Francis M. Mondimore: una storia naturale dell’omosessualità

Se la "storia naturale" è "lo studio e la descrizione degli organismi e degli oggetti naturali, delle loro origini, evoluzione e relazioni", allora lo psichiatra americano Francis Mark Mondimore si sente perfettamente giustificato – come spiega nella prefazione – a intitolare il suo libro A Natural History of Homosexuality, pubblicato dalle edizioni della Johns Hopkins University, all’interno di quell’ambito di studi che, negli Stati Uniti, si definiscono "gay studies". Scopo dichiarato dell’autore è "fornirvi i fatti essenziali. Ma spero di aver fatto di più. Spero di avervi persuaso che la comprensione dell’omosessualità richiede un’analisi da molteplici diverse prospettive: storica, biologica, psicologica e politica". Dopo aver terminato la lettura del saggio di Mondimore, io non posso che provare ammirazione per la lucidità e per la chiarezza di esposizione di studiosi come lui che, non a caso, non difettano in un paese come gli Stati Uniti, dove il pragmatismo ha la meglio sulle ragioni di un astratto filosofare. E il libro di Mondimore dà proprio quello che promette. Certamente – e per stessa ammissione dell’autore – i vari motivi sono solo accennati nelle linee generali, perché ogni settore richiederebbe uno o più volumi a sé stanti, ma il libro è un’ottima introduzione a chi voglia sapere di più che cosa significhi essere omosessuali.

Il testo di Mondimore è diviso in quattro parti, rispettivamente chiamate "Storie sessuali", "Biologia sessuale", "Identità sessuali" e "Politica sessuale". Nella prima parte Mondimore descrive il processo che porta alla nascita del termine "omosessuale" e fornisce alcuni esempi di "omosessualità prima dell’omosessualità". Il pregio di questo testo è – in generale – di non volere dire tutto, poiché questa sarebbe davvero un’impresa impossibile, ma di sapere scegliere alcune vicende e alcune figure che hanno un valore esemplare o che funzionano da perni intorno ai quali ruota il discorso sull’omosessualità. Nella parte storica Mondimore riepiloga l’atteggiamento dell’Antica Grecia nei confronti dei rapporti tra uomini, rapporti non definibili secondo il concetto attuale di omosessualità, ma soggetti a un forte grado di stilizzazione, così come lo era il fenomeno dei "berdache" in molte tribù indiane o certe pratiche di iniziazione sessuale che implicavano rapporti tra un uomo più maturo e un ragazzo e che avevano il valore della trasmissione della mascolinità. Solo in seguito – soprattutto per colpa del cristianesimo – si crea il concetto di sodomia (ancora legata al singolo atto che chiunque poteva compiere e non ancora definizione di una precisa categoria di persone). Inizialmente il termine "sodomia", anzi, è un concetto che raggruppa vari atti sessuali senza fine riproduttivo e quindi considerati "illegittimi" e "innaturali". Poi, prima di passare a descrivere la criminalizzazione dell’omosessualità da parte della medicina e della psichiatria, Mondimore ricorda un personaggio che, per le sue idee, era assolutamente in anticipo sui suoi tempi – e infatti non fu compreso e finì dimenticato e in miseria: Karl Heinrich Ulrichs: "La sua concezione dell’Urningo, l’omosessuale ‘naturale’, contrastava con la nozione sostenuta da altri che l’attrazione tra individui dello stesso sesso fosse un sintomo di degenerazione fisica o mentale o di malattia. Purtroppo la concezione dell’omosessualità come malattia mentale avrebbe finito per dominare la psichiatria".

Parlando di psichiatria, Mondimore descrive due approcci differenti. Il primo è quello di Krafft-Ebing, che pubblica nel 1886 la sua "Psychopathia sexualis", in cui la condanna ecclesiastica dell’omosessualità viene semplicemente adottata in ambito medico. Krafft-Ebing raccoglie nel suo testo solo esempi che solleticano i pruriti del lettore, in cui la tesi dell’equivalenza tra omosessualità e pazzia è definita a priori e in cui la raccolta dei dati è viziata da questo apriorismo. Diverso è il caso di "Sexual Inversion" di Havelock Ellis – il primo testo di lingua inglese sull’omosessualità -, un’opera più misurata in cui l’autore non presenta una serie di "casi" di individui con turbe psichiche, ma una serie di storie di vita di gente normale che, altrimenti, non avrebbero richiamato l’attenzione su di sé. Un capitolo è dedicato anche a Freud e, soprattutto, ai suoi successori che finirono per considerare – come Freud stesso non avrebbe fatto – l’omosessualità di per sé sintomo e prova di problemi mentali.

