Nous sommes tous des belges – Wij zijn allemaal Belgen

Tin_tin_2Vergogna, vergogna, vergogna! Questo ameno paesello nel cuore della vecchia Europa sta per spaccarsi in due e voi non fate una piega. Siete senza cuore! Perché nessuno allieta il suo blog con il nero-giallo-rosso della bandiera belga? O, se proprio non vuole impegnarsi troppo, con un più leggiadro Manneken Pis? Perché nessuno fa un coming out dichiarando di essere, da sempre, un appassionato divoratore di cozze e patatine fritte annaffiate da un buon boccale di Duvel? E invece niente, niente: silenzio ovunque, nonostante gli alti lai provenienti da quelle contrade piovose, come ben testimonia l’intervista a Ian Buruma pubblicata oggi sul Corriere della Sera. Vergognatevi per il vostro cinismo e la vostra indifferenza: non venite a piangere da queste parti quando in futuro avrete voglia di praline e non le troverete più! Qui – sappiatelo – siamo tutti belgi, per solidarietà. Solidarietà per un paese che è da 134 giorni senza governo, dopo le elezioni di giugno, e nonostante lassù non abbiano l’equivalente di un Clemente Mastella.

Ah, quanti bei ricordi mi legano al Belgio, che ho visitato parecchie volte – sempre per brevi periodi, a dire il vero – e da cui manco da almeno sei o sette anni. L’ultima volta c’eravamo andati in vacanza, in ottobre, io e M.S., e quando qui lo dicevo in giro tutti sgranavano gli occhi, increduli che uno potesse andare, di sua spontanea volontà, in vacanza in Belgio in ottobre. "Sì, ‘mbè? Perché? Non si può?" rispondevo io a quella turba di ignoranti. Dirò di più: un paio d’anni fa mi sono trastullato con l’idea di sfruttare parte delle mie vacanze estive per frequentare un corso di perfezionamento di nederlandese, magari a Gent o, ancor meglio, a Bruxelles, dove in un colpo solo avrei potuto praticare sia l’olandese che il francese. Già, perché per me che amo il meticciato linguistico e adoro l’idea di saltabeccare da una lingua all’altra, il Belgio – come la Svizzera, del resto – è una specie di paradiso. E Bruxelles-Brussel il centro di questo paradiso. Che meraviglia un posto dove persino i mendicanti, quando questuano, ti fermano dicendoti d’un fiato: "Monsieur, mijnheer!". E poi, da snob assoluto, io ho sempre preferito l’olandese parlato nelle Fiandre, più dolce e con meno asperità rispetto a quello dell’Olanda, dove si ha sempre l’impressione che qualcuno, a ogni "g" e a ogni "ch" che pronuncia, stia per scaracchiarti in faccia.

Leggendo l’intervista con Ian Buruma ci ritrovo alcune considerazioni che avevo fatto persino io, sin dai miei primi viaggi in Belgio. Già allora, innocentemente, fantasticavo che si sarebbe potuto smembrare il paese in due e assegnare la parte francofona alla Francia e quella nederlandofona ai Paesi Bassi, salvo poi accorgermi – come osserva lo stesso Buruma – che entrambe le parti sono considerate molto "provinciali" dai due paesi che dovrebbero inglobarle. Non a caso, infatti, nelle barzellette francesi i belgi assolvono la medesima funzione dei carabinieri in quelle italiane ("Vorrei un chilo di pane!" "Lei è belga, vero?" "Certo, e lei come lo sa?" "Perché questa è una ferramenta e non una panetteria!"). Le prime volte che sono entrato in Belgio, viaggiando in treno e proveniente dall’Olanda o dalla Germania, mi colpiva subito la netta cesura rispetto al paese che avevo abbandonato. Per farla breve: all’ordine tedesco o ai riposanti paesaggi olandesi si sostituiva l’evidente casino belga. Le ubertose campagne – tedesche o olandesi, poco importa -, in cui i singoli appezzamenti di terreno sembravano tracciati con precisione millimetrica al computer, erano rimpiazzate da terreni industriali dismessi – da Aquisgrana a Liegi, per esempio – e il modo migliore per avere la certezza di essere approdati in Belgio era di guardare le case: al corpo centrale dell’edificio erano state aggiunte una serie di costruzioni (abusive?), sorta di verande di legno e di vetro, che invadevano i giardini lungo la ferrovia. Per me, italiano, era un po’ come ritrovare un casino familiare. Lo stesso vale per il litorale marino: all’eleganza di Scheveningen, la parte dell’Aia che in Olanda dà sul mare del Nord, si contrapponeva il grigiore di una Ostenda scrostata e frustata dal vento, dove tutto aveva l’aria di essere precario e lì lì per essere abbandonato da un giorno all’altro, testimonianza di un fasto sbiadito e appartenente a un passato ormai irrimediabilmente perduto. Unica eccezione, Anversa, che assomiglia troppo da vicino a una città olandese.

