Berlino (IV) – Architetture berlinesi e frequentazioni frou-frou

Ieri è stata una giornata dedicata all’edificazione culturale e all’astinenza sessuale, che si è spinta addirittura fino all’assenza di qualsivoglia forma di autoerotismo. Ho incontrato M. a Nollendorfplatz, che ho raggiunto dopo una lunga gimcana fatta di cambi di treno per via dei lavori di ricostruzione del ponte di Gleisdreieck, e dopo un pranzo al Café Berio in Maaßenstraße siamo andati con la S-Bahn fino all’Olympiastadion. Meta del nostro viaggetto era però la casa di Le Corbusier al sedici di Flatowallee. Quel blocco di cemento, cosí squadrato, con degli inserti colorati – poi in parte ripudiata dallo stesso Le Corbusier, ho letto, per via di alcune modifiche apportate al suo progetto originario -, ha un fascino indiscutibile, anche se è piazzato lì, in mezzo al nulla o quasi. Mentre eravamo nell’atrio e stavamo leggendo un pannello con la storia della casa, un ragazzo giovane e assai piacente si è avvicinato a noi e ha chiesto a M.: "Are you an architect?". Evidentemente M. ha la faccia da architetto e io no. Il ragazzo – a cui abbiamo dimenticato di chiedere il nome – si è rivelato essere uno studente francese di architettura, originario proprio di quella Marsiglia dove Le Corbusier si è scatenato con le sue "unités d’habitation". Nell’atrio ho attaccato bottone e ho cominciato a fargli un po’ di domande: se studiava a Berlino (no, stava facendo l’Erasmus a Colonia), che cosa aveva visitato della città, che cosa gli era piaciuto di più, se era andato al museo ebraico di Libeskind, se aveva visto la casa a forma di ferro di cavallo a Britz, se conosceva questo e quello. M. e io abbiamo messo le ali a una conversazione all’apparenza piuttosto dotta – il "beau minet" conosceva anche la nuova fiera di Milano di Fuksas -, ma dietro questo schermo di civiltà della conversazione ribollivano pensieri tutt’altro che puri. Il francesino, che avrà avuto poco più di vent’anni, ogni tanto arrossiva parlando, il che lo rendeva ancor più adorabile. E mentre parlavamo di architettura e di urbanistica, io mi immaginavo che quelle labbra stringessero qualcosa di più sostanzioso di semplici parole. E guardandolo, così serio e compreso di sé, io l’avevo già completamente spogliato con gli occhi della mente, lo avevo ricoperto di saliva e l’avevo ribaltato. Ormai ho l’occhio allenato del vecchio porco. Mi sono limitato a salutarlo con un "bon séjour à Berlin et bonne rentrée à Marseille".

La seconda tappa della nostra giornata è stata Fehrbelliner Platz. Fehrbelliner Platz non è un luogo battuto dai turisti, ma ne devo la conoscenza al libro di Brian Ladd, The Ghosts of Berlin, che non smetterò di consigliare agli amanti di questa città. In questa piazza, scrive Ladd, ci sono alcuni tra i pochi edifici nazionalsocialisti che si siano conservati dopo la guerra. Erano edifici probabilmente così irrilevanti dal punto di vista della geografia del potere che, terminato il conflitto, nessuno ha pensato di abbatterli, considerando la fame di costruzioni intatte. Oggi sono occupati da varie istituzioni federali. Il più interessante, al numero due, ospita infatti un ufficio del Senato di Berlino per lo sviluppo urbano. La piazza, però, è esteticamente rovinata dall’orrenda stazione della metropolitana: una specie di casotto arrotondato, color rosso mattone, che si apre davanti agli edifici e ne deturpa la visione. Questi edifici, infatti, formano un semicerchio e lo sguardo ne coglierebbe la simmetria, severa e imponente – anche se non "bella" in senso tradizionale -, che così è invece completamente spezzata. Un ulteriore elemento di discontinuità è rappresentatato dal municipio di Wilmersdorf, che è stato ridipinto di bianco e che stona con la pietra delle altre costruzioni. Per un momento mi sono baloccato con l’idea di un progetto che mirasse ad abbattere la stazione del metro e sostituirla con una più discreta, ripristinando così l’aspetto originario di Fehrbelliner Platz. Allo stesso tempo, però, immagino il putiferio che succederebbe se qualcuno, qui in Germania, proponesse una cosa del genere.

Alle dieci e mezzo di sera, infine, abbiamo incontrato altri due italiani – di cui non fornisco altri dettagli per esplicita volontà di uno dei due. Siamo andati in un bar molto frou-frou di Oranienstraße, a Kreuzberg. Il bar si chiama "Roses" e, oltre a essere minuscolo, come molti bar di Berlino, ha la caratteristica di avere pareti e soffitto completamente rivestiti di peluche rosa. Io e M. eravamo seduti in due matronali poltrone da cui potevamo tenere d’occhio l’ingresso. Specialmente io, con lo schienale appoggiato al muro in un angolo, mi facevo l’effetto di un vecchio troione che gestisce un bordello e presiede allo smistamento dei clienti. Davanti a me un quadro kitsch-pop con un Cristo che volge lo sguardo al cielo. Il locale si è riempito in un batter d’occhio: stavolta persone dall’aria assolutamente normale, senza alcuna pretesa di apparire diversi da ciò che erano. La sventura vuole però che in Germania sia consentito ancora fumare nei locali – e tutti, ovviamente, ne approfittano. Stamattina mi sono svegliato con il setto nasale intasato e con i vestiti che puzzavano di fumo rancido. I due amici italiani, essendo ancora giovani e pimpanti, sono andati in discoteca, mentre noi siamo andati a mangiare qualcosa – all’una e passa di notte – da un turco lì vicino. Per tornare ho preso ancora la U8, sono sceso in Rosenthaler Platz e sono risalito lungo Kastanienallee, incantevole e quieta. Mi sono maledetto perché ho il vizio di non fumare o, almeno, non ho mai sigarette con me, quando un ragazzo dall’aria un po’ androgina e smorfiosa mi ha chiesto se avevo una sigaretta. All’angolo con Schönhauser Allee un ragazzo dietro un carretto vendeva crepes, mentre una piccola fila di persone aspettava in ordine il proprio turno.

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2 risposte a Berlino (IV) – Architetture berlinesi e frequentazioni frou-frou

  1. avi ha detto:

    sempre, sempre portarsi dietro un pacchetto di sigarette di scorta (metterlo nella tasca dello zaino così non ci si pensa più: quelle maggiormente apprezzate sono le marlboro light o le camel, ovunque in Europa). te lo dice un non fumatore che ha capito qualcosa di chi fuma…

  2. Matthäi ha detto:

    Consiglio interessante.
    Ma se il motivo per cui si chiede una sigaretta è quello lì non c’è bisogno di un pacchetto di sigarette.
    E d’altra parte a me di sigarette ne hanno chieste spesso (ma credo che volessero proprio solo quelle, e anche se non fosse stato così io sono uno di quelli che non capisce mai i sottintesi).
    :S

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