Il punto di svolta è rappresentato da un biologo, Alfred Kinsey, che per la prima volta decide di studiare i comportamenti sessuali dell’uomo (e, in seguito, della donna), partendo dalla raccolta obiettiva di numerosi dati, senza tirare conclusioni in anticipo, lasciandosi influenzare da pregiudizi: "Kinsey era sconvolto che comportamenti come l’omosessualità e la masturbazione fossero definiti ‘anormali’ e ‘patologici’ senza nessuna indagine su ciò che era ‘normale’. Kinsey criticò duramente quelli che formulavano ipotesi o tiravano conclusioni senza raccogliere prima oggettivamente e analizzare poi spassionatamente i dati". La scoperta di Kinsey è nota: i comportamenti omosessuali tra gli americani erano più diffusi di quanto si sospettasse. E non soltanto: omosessualità ed eterosessualità erano valutabili su una scala (la scala di Kinsey) ai cui estremi c’erano sì comportamenti esclusivi, ma che in mezzo comprendeva una serie di comportamenti intermedi. Se Kinsey è – ancora oggi – molto noto, non lo è la psicologa Evelyn Hooker, che alla fine degli anni cinquanta sottopone molte persone omosessuali a una serie di test (tra cui quello delle macchie di Rorschach) e il cui risultato è sbalorditivo – ma solo per coloro che ritengono l’omosessualità un disturbo psichico: i risultati non rendono possibile comprendere chi è omosessuale e chi non lo è, come invece sostenevano abitualmente gli psichiatri. Altri psichiatri che vedono i risultati dei test, a cui – in doppio cieco – sono stati sottoposti anche individui eterosessuali, non sono in grado di capire l’orientamento sessuale delle persone: uno smacco per chi ritiene l’omosessualità una patologia nervosa individuabile. Tuttavia, né gli studi di Hooker né quelli di Kinsey vengono presi sul serio al loro tempo – e la condanna dell’omosessualità da parte della comunità degli psichiatri continua imperterrita per altri vent’anni.

La formazione scientifica di Mondimore si manifesta appieno nella seconda parte, dedicata alla "biologia sessuale". Qui l’autore cerca di fare il punto sul dibattito sorto intorno all’opposizione tra "nature" e "nurture", ovvero tra una concezione essenzialista e una costruzionista dell’omosessualità. Sono pagine molto dense eppure molto leggibili, con le quali Mondimore ci introduce al ruolo degli ormoni nella formazione dei caratteri degli individui – e quindi, anche dell’omosessualità. Il suo discorso, tuttavia, non è improntato alla rozza causalità: certi modelli ed esperimenti – Mondimore cita, per confutarlo, quello dell’endocrinologo tedesco Gunter Doerner – risultano, se trasferiti dallo studio dei topi e applicati agli esseri umani, troppo semplificatori. Dopo aver presentato i dati fondamentali relativi alla biologia e al cervello umano, Mondimore passa al ruolo della genetica – e degli studi sul Dna – rispetto alla formazione dell’orientamento sessuale. Ora, dopo aver compreso il funzionamento del Dna, è evidente che la "teoria della degenerazione" lamarckiana – secondo cui tratti acquisiti potevano essere trasmessi per eredità – è sostanzialmente falsa. Vengono ricapitolati gli studi sui gemelli in relazione all’occorrenza dell’omosessualità, che sembrano dimostrare un’origine genetica della predisposizione all’omosessualità, senza che però il rapporto sia univoco: "L’eredità spiega solo in parte lo sviluppo dell’orientamento sessuale. (…) Condividere gli stessi identici geni non serve a prevedere un risultato identico nello sviluppo dell’orientamento sessuale". Per concludere questo capitolo, Mondimore sottolinea che "persino la comprensione più completa delle basi biologiche dell’orientamento sessuale traccerà solo una porzione della storia dell’omosessualità". La dicotomia "nature"/"nurture" è dunque sbagliata in quanto dicotomia quando in ballo ci sono comportamenti umani complessi, ma forse è più corretto parlare di una combinazione delle due: "l’orientamento sessuale è sottoposto a qualche controllo genetico, ma a operare ci sono anche altri fattori". L’orientamento sessuale – per fare un paragone – sarebbe un po’ come il linguaggio: il cervello di un essere umano ha un’innata capacità di sviluppare un linguaggio – qualunque esso sia -, ma dopo una certa età non è più possibile apprendere qualsiasi lingua come la lingua materna e non può più subire modifiche fondamentali. Allo stesso modo l’orientamento sessuale potrebbe essere una di queste caratteristiche comportamentali innate, impossibile da cambiare, né più né meno di quanto lo sia cambiare la propria lingua materna.

