La sinistra e l’antisemitismo: un breve saggio di Gadi Luzzatto Voghera

Sarebbe ingiusto imputare alla sinistra (italiana, ma non solo) un intenzionale antisemitismo, ma sarebbe altrettanto ingiusto (oltre che miope) non riconoscere che anche la sinistra usa ancora – e spesso – un linguaggio e dei modelli interpretativi antisemiti. E’ un’influenza esterna o è qualcosa che la sinistra porta dentro di sé e che attraversa tutta la storia? E, soprattutto, è possibile eliminare definitivamente queste scorie ideologiche, dopo averle riconosciute in quanto tali e dopo aver smesso di negare l’evidenza. Del tema "Antisemitismo a sinistra" si occupa Gadi Luzzatto Voghera nel suo omonimo libriccino, ripercorrendone le origini e l’evoluzione in concomitanza con lo sviluppo delle varie forme assunte dalla sinistra politica.

Tanto per cominciare, Luzzatto Voghera constata che in Europa occidentale gli ebrei cominciano il loro processo di emancipazione e di integrazione nella società più o meno nello stesso periodo, alla fine del diciottesimo e all’inizio del diciannovesimo secolo, in cui si affermano anche i concetti principali della sinistra: uguaglianza, solidarietà e – in modo più vago – libertà. Allo stesso tempo, però, nasce anche il sistema capitalistico moderno. In questo concorso di circostanze, molti teorici della sinistra – tra cui anche Karl Marx, con il suo La questione ebraica – stabiliscono un collegamento astratto tra la figura del capitalista e quella dell’ebreo. Quest’ultimo perde così la sua "concretezza" e diventa sempre più un’icona (negativa) lontana dalla realtà: il capitalista – malvagio e da abbattere – finisce per coincidere con l’ebreo. Lo stereotipo antiebraico entra a far parte anche del linguaggio e dell’azione politica della sinistra. Questa identificazione funziona finché non arrivano gli ebrei reali, quelli in carne e ossa, a smentirla. Per esempio, quando si formano i primi sindacati che raggruppano operai ebrei (il "Bund"), la sinistra del tempo si trova di fronte un tipo di ebreo che fa parte proprio di quella classe che essa stessa difende. Oppure con il famigerato "affaire Dreyfus", in cui l’ex capitano – una  persona concreta, oltre che innocente – cade vittima del pregiudizio antiebraico.

Centrale è, in una prima fase storica della sinistra moderna, l’analisi ideologica marxista che mette l’accento sulla lotta di classe. Al di là dell’appartenenza a una certa classe, nient’altro conta: tutta la storia è interpretabile alla luce dello scontro tra le varie classi. Quella a cui appartiene il futuro è il proletariato. Le differenze nazionali non hanno importanze e, anzi, sottolinearle sarebbe "controrivoluzionario". L’internazionalismo comunista predica la dissoluzione delle nazionalità e se si parla di "emancipazione degli ebrei", lo si fa solo nel senso che gli ebrei possono sì avere tutti i diritti di tutti purché si sciolgano nell’unità magmatica del resto della popolazione e perdano la loro identità nazionale ebraica.

Auschwitz – e l’esperienza della Shoàh – rappresenta un vero e proprio spartiacque. Tanto immensa è stata la catastrofe che ha colpito il popolo ebraico da lasciare tutti – inclusa la sinistra – senza parole: l’antisemitismo esplicito e smaccato di "prima" non è più possibile. Scrive Luzzatto Voghera: "E’ come se l’antisemitismo venisse volontariamente espulso dalla storia e relegato nel buio passato, delegato comodamente alle pratiche persecutorie dei nazisti e dei fascisti". In realtà, la Shoàh – sottolinea l’autore – è, per quanto tragica, una tappa della storia dell’antisemitismo europeo. Fare coincidere l’antisemitismo solo con quella catastrofe significa, implicitamente, sostenere che al di fuori di quella forma specifica l’antisemitismo non esiste (più), dando quindi in un certo senso il via libera ad altre forme – apparentemente più innocue – di antisemitismo, "accettabili" anche per la sinistra che non le riconosce come tali.