Poi c’è la capitale, Bruxelles, dove sono stato tre volte, sempre per una manciata di giorni, e che io amo per lo stesso motivo. E’ vero che è tutt’altro rispetto alle altre città belghe (pardon: fiamminghe e valloni), ma qui il caos, lo sfarzo e la decadenza si mescolano senza soluzione di continuità. Basta svoltare in una stradina laterale durante una passeggiata per il centro per trovarsi davanti un edificio che crolla, con vetri spaccati, portoni sbarrati, macerie. Ricordo in particolare un bell’edificio, più o meno davanti alla Borsa, il cui piano terreno era occupato da McDonald’s – e quindi perfettamente restaurato – mentre quelli superiori, ancora vuoti, erano in stato di sfacelo totale. Per non parlare poi dello spettacolo che si presenta agli occhi del viaggiatore che arrivi alla Gare du Midi-Zuidstation, la stazione del sud: all’uscita sarà tentato di credere di aver sbagliato treno e di essere finito a Marrakech o a Tunisi. Prima di arrivare un po’ più in centro – dove per altro c’è un’altra stazione sotterranea, la Gare Centrale-Centraalstation, che catapulta invece il viaggiatore indietro nel tempo di una quarantina d’anni – dovrà attraversare strade in cui vedrà quasi soltanto nordafricani. Io gettavo sguardi all’interno dei caffè, dei biliardi, dei circoli ricreativi e, avvolti da dense nubi di fumo, vedevo soltanto uomini – perché, come si sa, nelle civiltà islamiche il ruolo pubblico della donna è tenuto in gran considerazione. Altrove, invece, quel senso di stanchezza che si stende come una patina pesante sopra le cose, soprattutto quelle cose che in passato sono state moderne e poi hanno fatto il loro tempo, diventando ancora più tristi perché non sono nemmeno antiche: penso per esempio all’Atomium o al Centre Monnaie. Poiché però Bruxelles, oltre a essere la capitale, è anche un’isola bilingue all’interno della zona nederlandofona del Belgio, la sua popolazione è molto mista: di conseguenza, penso di aver visto lì alcuni dei più bei ragazzi che io abbia mai visto in Europa, perché spesso fondono l’aria angelica dei biondi fiamminghi con il calore latino e il fascino francese, ai quali si aggiunge uno spruzzo di esotismo dovuto ai geni degli immigrati di tutto il resto del mondo. Infine Bruxelles è anche l’unica città dove mi sono sentito gridare dietro "Sale pédé" – ovvero: "Sporco frocio" -, stavolta solo in francese, mentre stavo andando in una sauna gay: era una cortesia da parte di un giovane maghrebino.

E’ comprensibile che adesso io stia male all’idea che un giorno tutto questo possa non esserci più, sacrificato sull’altare di un’idea antiquata di "stato nazionale", come una Cechia e una Slovacchia qualsiasi. Ma come? L’Europa si integra sempre di più, noi diventiamo via via più poliglotti e multiculturali, e questi qui minacciano di fare altri due staterelli? Giammai, giammai. Per questo siate, almeno oggi, tutti belgi come me e urlate, a questa piccola monarchia, forte e chiaro il vostro: "Bonne merde!" – ovvero, come mi spiegò uno di loro, "Buona fortuna", in salsa belga.

[Note:
Non è vero che nessuno ne ha parlato: lui è stata una commendevole eccezione.
Nella fotografia in alto: il belga più famoso nel mondo.
In ogni caso, la causa dell’imminente catastrofe è palese: che cos’altro ci si può aspettare da uno stato che approva i matrimoni gay e l’eutanasia se non la giusta punizione divina? Questi sono i prodromi del crollo dell’Occidente! Penitentiagite! Penitentiagite!]

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6 risposte a Nous sommes tous des belges – Wij zijn allemaal Belgen

  1. cascade ha detto:

    esiste un fascino francese?
    ma soprattutto (appurato che di sicuro la risposta è: NO) io ci ho vissuto tre mesi a brussels e tifavo pei fiamminghi. la goduria era andare al supermercato e vedere valloni e fiamminghi parlarsi tra loro in inglese; non sarebbe male lo split, suvvia;)
    peraltro la battuta di oggi col mio vicino olandese era: e pensa che loro non hanno mastella.

  2. stefano ha detto:

    Mah, sai, io sono sensibile anche al fascino di una certa spocchia francese 🙂

  3. andrea ha detto:

    Ma sai che non sapevo che il Belgio fosse così incasinato come paese??!!!!!,io me lo immaginavo simile alla Germania o all’Olanda per quanto riguarda l’ordine..ecc..,e invece no!
    Purtroppo non ci sono mai stato,perchè non era una meta che mi ispirasse,ma ora la curiosità mi è presa!
    A proposito delle opere architettoniche che tu ritieni ormai vecchie come il Centre Monnaie…per l’Italia a mio parere sarebbero modernissime,visto che non si costruisce nulla di moderno e contemporaneo,da circa 40-50 anni!

  4. Fabristol ha detto:

    Ah e cosi’ io sarei una “commendevole eccezione”!?! Piano con le offese eh!!
    ;))
    Non sapevo che fossi un appassionato del Belgio. io mi ci sono un po’ innamorato, devo dire la verita’. una piacevole sorpresa. Uno pensa: ma che ci sara’ mai in Belgio da vedere a parte il bambino che piscia? Beh tutto e’ bello, l’atmosfera, questo meltin pot brusselese, le fiandre, la parte francofona. Invece il bambino proiprio non mi e’ piaciuto.
    Insomma non e’ monotono come quest’isoletta dove mi ritrovo da piu’ di un anno.
    saluti
    Fabristol
    “la commendevole eccezione”
    p.s.
    mi piace ‘sta frase, lo metto sotto l’avatar.

  5. stefano ha detto:

    Be’, appassionato è una parola grossa… diciamo che non mi dispiace 🙂

  6. nina ha detto:

    i primi viaggi con Tin Tin e Milù…ancora oggi lo leggo spesso…anche lui un marginale a modo suo

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