Definite la storia e la biologia dell’omosessualità, è importante capire come si declina politicamente questo concetto. Ma prima di parlare di politica sessuale, Mondimore fa una lunga – e utilissima – digressione sulle identità sessuali e sui "nomi" per definirle. Innanzitutto trova spazio la descrizione dello sviluppo dell’identità omosessuale, con un racconto preciso di che cosa succede a un individuo quando, dopo essere stato sottoposto per anni, a un ambiente più o meno omofobo scopre in sé quelle caratteristiche che vengono disprezzate dal suo ambiente. Si parla in questo caso di "omofobia interiorizzata", uno stigma che colpisce l’omosessualità e che il giovane riferisce a se stesso, provocandogli una sofferenza che si definisce in termini di "dissonanza cognitiva" – cioè un’esperienza di sé che non si sovrappone all’immagine che gli dà la società dell’ "omosessuale" in quanto individuo astratto. A questo punto, chi si scopre gay mette in campo una serie di strategie per gestire questo stigma: è il processo di liberazione di cui tanto si parla (e, tra parentesi, quando si dice "gay pride" è proprio di questo orgoglio che si parla: l’orgoglio di chi riesce ad affermare la propria identità omosessuale a dispetto delle avversità). Diversamente, si rischia di precipitare in un atteggiamento di "capitolazione". Dopo questo breve abc dei meccanismi dell’accettazione, Mondimore presenta una necessaria precisazione sui termini delle identità di genere e di orientamento, che spesso tendono a venire confusi (soprattutto in Italia): che cosa sono la transessualità, la disforia di genere, il travestitismo, la "travestofilia", la "transomosessualità", la bisessualità e via discorrendo.

La parte conclusiva del saggio di Mondimore si occupa invece di "politica sessuale" ed è significativamente intitolato "Dall’inquisizione all’olocausto". Ripercorrere velocemente le tappe della persecuzione degli omosessuali, concentrandosi su pochi episodi esemplari. Innanzitutto il famosissimo processo a Oscar Wilde, poi il meno noto caso di Philip von Eulenburg, amico intimo del futuro kaiser germanico Guglielmo II, per arrivare infine al trattamento riservato agli omosessuali dai nazisti. In questa serie di persecuzioni non manca un accenno a una recrudescenza sotto forma di cosiddette "terapie riparative" praticate da sedicenti psichiatri, in combutta con chiese per lo più di marca cristiana, al fine di "guarire" gli omosessuali – nonostante l’omosessualità sia stata da tempo depennata dall’elenco delle malattie mentali (anche questo un progresso politico di cui Mondimore rende conto nelle pagine dedicate alla politica dell’omosessualità. Molti di quelli che si rivolgono a questi "terapeuti" sono "uomini che cercano disperatamente di sfuggire all’odio della società nei confronti degli omosessuali – e al loro stesso odio interiorizzato – cambiando il loro orientamento sessuale. (…) Invece di aiutare questi pazienti a scoprire le origini delle loro emozioni negative su se stessi, questa ‘terapia’ li indottrina con l’idea che i loro sentimenti d’infelicità risultano unicamente e direttamente dalla loro omosessualità". Ma alla storia della condanna segue anche la storia della liberazione pubblica e politica dell’omosessualità, con i primi movimenti omosessuali (la Mattachine Society) e la grande rivolta di Stonewall: molti passi sono stati fatti e tanti altri sono ancora da compiere, con domande che restano ancora aperte.

Conclusa la lettura di A Natural History of Homosexuality, una domanda la vorrei fare io: non sarebbe il caso che qualche editore italiano s’incaricasse di fare tradurre e pubblicare questo saggio illuminante e necessario di Francis M. Mondimore?

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2 risposte a Francis M. Mondimore: una storia naturale dell’omosessualità

  1. augie ha detto:

    Stefano, l’ammirazione che provo per te è semplicemente sconfinata. Possibile che tu riesca a essere presente e puntale su letteralmente tutto? Ma come fai? Che invidia… Detto questo: grazie per la preziosa segnalazione e per l’ammirevole presentazione del testo di Francis Mark Mondimore, autore che non conoscevo.
    Piccola nota forse un po’ maliziosa, infine: la tua posizione relativamente alla concezione naturalistica dell’omosessualità pare da questo tuo reading un po’ cambiata rispetto al passato; essa si è fatta direi più simpatetica. Quando hai scritto ancora di queste cose in passato le tue posizioni mi parevano contrassegnate da un tetragono culturalismo. Ora sembri più aperto a includere nel tuo discorso gli apporti che le scienze naturali forniscono nella spiegazione (sì, spiegazione, e non solo “comprensione”) dell’omosessualità. Mi sbaglio, forse?

  2. stefano ha detto:

    Be’, io devo rendere conto di quello che dice un autore, no, mica posso sovrapporgli la mia voce. Diciamo che ci sono buoni argomenti – ma tengo a sottolineare che nemmeno Mondimore è monocausale.
    La mia posizione – sai – è che tutto sommato è indifferente da che cosa abbia origine l’omosessualità. Io voglio comunque valutare di più la libertà di scelta degli individui: vorrei che un individuo venisse rispettato per quello che è o fa, indipendentemente dal fatto che lo faccia per “natura” o perché l’ha “scelto”. Su queste cose tornerò comunque a scrivere – non subito, perché mi rendo conto che in ‘sti giorni mi si sta *frocizzando* molto il blog 😀

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