Dopo Auschwitz, dunque, l’ebreo subisce un’ulteriore trasformazione, generando altre due "icone" astratte. La prima è quella della vittima. Se è vero che gli ebrei sono delle vittime, è anche vero che la loro identità non consiste solo nel fatto di essere vittime. Accettare gli ebrei solo in quanto vittime (magari da compatire) significa volerli inchiodare unicamente in quel ruolo: nel momento in cui non sono più vittime li si potrà "pestare" più comodamente, insomma. O, per dirla con Luzzatto Voghera: "Ma una cosa è essere vittima, un’altra è vedersi riconosciuta come legittima la propria identità ebraica solo in quanto vittima di persecuzioni" – e poi aggiunge, provocatoriamente, che è come se Hitler avesse vinto, "perché è proprio della filosofia di Auschwitz l’idea di spogliare l’ebreo della sua identità complessa di essere umano". La vittimizzazione degli ebrei, soprattutto da parte della sinistra, rende gli ebrei accettabili non per quello che sono, ma per quello che fa comodo che siano. (E, tra parentesi, Luzzatto Voghera specifica che in parte anche i palestinesi hanno subito un trattamento simile: la loro realtà sociale, culturale e politica viene sottoposta a numerose distorsioni, fino a giungere a glorificare un movimento fondamentalista islamico come Hamas attribuendogli un carattere "rivoluzionario").

La seconda "icona negativa" è quella dell’ "ebreo come persecutore", opposta e complementare a quella dell’ "ebreo come vittima". Per creare questa seconda icona occorre trasformare radicalmente il senso del termine "sionismo". Quello che originariamente è una forma di Risorgimento, un movimento di "rinascita nazionale con l’obiettivo di istituire una nuova forma-Stato in cui gli ebrei potessero rifugiarsi e organizzare la loro vita sociale, economica e culturale" diventa, per una certa sinistra, uno strumento economico-militare che opera a favore dell’imperialismo capitalista e americano, ai danni dei popoli mediorientali. L’ebreo si trasforma così di nuovo nell’immagine astratta del "capitalista malvagio", proprio come era alle origini del pregiudizio antisemita della sinistra ottocentesca – e in un certo senso il cerchio si chiude.

Questo fenomeno marca una contraddizione all’interno della sinistra moderna: abbandonato il periodo internazionalista, la sinistra si caratterizza per l’appoggio all’autodeterminazione dei popoli come terreno di lotta politica. Non c’è popolo – dai baschi ai vietnamiti – che non abbia avuto l’appoggio della sinistra quando è stato oppresso nella sua possibilità di autodeterminazione. L’unico popolo a cui pare che questo appoggio debba essere negato è quello ebraico: parte della responsabilità è certamente anche da far risalire all’Urss che, benché nel 1948 abbia riconosciuto la sovranità di Israele, ha poi operato quella trasformazione semantica del termine sionismo di cui ho appena detto e che oggi è diventata moneta corrente per molta sinistra oggi, tanto che, sorprendentemente, "anti-imperialismo, fondamentalismo islamico, fondamentalismo cattolico, neonazismo e neofascismo, nemici acerrimi a parole, si incontrano agevolmente".

Esiste dunque un problema, da parte della sinistra, nel riconoscere e prendere le distanze dalla riemergenza di un linguaggio antisemita che si sta diffondendo nuovamente, soprattutto nel mondo arabo e islamico, a cui si concede di derogare a princìpi sui quali, giustamente, nonsi transige in ambito europeo. In questo c’è  un atteggiamento snobistico, quasi di "superiorità" inconfessata, come se si credesse ancora nel "buon selvaggio" per il quale sarebbe troppo chiedere di soddisfare certi standard. E’ su questo punto che la sinistra deve interrogarsi onestamente e cambiare. Si chiede infatti Gadi Luzzatto Voghera: "E’ possibile che settori ampi delle leadership di sinistra rimangano fedeli a un modello terzomondista ormai consunto e nel far questo dichiarino simpatia e amicizia per forze che sono l’antitesi di qualsiasi politica di uguaglianza, giustizia sociale, libertà? Tutti i fondamentalismi religiosi sono questo, non c’è scampo: forze reazionarie e liberticide gestite da oligarchie misogine e senza scrupoli. Accettarne l’amicizia pelosa, o anche solo fingere di dialogare con essi senza nel contempo ribadire con fermezza la fedeltà ai valori della convivenza civile significa in sostanza tradire gli ideali nel nome dei quali si afferma di voler lavorare". Credo che non si potrebbe esprimere più chiaramente l’angoscia provocata dalla contraddizione che qualcuno a sinistra sembra coltivare senza essere sfiorato dal dubbio.

