Del corpo (I)

A diciassette anni decisi di cominciare a frequentare una palestra: prima di allora, non avevo mai avuto un buon rapporto con le lezioni di educazione fisica a scuola. Di conseguenza non avevo neanche un ottimo rapporto con il mio corpo. Potrei dire, anzi, che ero rinchiuso nel mio corpo come in una prigione – o una cella monacale – che mi ero scelto da solo, ma senza averlo esplicitamente voluto. Il mio corpo, non toccato da nessuno, era il simbolo di un certo solipsismo e di una astinenza erotico-affettiva dovuta principalmente al fatto che ero gay – lo sapevo già allora – ma non sapevo né come né dove manifestarlo. Il mio corpo, dunque, era la mia solitudine e rinchiudeva il mio desiderio, inespresso. Diversamente dai miei coetanei non stavo apprendendo i codici che regolano le prime relazioni amorose tra adolescenti. Questo ritardo nell’apprendimento – e l’inesperienza che ne deriva – non è un fenomeno raro, tra gli omosessuali: me ne sono reso conto soltanto poi, parlandone con amici e conoscenti. Allo stesso tempo, però, mi dava anche fastidio qualsiasi contatto fisico con gli altri. Mi sentivo fragile e forse temevo – temevo inconsciamente – che il tocco di una mano potesse far crollare la fragile impalcatura del mio io intrappolato e cristallizzato in quel corpo-carcere. Se qualcuno mi avesse posato una mano su un braccio o su una spalla l’avrei guardato con lo stesso fastidio con cui si guarda una tarantola o un serpente che, inaspettatamente, mi fossero caduti addosso. Al mio corpo legnoso avevo implicitamente ordinato di non sentire nulla, perché se avesse sentito qualcosa, poi forse non avrebbe più smesso di desiderare quei contatti che ancora non conosceva: per prevenire certe forme di nostalgia, avevo reciso in anticipo i fili che potevano stabilire dei legami con i corpi altrui – e, di conseguenza, con l’altrui sensibilità. Ma in un certo senso non riuscivo a distinguere tra il puro e semplice contatto – segno di vicinanza e calore umano – e il desiderio erotico. Non potendo soddisfare quest’ultimo, dovevo pensare, non volevo "concedermi" neanche il primo. O tutto o niente, insomma. E messo di fronte a questa alternativa, mi ritrovavo con un bel niente.

Dopo qualche settimana di esercizi in palestra arrivò un nuovo iscritto, di cui a distanza di vent’anni ricordo ancora il nome: M.C. Purtroppo questo non è un romanzo e quindi non posso mentire dicendo che successe qualcosa di fenomenale che mi cambiò la vita. Tuttavia l’istruttore, un giorno, ci mise insieme a fare un circuito di esercizi chiedendo a me di seguire M.C. e, eventualmente, correggerne la postura durante l’esecuzione di alcuni di essi. Per farlo dovetti toccargli spesso gambe e mani. Quello che doveva essere un tocco puramente distaccato e strumentale diventò per me, in segreto, un contatto che significava di più, perché questo M.C. mi piaceva parecchio. Naturalmente fui così discreto che lui non si accorse di nulla. Ero sì prigioniero del mio corpo, scollegato dagli altri, ma da quel corpo siderale aspettavo una qualche forma di salvezza. Ricordo che il giorno dopo ero così elettrizzato ed entusiasta di quel contatto apparentemente casuale che avevo la testa tra le nuvole: mi era bastato quel nulla-di-fatto per squarciare una ferita.

