Psicoanalisti che hanno la faccia come l’ostensorio

Dev’essere arduo, per un giornalista, scrivere un pezzo per un lancio d’agenzia il cui contenuto è purissima aria fritta. La mia massima solidarietà va dunque al redattore che, con la sigla Pat, ha scritto ieri, per l’Agi, un piccolo resoconto sull’intervento di Mario Binasco, al seminario omofobo organizzato dal 20 al 23 febbraio presso l’Università Lateranense. Mario Binasco insegna "Psicologia e Psicopatologia dei legami familiari" all’Istituto Giovanni Paolo II, fondato per espresso desiderio del signore polacco deceduto l’anno scorso. E’ uno psicoanalista, dunque, cioè la versione moderna dello sciamano o il prete di chi, magari non credendo in dio, ha tuttavia ancora bisogno della figura del sacerdote – e questo lo dico per chiarire in che stima io tenga la presunta scientificità di quella mitopoiesi che è la psicoanalisi.

Riporto, alla lettera, per come le leggo nel lancio d’agenzia, le parole di Binasco. Giudichino i lettori se è il caso di ridere o di piangere. Qualunque sia la scelta, non si potrà non convenire che si tratta di purissimo fumo, di vuoto pneumatico, di nulla rivestito di niente: "Freud è stato uno dei grandi della modernità, forse unico per essersi interrogato sulla realtà umana e l’essere umano che, figlio del Logos, stabilisce relazioni con gli altri secondo il Logos, secondo una logica che apparentemente si capisce ma che, come diceva Freud, per una parte non piccola resta nel mistero e bisogna leggerla tra le righe". Caro Binasco, verrebbe voglia di rispondergli: parli per lei e per i cialtroni come lei, perché io non so di chi lei sia figlio, io di certo non lo sono di questo signor Logos, che non so anzi chi sia. Il fumo si fa poi più denso quando Binasco – stipendiato dalla chiesa cattolica – ci propina amenità di questo genere: "Più del sapere conta la soddisfazione per l’essere umano nel rapporto con l’altro e può nella ricerca della soddisfazione scattare l’innamoramento pure per una persona dello stesso sesso: l’omosessualità quindi non è una variante della sessualità umana ma l’espressione di una tensione, di una tendenza in discontinuità con l’identità sessuale. La differenza tra i generi (…) è una componente fondamentale della personalità, un modo d’essere di comunicare, e vivere l’amore umano". Insomma: ci si può innamorare di una persona dello stesso sesso, se però ciò accade è perché siamo disturbati – si badi bene: disturbati, disordinati dentro, come dice santamadrechiesa, non malati -, mentre l’ "amore umano" è un’altra cosa, e c’è solo quando – traduco dall’ "alberoneggiamento" dello psico-nazi-analista, con pugno di ferro in guanto di velluto – un maschietto infila il suo pistolino nella fessurina della femminuccia e amen.

Il giornalista dell’Agi iniziava il suo pezzo dicendo: "Ne hanno discusso per quattro giorni e si sono ritrovati alla fine in sintonia con Sigmund Freud…" e poi non proseguo perché anche a lui il fumo d’incenso deve aver fatto perdere il dominio sulla sintassi (traduco: non si capisce più un cazzo, da un punto di vista puramente grammaticale, intendo). Segnalo quest’incipit semplicemente perché rivela come la chiesa cattolica è una specie di massa gelatinosa informe che cerca di inglobare tutto, sfruttando qualsiasi teoria purché le frutti un qualche vantaggio – e in genere il vantaggio è il potere sulle coscienze, e quindi sulle vite, altrui. A me viene da ridere, ora, vedendo che cercano di cooptare persino Freud che, notoriamente, era ateo. Ma la chiesa cattolica è come la famosa massaia che non butta via niente quando si tratta di cuocere il suo rancido minestrone omofobico. Forse è anche il caso di ricordare che la posizione di Freud sull’omosessualità non era così chiusa (ovvero: definita una volta per tutte) da consentire né la pratica psicoanalitica dei suoi successori che miravano alla "conversione" degli omosessuali all’eterosessualità – operazione, anzi, che nella famosa lettera alla madre di un omosessuale Freud dichiarò insensata quanto un’eventuale operazione di segno opposto – né il suo reclutamento tra i ranghi della liberazione dei gay, poiché per lui, comunque, l’omosessualità era da ricondurre anche a una mancata subordinazione degli istinti sessuali al principio della genitalità. In ogni caso la combinazione delle due chiese – la cattolica e la psicoanalitica – produce effetti aberranti e perniciosi.

