Ritratto di un’America che non c’è più: Edmund White, “Stati del desiderio”

Usawhite_2 Stati del desiderio di Edmund White, pubblicato in Italia una decina d’anni fa, in ritardo rispetto all’edizione originale statunitense, porta il sottotitolo di "Guida alle città e agli uomini americani", ma è qualcosa di più e di diverso. In primo luogo è – malgrado la traduzione non sempre all’altezza della scrittura elegante di White – un altro esempio della lucidità e dell’intelligenza di uno dei massimi scrittori americani viventi che, con il pretesto di conoscere più a fondo e in presa diretta il "paesaggio omosessuale" statunitense, offre a chi legge una serie di preziose riflessioni, spesso di natura filosofica e politica, su che cosa significhi essere gay e su tutta una serie di questioni riguardanti la politica e la società. In secondo luogo questo viaggio nell’ "America gay" diventa anche in anche un percorso all’interno della memoria e della storia gay, americana e, di riflesso, anche nostra – soprattutto perché stimola un confronto: rispetto agli Stati Uniti di allora, persino l’Italia di oggi sembra arretrata. Questo reportage, infatti, è stato scritto nel 1979, quando White non aveva ancora compiuto quarant’anni ed era "un malpagato assistente universitario alla Johns Hopkins di Baltimora". Da allora sono passati quasi trent’anni e, con tutto quello che è accaduto nel frattempo, si può ben dire che questo volume è diventato un "testo di storia". Trent’anni non sono molti, ma per quanto riguarda la storia dei gay e della loro emancipazione corrispondono a un’era geologica. Non va dimenticato – e infatti lo stesso White non lo dimentica, nella postfazione scritta nel 1991 – che pochi anni dopo la pubblicazione di questo libro è scoppiata l’epidemia dell’Aids, che ha completamente rimescolato le carte, costringendo la comunità omosessuale americana a molti ripensamenti. Ecco, a leggere oggi questo reportage, si ha quasi la sensazione di rivivere un’epoca caratterizzata da un’innocenza ormai perduta per sempre. Non che Edmund White scriva un libro in cui celebra soltanto le gioie del sesso spensierato – anzi, Stati del desiderio è, da questo punto di vista, un testo piuttosto casto -, ma è evidente che il clima è quello spensierato degli anni settanta, in cui prevalente non è il discorso della mera sopravvivenza alla malattia e della lotta organizzata per ottenere più attenzione, anche governativa, sulla crisi sanitaria, che di lì a pochi anni avrebbero assorbito le energie migliori. Per questo motivo, White può concentrarsi sulla percezione dell’omosessualità nelle diverse città da lui visitate, sul modo in cui gli uomini che incontra si organizzano, si manifestano o si nascondono. Questo racconto è inoltre intriso di politica, nel senso migliore del termine: è la descrizione di come degli individui, da sempre discriminati, s’impongono sulla scena pubblica e rivendicano visibilità e diritti. Dal quadro complessivo di ogni città – di cui vengono descritti i "quartieri gay", il carattere politico generale, il tono religioso che la caratterizza – Edmund White si cala poi nel racconto, sempre molto vivido e preciso, di singoli destini individuali. E la cosa affascinante è che Edmund White non si limita a scelte "scontate": ci sono, è vero, le ovvie Los Angeles, San Francisco, New York – quest’ultima descritta con grande affetto come una città tanto libera da consentire a ognuno il dispiegamento delle proprie possibilità -, ma ci sono anche un sacco di città di provincia: dalla Salt Lake City dominata dalla soffocante presenza dei mormoni, fino a città del sud come New Orleans, Memphis o Dallas. In ogni caso, mi sono divertito a tracciare – qui sopra – una mappa del viaggio di White nell’America gay: basta seguire le frecce per ripercorrerne l’itinerario.

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4 risposte a Ritratto di un’America che non c’è più: Edmund White, “Stati del desiderio”

  1. sandra ha detto:

    che anime inquiete…solo a vedere tutte quelle frecce mi viene l’ansia. Ma un po’ ividio queste persone che dissipano la vita, che non hanno paura di affrontare il vasto mondo e i suoi vizi e le sue virtù…

  2. Yoshi ha detto:

    OT libresco
    oggi ho comprato un certo libro intitolato “la spada di mishima”, ne sai niente?:)
    vediamo se riuscirà a far alzare la scarsa considerazione che ho per mishima:)

  3. stefano ha detto:

    Sì, è molto bello e soprattutto è molto ben tradotto 😉 (E se qualcuno osa dire il contrario, lo castro con la spada del titolo 😛 )

  4. Jadran ha detto:

    A me l’ha regalato una persona speciale… 😛

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