Credo che questo genere di esperienza sia comune a molti gay – e non solo a loro. Inoltre, chi per anni ha rifuggito il contatto fisico per paura di quello che avrebbe potuto provare col suo corpo e ha finito per sentirsene quasi distaccato, spesso lo recupera di colpo quando ha le prime esperienze sessuali. ll sesso può essere, in questi casi, la scorciatoia per scoprire il proprio corpo in relazione a quello altrui. Ma non costituisce un progressivo avvicinarsi, bensì è come un urto violento che stordisce i partecipanti. E’ come chi, temendo l’acqua fredda, vi si tuffa il più velocemente possibile, trattenendo il respiro, fa quattro bracciate a nuoto e poi esce fuori. Può dire di avere conosciuto la sensazione di amalgamarsi all’acqua o di aver avvertito il proprio movimento in intima sintonia con quello delle onde? Non si è trattato, piuttosto, di uno shock? E’ possibile, infatti, fare sesso e, allo stesso tempo, non entrare troppo in contatto con il corpo altrui, dove lo sfiorarsi e il toccarsi può essere anche il simbolo di un’apertura della mente all’altro. Si può fare tutto il sesso che si vuole e, allo stesso tempo, rimanere intrappolati nella rigidità del proprio corpo, chiuso e isolato. Insenzienti. Lo so perché l’ho sperimentato di persona. Lo so perché, osservando certi ragazzi con cui ho fatto sesso, mi sono accorto che in realtà non prendevano in considerazione né il mio né il loro corpo, ma li usavano entrambi – o una loro parte – come uno strumento avulso da tutto il resto. Io non ero io, non ero nemmeno il mio corpo: tutt’al più ero un organo genitale. E mi sono reso conto che in quell’istante la loro distanza e il loro "non darsi" pur dando una parte di sé rispecchiava esattamente quello che a volte è stato anche il mio comportamento.

Forse, il modo migliore di abitare nel proprio corpo è ignorare di averne uno. Se se ne avverte la presenza in continuazione è esattamente come tentare di muoversi guardandosi allo specchio: lo sguardo su di sé blocca l’istinto, distorcendolo. Non pensiamo più a fare, ma ci preoccupiamo del come lo facciamo. E lo sguardo sul proprio corpo – specie durante qualsiasi manifestazione amorosa – ne mette in risalto i difetti, paralizzandolo ancor di più e riportandolo a quello stato di legnosità non senziente che cerchiamo di superare. Come si può rientrare in questo corpo se i nostri occhi ce lo rendono estraneo? Immobilizzarsi non è una soluzione. Così come non è una soluzione trattenere il respiro, tuffarsi e trasformare il corpo in una macchina da sesso, ma priva di sensibilità.

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11 risposte a Del corpo (I)

  1. Monsieur Poltron ha detto:

    Lo scorso anno mi sentivo talmente infelice che decisi di fare una cosa assurda per me, che sono sempre stato negato per gli sport ed avevo il terrore dell’acqua: prendere lezioni di nuoto. Ovviamente non sono un buon nuotatore, ma il semplice fatto di trovarsi in acqua, di muoversi con sufficiente agilità e di trovarmi in un elemento che mi sorreggeva pur senza essere solido è stato per me una sensazione talmente esaltante che al ritorno dalla lezione ero in preda ad una specie di euforia.
    Per la mia esperienza, quindi, direi che la cosa migliore è il semplice SENTIRE di avere un corpo.

  2. rosalux ha detto:

    Non so se a te è piaciuto brokeback mountains, a me sì, e mi hai ricordato la scena (secondo me molto efficace) del loro primo rapporto sessuale, che è esattamente quello che descrivi tu: una specie di precipizio, di tuffo nell’acqua gelata.
    Invece mi lascia perplessa questo:
    “Forse, il modo migliore di abitare nel proprio corpo è ignorare di averne uno.”
    Hai ragione se si parla di osservazione esterna. La “pratica” dell’osservazione dall’interno, osservazione neutrale e non ossessiva delle sensazioni, buone o cattive, della propriocezione, del rapporto di se’ con lo spazio, è una avventura straordinaria di “recupero” di se’.

  3. grammancino ha detto:

    Come non riconoscersi in quello che scrivi? La palestra, il malessere del proprio corpo, il sesso come arma di difesa, il rifiuto dell’altro in nome della propria integrità, etc. Io ho sempre percepito il mio corpo come un corpo estraneo, un ostacolo a me stesso, non alla mia sessualità. Non riesco a ignorare il mio corpo, perché gli altri non fanno altro che ricordare che quell’involucro sono io e forse non altro.

