Servire la memoria storica: “La strada di Levi” e “S 21”

Dopo il libro, era inevitabile che mi procurassi anche il film: ieri sera ho dedicato una serata casalinga alla visione di La strada di Levi, di Davide Ferrario e Marco Belpoliti. I due autori hanno rifatto, sessant’anni dopo, la strada percorsa da Primo Levi quando nel 1945 è stato liberato dal Lager di Auschwitz. Una strada lunga e intricata, durata otto mesi, che l’ha portato in Ucraina, in Bielorussa, in Moldavia – a quei tempi tutti stati appartenenti all’Unione Sovietica e oggi repubbliche indipendenti -, in Romania, in Ungheria, in Austria, in Germania e, infine, a Torino. Che cosa resta di quella realtà? Il film usa ampi stralci dalle opere di Primo Levi e, in particolare, da La tregua che per l’autore era proprio quel periodo tra la liberazione dal campo di sterminio e il ritorno alla "vita normale" e che gli autori del film interpretano invece, metaforicamente, come quel lungo tempo sospeso tra la fine della guerra mondiale e gli eventi dell’11 settembre 2001, con cui si aprono i primi fotogrammi. Per chi, come me, subisce ancora il fascino dell’Europa centrale e della stratificazione storico-culturale di cui ancora oggi porta i segni, "La strada di Levi" è un film di grande fascino. L’unico difetto rispetto al libro – se poi può essere definito un difetto – è che da un certo punto in avanti, più o meno da quando i due autori attraversano il confine con la Romania, sembra che la narrazione subisca un’accelerazione improvvisa, come se avessero fretta di arrivare alla meta. Il libro procede con più lentezza e indugia di più sui luoghi visitati e sui personaggi incontrati, ma forse questo è il limite della forma cinematografica, costretta a riassumere in un’ora e mezzo la grande quantità di materiale girato. Per esempio, l’incontro con Mario Rigoni Stern – amico di Primo Levi e testimone altrettanto lucido della Seconda Guerra Mondiale – sull’Altopiano di Asiago è liquidato in pochi minuti. Credo che da La strada di Levi si sarebbe potuto trarre un documentario estremamente interessante in tre o quattro parti, da trasmettere in televisione, magari in prima serata. Se in Italia esistesse ancora una televisione pubblica e non quella specie di emanazione della pubblicità che trasmette vaccate a getto continuo. Finché è così, è evidente che un progetto come quello di Davide Ferrario e Marco Belpoliti non ha alcuno spazio.

Il secondo film che ho guardato ieri sera – ero già un po’ depresso, avevo bisogno di "tirarmi su" – è S-21. La macchina di morte dei Khmer rossi, di Rithy Panh. Come si sa – l’ha scoperto persino Veltroni – i Khmer rossi hanno sterminato, negli anni che vanno dal 1975 al 1979, circa due milioni di cambogiani, cioè un buon quarto della popolazione. Rithy Panh, internato nei campi di lavoro a undici anni e fuggito in Francia, si è concentrato, in questo film, sul famigerato S-21 di Tuol Sleng, dove in quegli anni venivano rinchiuse, interrogate, picchiate, torturate, stuprate e uccise molte delle vittime dell’ "Angkar", l’Organizzazione – come si faceva chiamare il partito comunista di Pol Pot. L’approccio di Panh è assolutamente interessante: il suo non è un documentario storico in senso stretto, perché non ci sono filmati o documenti d’epoca, ma è una ricostruzione di quello che avveniva in quel luogo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti. Sopravvissuti tra le vittime, ma – soprattutto – tra i carnefici. Rithy Panh mette insieme un gruppo di soldati di allora e alcune vittime e fa raccontare a loro quello che accadeva. Nel caso dei soldati – alcuni dei quali erano ai tempi molto giovani: tredici o quattordici anni – fa loro ripetere esattamente i gesti che eseguivano allora, con lo stesso automatismo con cui gli erano stati conculcati. Certamente, in questo film ci sono solo i "pesci piccoli", ma vediamo comunque il loro tentativo di fare i conti con una violenza che ha distrutto in primo luogo la loro umanità, affinché a loro volta potessero distruggere quella dei loro prigionieri. Una delle vittime spiega che ancora oggi è impossibile parlare di "pacificazione" nazionale se chi ha commesso quei crimini non soltanto non li riconosce come crimini, ma neppure dice che si è trattato di "sbagli". E poiché mancano le immagini di quelle violenze, tutto è affidato alla spoglia forza evocativa dei luoghi e alla potenza delle parole dei sopravvissuti – e, per inciso, il documentario è in lingua khmer con i sottotitoli -, che fanno riemergere la brutalità di quel genocidio.

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