Rinunce ansiolitiche

Stringo i denti, a poco a poco, ma sempre di più e fino a non rendermi conto che il mio volto sta diventando o è diventato una maschera rigida e tesa. Però, dopo la tensione, arriva sempre un momento in cui i muscoli si rilassano. E’ il momento in cui dico a me stesso: rinuncio. Magari ci credo solo per un attimo e una parte di me sa che non è vero, ma in quell’attimo la mia rinuncia (o pretesa tale) scioglie completamente la mia rigidità ed è come se a un tratto mi scorresse un potente ansiolitico nelle vene. La mente sgombra si fa più lucida: inalo ossigeno puro e mi sento quasi inebriato. Sono senza desideri. Ma non ho rinunciato alla speranza: no, questa forma di rinuncia non è un’abdicazione dalla vita. Quello a cui rinuncio – per il breve tempo che dura – è la mia stretta un po’ angosciata sulle cose, il mio incarognimento se non conseguo gli obiettivi che volevo raggiungere, la mia frustrazione. Per un attimo mi lascio tutto questo alle spalle. Apro il pugno rabbioso, dove le unghie lasciavano segni nella pelle, e guardo sorpreso la mia mano distesa. Quanto passerà prima che, lentamente e impercettibilmente, si richiuda ancora in un pugno?

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