  4. caino ha detto:

    è bellissimo questo post, mi ha fatto pensare che dovrei scriverne uno anche io.
    il mio rapporto con il corpo è di un tipo condiviso da molte persone, ma che tuttavia non è augurabile e degno di essere perseguito.
    credo sempre che la mente si sfoghi principalmente sul nostro corpo, lo utilizzi per scaricare a terra, come una massa, una pura zavorra.

  5. Uyulala ha detto:

    Ricordo la mia adolescenza per difficoltà e rigidità molto simili alle tue. Sono etero, ma a causa di un’educazione molto rigida comunque il sesso era per me precluso “fino al matrimonio”.
    Avevo un amico, di cui ero segretamente innamorata. Un pomeriggio rientravamo da un’attività extrascolastica e lui, chiacchierando, mi prese a braccetto. Mi ritrovai a provare un calore intensissimo che mi partì dalla radice dei capelli e mi scese a colata di lava lungo tutto il mio corpo. Ne fui terrorizzata e chiesi al mio amico di sciogliere quel contatto.
    Ci misi molti, molti anni prima di riuscire a “sentire” quel corpo che allontanai tanto violentemente dalle percezioni in una sera di tanti anni fa, quando avevo 15 anni…

  6. tato ha detto:

    oh, io ho un ottimo rapporto col mio corpo, peccato che così pochi altri abbiamo un altrettanto buon rapporto col mio corpo!!!

  7. stefano ha detto:

    @ monsieur poltron: il nuoto, effettivamente, ha anche su di me questo potere euforizzante. Ma lo ha anche l’andare in bicicletta. Cose che ci fanno entrare in sintonia con il corpo in movimento, sottraendolo a un’osservazione “esterna”
    @ rosalux: hai colto esattamente il punto. Ovviamente il mio “ignorare di avere un corpo” si riferiva allo sguardo esterno, quello che “reifica” il proprio corpo e lo rende quasi un ingombro. Su Brokeback Mountain avevo scritto qualcosa: non mi era piaciuto moltissimo. Comunque non mi era piaciuto quanto mi sarei aspettato dal lancio pubblicitario estremamente entusiasta.
    @ caino, grammancino, uyulala: sono sorpreso (piacevolmente), perché pensavo che questa cosa che ho scritto non avrebbe incontrato molte “consonanze”. In realtà non è completa, ma c’è un seguito che ancora devo riuscire a formulare. (Già qui mi era parso di essere stato troppo opaco rispetto a quel che volevo dire)
    @ tato: beato te! Non ti resta che convincere gli altri 🙂

  8. andrea ha detto:

    Sarò anche ripetitivo,ma non posso non rifarti i complimenti!
    Le cose che hai scritto riguardo le sensazioni che si provano a quell’età e al rapporto col proprio corpo le ho provate e a causa anche magari della mia giovinezza non le ho ancora superate!
    Ho capito che da ora in poi se voglio scoprire e leggere chiaramente un po’ più il mio modo di essere,dovrò passare più spesso per questo blog!

  9. rosalux ha detto:

    Ci sono tre scene di quel film che sono parecchio belle: una è quella del primo rapporto, l’altra è quella del reincontro, la terza è quando entrano in scena i genitori di Jake Gyllenhaal. Ho trovato molto significativo il deperimento progressivo delle due mogli, e la descrizione della scia di dolore inutile che lascia lo stigma di un comportamento innocente. E a dirla tutta, Jake Gyllenhaal mi piace oltremisura 🙂

  10. stefano ha detto:

    @ andrea: grazie, ma aspetta a dirlo, perché non si sa mai 🙂 !

  11. aelred ha detto:

    Bellissimo post stefano.
    in un senso diverso anche il mio rapporto con il mio corpo è stato legato a doppio filo con al rapporto con il mio orientamento sessuale e la conoscenza di me stesso.
    quando ho cominciato a comprendermi e amarmi, ho cominciato anche a ricostruire il mio corpo. ma non ho ancora finito 🙂

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