la novità, devi abbandonare e perdere qualcosa di te stesso e del tuo passato. Tu ti chiedi se ce la farai, se ci riuscirai; ma senti che è ciò che DEVI fare, per cause di forza maggiore, non ciò che VUOI fare spinto da un tuo desiderio, che veda la novità come un’opportunità, non come un pericolo (le vertigini, l’operazione, l’obbligo di cambiare camera).
    Mi sembra ci sia anche l’idea di un passato che appesantisce, in parte, ma non solo, perché doloroso: la gita scolastica in un paesaggio brullo, i compagni di scuola, l’insegnante che si arrabbia, i vecchi partner, i libri difficili da trasportare, la fistola da togliere. In tutti questi casi c’è qualcosa da lasciare, da eliminare o da abbandonare.
    Mi sembrano i sogni di una persona divisa tra un passato che vuole lasciarsi alle spalle ed un futuro che la spaventa.

  2. stefano ha detto:

    Però! Quanto ti devo per questa interpretazione, che mi pare corretta – anche perché si concentra sul quadro generale, più che sui singoli dettagli (sui quali ci sarebbe molto altro da dire)? 😀

  3. Monsieur Poltron ha detto:

    Cosa mi devi?
    Niente.
    Ho altri difetti, ma io sono un disinteressato, tendenza gratuista.
    😀
    Communque mi pareva di aaver capito che stai seguendo una psicoterapia. Hai parlato dei tuoi sogni con il tuo eventuale terapeuta?
    PS Da bravi elettori del PS noi dovremmo credere che esista un'”economia di mercato”, non una “società di mercato”.

  4. stefano ha detto:

    Come no! Raccontare i sogni è il modo migliore per dire qualcosa quando non so che cosa dirle 🙂

  5. esterhazy ha detto:

    …i sogni vanno raccontati solo pagando chi ascolta ( o legge).
    (Freud docet)

  6. Uguali amori ha detto:

    C’è un tema comune nei tre sogni che hai fatto, ed è la parola scritta, la forza che gli attribuisci e i limiti che ha. Tutti e tre i sogni hanno una prima parte in comune, la parola scritta che è gesto carico di significato, perchè si scrive quando si vota, si scrive con l’impegnativa, si scrive quando si usano i dizionari. Senza scrivere, questi gesti non sarebbero possibili. Ma poi, nella seconda parte del sogno, c’è la constatazione di uno spaesamento, di una mancanza di forze, di ritorno ad un principio di realtà, come ad indicare che la parola scritta, per quanto forte, non è sufficiente. Tanto che poi, nel primo sogno, quando torni a votare hai una sola scelta da effettuare, come a dire che anche la parola scritta può essere formale e non sostanziale, non carica di significati.
    E questa cosa vale anche a meta-livello, nel senso che infatti, di questi sogni, la prima cosa che fai è *scriverli* sul blog, piuttosto che parlarne con il terapeuta (se ho capito bene). E sempre non a caso, poi scrivi della tua proposta per un film gay, dove la parola si fa sostanza e rappresenta tutto, non occorre dire o fare altro, è sufficiente dirlo per eccitare lo spettatore.
    Io non posso dirti certo quale sia il messaggio dei tuoi sogni, vedo però questi elementi in comune che mi paiono forti, potrebbe forse essere un suggerimento del tuo inconscio per dirti che la parola scritta non è così forte, e che a volte vivere semplicemente le cose, farle, può essere comunque appagante, anche l’azione ha un significato in sè che è un significato di cambiamento.
    Perchè nel primo sogno cadi nel pentolone, nel secondo hai paura dell’operazione, ma nel terzo ti svegli con l’idea che chi dorme non piglia pesci.

  7. stefano ha detto:

    Interpretazione molto acuta e sensibile. E anche veritiera, in gran parte. La parola scritta torna spesso nei miei sogni – e spesso torna come “intralcio” (c’era un sogno in cui io ero in carrozzella e mi muovevo, all’aperto, in una sorta di galleria cittadina stipata di libri, per esempio). In questi giorni, infatti, avverto la parola scritta come fastidio, come impedimento, come “nulla a procedere”. Come se il pur labile legame tra “parola” e “mondo” fosse stato reciso e inutile fosse ogni tentativo di rappresentare la realtà con le parole (anche se si tratta solo della mia povera realtà e delle mie poche parole).
    Preciso però una cosa: i miei sogni – e nella fattispecie questi tre – sono prima stati scritti sul mio diario privato, poi sono stati discussi con la psicoterapeuta e poi sono stati raccontati qui sul blog. Che, all’opposto della tua ipotesi, è l’ultima fase. Qui li presento nudi e crudi, con pochissime sovrastrutture interpretative. Non parlo, infatti di quello che è uscito dall’attività analitica – vuoi per “superstizione”, vuoi per discrezione.
    Grazie comunque dell’attenzione e della sensibilità: le ho apprezzate molto.

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