Nel programma del seminario lateranense c’era scritto che "offre un approfondimento dei rischi che comporta la negazione della differenza sessuale". Per studiare i rischi che invece comporta la negazione della sessualità tout court, basta invece osservare gli adepti della chiesa cattolica e gli psicoanalisti che gli vanno dietro.

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4 risposte a Psicoanalisti che hanno la faccia come l’ostensorio

  1. avi ha detto:

    ma i giornalisti italiani non sono un ossimoro vivente ?

  2. stefano ha detto:

    Non tutti: messa così è davvero un po’ banalotta. Oltretutto qui non accuso proprio il giornalista dell’Agi, che deve davvero aver fatto fatica per riferire quello che diceva il tale Binasco. Il punto della faccenda è un altro, no?

  3. augie ha detto:

    Già, dopo averla ferocemente avversata per tutto il Novecento ora la Chiesa Cattolica recupera la psicoanalisi, nei suoi aspetti più regressivi abbandonati oramai dalla stragrande maggioranza degli psicoanalisti stessi, per puntellare la propria concezione antropologica eteronormata… Hanno veramente la faccia come il culo.
    Per quanto riguarda Freud il discorso è complesso. Certamente Freud, almeno nelle sue prime teorizzazioni (a esempio nei Tre saggi sulla teoria sessuale, del 1905) concettualizza l’omosessualità come una fissazione a uno stadio non compiutamente maturo del normale sviluppo psicosessuale. D’altra parte però, come scrive Fabiano Bassi nell’introduzione a un volume dedicato a “L’omosessualità nella psicoanalisi” pubblicato da Einaudi nel 2000, “in momenti successivi Freud si mostrò molto disponibile a eliminare dalla sua concettualizzazione dell’omosessualità la presenza di qualsiasi coloritura patologica e a considerarla alla stregua di uno tra i tanti possibili orientamenti sessuali”. Le posizioni di Freud sull’omosessualità insomma mostrano “una modernità e un’apertura mentale davvero inusuali per una persona dei suoi tempi”. Tu citi giustamente la famosa “lettera a una madre americana”, ma importante è anche la sua presa di posizione favorevole a proposito della possibilità di concedere alle persone omosessuali l’accesso alla formazione psicoanalitica a alla professione di psicoanalisti, possibilità che gli altri membri dell’establishment psicoanalitico non volevano concedere (e che alla fine riuscirono a non concedere). Tra le diverse esplicite e pubbliche affermazioni in senso depatologizzante riguardo all’omosessualità vi fu poi la firma che nel 1929 Freud appose a un manifesto di intellettuali che si battevano per la depenalizzazione dell’omosessualità. Bravo Sigmund, vien proprio da dire.
    Ahimè con la morte di Freud nel 1939 le cose precipitano: “L’omofobia di un grande numero di psicoanalisti, che le lungimiranti posizioni freudiane avevano contribuito a tenere a freno, ebbe allora libera possibilità di espressione e non tardò a permeare di sé le posizioni che la psicoanalisi andava ufficialmente a assumere a proposito del tema dell’omosessualità”. (Fabiano Bassi).
    Ora questa lunga e triste storia pare volgere al termine (a parte gli odiosi colpi di coda dei vari e squallidi Binasco). Forse la fine di questa storia coincide con la fine della psicoanalisi stessa. Se è così pazienza,, ce ne faremo una ragione. Ciò che infatti viene prima e è più importante siamo, come dire?, noi.

  4. stefano ha detto:

    Già, Augie: avevo completamente dimenticato l’appoggio di Freud alla petizione (di Hirschfeld?) per abolire l’articolo 175 in Germania. Del resto, non volendo scrivere di Freud, ho lasciato da parte molte altre considerazioni. Certamente è vero che gli psicoanalisti che sono venuti dopo sono stati “più realisti del re”, come si dice solitamente.
    Personalmente ritengo che la psicoanalisi – come, in altri ambiti, il marxismo – ha avuto una sua utilità perché ha spinto a chiedersi se la facciata della realtà nascondesse altre motivazioni. Ma da qui a credere che si tratti di una scienza vera (cioè verificabile oggettivamente, con esperimenti, e traducibile in linguaggi matematici) ce ne passa molto. E’ una narrazione – interessante, spesso appassionante – e una “filosofia” in senso lato. Ed è vero: quando finirà in quanto metodo di “cura”, noi resteremo comunque.

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