Questo volumetto di Gadi Luzzatto Voghera, che comprende poco più di un centinaio di pagine, ha il pregio, rispetto ad altri (come per esempio il pur interessante Gli antisemiti progressisti di Fiamma Nirenstein), di essere molto stringente nei suoi ragionamentii. L’autore non si dilunga mai più del necessario, ma arriva subito al punto, con argomenti forti e convincenti. E’ evidente che Luzzatto Voghera crede nella forza della ragione, intesa in senso illuministico: basta fornire prove, basta smontare la "macchina" dell’antisemitismo – per quanto questa sia truccata o travestita da altro – per evidenziarne il funzionamento e le parti nascoste. Tra l’altro, nel corso del testo, vengono riportati verbatim alcune citazioni da articoli e da pezzi di giornalisti di sinistra senza che però ne sia subito indicato il nome (che però è riportato in nota in fondo al libro): è impressionante osservare come alcuni di essi grondano letteralmente di stereotipi antisemiti anche quando  dichiarano di voler  solo "criticare" Israele. Ecco perché è capitale che sia proprio la sinistra a compiere un processo di demistificazione, riconoscendo e superando quelle scorie antisemitiche che purtroppo porta ancora dentro di sé. In primo luogo per non lasciare alla destra – non si sa quanto sincera – l’appoggio agli ebrei: "Chi è o si sente solo (…) non rifiuta una mano amica, anche a costo di cadere in una trappola". Ci si potrebbe infine chiedere: perché rimanere a sinistra? Il piccolo, denso saggio di Luzzatto Voghera lo spiega nelle pagine conclusive, presentando un elenco programmatico di quella che è la sua sinistra. E che è la sinistra che auspico anch’io:

"La mia sinistra guarda con orrore a ogni forma di demagogia che semplifica la complessità delle relazioni umane per ottenere il potere. (…) La mia sinistra si batte per una riduzione delle disparità sociali. (…) La mia sinistra si batte per un’equa distribuzione dellle risorse, il che significa operare economicamente per una riduzione e non per un aumento incontrollato della forbice tra i tantissimi che hanno poco o nulla e i pochissimi (…) che hanno moltissimo. (…) La mia sinistra si batte per un sistema di istruzione ed educazione aperto e libero da vincoli ideologici. (…) La mia sinistra si batte per la sicurezza, che non è un concetto di destra ma un principio di libertà. (…) La mia sinistra si batte per la pace, ma non accetta che la pace venga usata come cavallo di Troia per far passare azioni di esclusione, né che venga strumentalizzata per mobilitare l’opinione pubblica. (…) La mia sinistra, infine (last, but not least), incoraggia la ricerca scientifica nella convinzione che sia questa a poter determinare l’apertura nella società degli spazi di libertà necessari al miglioramento delle condizioni di vita sul nostro pianeta e delle condizioni di convivenza fra i diversi gruppi umani."

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Una risposta a La sinistra e l’antisemitismo: un breve saggio di Gadi Luzzatto Voghera

  1. Lusky ha detto:

    Anch’io ho spesso la percezione che, con la scusa dei palestinesi e della globalizzazione, la sinistra sia tornata ad identificare l’ebreo con il capitalista malvagio che tira le fila dell’economia globale, specie quando leggo o sento parlare di quanti ebrei sono consulenti della Casa Bianca, quanti dirigono la finanza americana, del Mossad, delle leggende metropolitane sugli ebrei che non si sarebbero presentati al lavoro l’11 Settembre.
    D’altra parte, non si può neanche condonare o astenere il giudizio su qualsiasi azione politica, militare od economica compiuta dallo stato di Israele per non rischiare accuse di antisemitismo. Fare i conti con gli elementi antisemiti della propria cultura e liberarsene permetterebbe forse alla sinistra di recuperare serenità di giudizio e lucidità su questi argomenti, anche se per quanto riguarda la sinistra italiana temo pesi anche la simpatia (più o meno sincera o strumentale) con cui buona parte della destra guarda ad Israele. Vige sempre la regola “gli amici dei miei nemici sono miei nemici”.

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