Randy Shilts: cronaca dei primi anni di una crisi

Sono passati ormai quasi venticinque anni da quando, negli Stati Uniti, si sentì parlare per la prima volta di una strana malattia che mieteva le sue vittime soprattutto all’interno della comunità gay. Venticinque anni: un quarto di secolo – e ci sono giovani che sono nati e vissuti sotto la cattiva stella di quella sindrome che poi sarebbe stata battezzata "da immunodeficienza acquisita". Per ripercorrere i primi anni – dal 1980 al 1986 – di una triste storia, che ancora non vede certezze definitive né, tantomeno, una felice conclusione, si può leggere – come ho fatto io in questi giorni – quello che è diventato un classico del giornalismo americano su questa materia: And the band played on di Randy Shilts. Il libro di Shilts – oltre seicento pagine, documentatissime e puntigliose – è stato pubblicato per la prima volta nel 1987 ed è quindi una testimonianza sincronica alle vicende che narra. L’autore racconta in presa diretta una storia che si manifesta in tutto il suo orrore proprio in quegli anni e la racconta dall’interno del tunnel, senza una via d’uscita in vista. E’ anche questo aspetto che rende il suo libro affascinante e irrinunciabile per chi voglia comprendere come è cominciato tutto quanto.

Per Randy Shilts lo spartiacque è la malattia di Rock Hudson nel 1985, che segna un prima e un dopo. Rock Hudson, infatti, è la prima celebrità che si ammala di Aids e che rende nota – anche se non immediatamente – la propria condizione. Da quel momento la copertura massmediatica della nuova sindrome, che in precedenza era stata alquando timida, diventa massiccia. Se l’Aids avesse continuato a essere prerogativa di gruppi marginali – o reputati tali – come gli omosessuali o i tossicodipendenti, osserva Shilts con amarezza, ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima che penetrasse nella consapevolezza dell’americano medio. La storia narrata fino a quel momento, infatti, è soprattutto una storia fatta di omissioni e di immani fatiche per ottenere i finanziamenti, costantemente negati nonostante la malattia venisse, a parole, considerata la "priorità sanitaria numero uno", rivelando nei fatti una divisione dei cittadini degli Stati Uniti in due gruppi: cittadini di serie A, per la cui vita vale la pena fare degli investimenti, e cittadini di serie B, di cui non si sarebbe sentita troppo la mancanza se fossero tutti scomparsi.

"And the band played on" prende le mosse dal 1976, quando una dottoressa danese che lavora a Kinshasa si ammala di una malattia misteriosa e talmente debilitante da farla morire. Dopodiché la scena si sposta verso San Francisco agli inizi degli anni ottanta, un periodo in cui la comunità gay si è ben affermata e sembra avere conquistato, oltre che visibilità, anche numerosi diritti e, soprattutto, rappresentanza e incidenza notevoli a livello politico. In questo contesto che sembra prefigurare un futuro radioso si manifestano, tra uomini poco più che trentenni, alcuni casi di sarcoma di Kaposi – un raro cancro della pelle che in precedenza colpiva quasi solo persone anziane – e di polmonite da "pneumocystis carinii", un batterio che normalmente non provoca danni in individui dal sistema immunitario integro. Sono pochi, all’inizio, che prendono sul serio questi fenomeni o che pensano a una nuova epidemia, anche se qualcuno ha già lanciato qualche segnale d’allarme per la diffusione endemica di malattie a trasmissione sessuale. Da quel momento è un’escalation e il libro di Shilts riporta, con regolarità – come in una sorta di litania -, i numeri sempre crescenti di malati e morti forniti dall’ufficio statistico del centro per il controllo delle malattie.

Quando finalmente qualcuno si rende conto della gravità degli eventi ha inizio la vera e propria tragedia. Una tragedia che non è fatta soltanto di malattia e di morte, ma anche di negazione di quello che sta succedendo. A negare sono molti esponenti della comunità gay, che accusano chi ha lanciato l’allarme di "omofobia interiorizzata" o di "omofascismo", ma sono anche e soprattutto l’establishment e gli organismi statali, che tengono stretti i cordoni della borsa. Non dimentichiamoci infatti che gli anni ottanta sono gli anni in cui governa Ronald Reagan, un presidente che non brilla certamente per progressismo e che, fino al 1986, non menziona mai una volta l’emergenza dell’Aids. Il problema dei finanziamenti alla ricerca e alla prevenzione – sempre insufficienti nonostante gli appelli di medici e attivisti – attraversa come un filo rosso tutta la narrazione di Shilts, rendendola particolarmente angosciante, perché il messaggio che trasmette è: "Si potrebbe fare qualcosa, ma mancano i soldi". Con il senno di poi – che manca, ovviamente, a Shilts, il quale racconta gli eventi più o meno in contemporanea o con uno scarto temporale ridotto – ci si chiede in che misura si sarebbe potuta frenare la diffusione dell’Aids se fossero stati predisposti interventi più decisi e diretti sin dall’inizio.

"And the band played on" è anche una storia di lotte e rivalità. Shilts racconta le divisioni tra i vari gruppi in cui è frazionata la comunità gay, descrive la rivalità tra il Cdc (il centro per il controllo delle malattie) di Atlanta e i Nih (gli istituti per la sanità nazionale) di Bethesda – rivalità che ovviamente frena la ricerca di una soluzione alla crisi -, non tace sullo scandalo sorto intorno alla scoperta del virus dell’Hiv. E’ faccenda nota, infatti, che il retrovirus considerato responsabile dell’insorgenza dell’Aids è stato scoperto dai ricercatori dell’Institut Pasteur di Parigi, guidato da Luc Montagner, e che Robert Gallo se ne è appropriato facendolo passare per proprio e cambiandone il nome da "Lav" a "Htlv-III". Solo per evitare il rischio di una causa internazionale si è giunti in seguito a un accordo tra Usa e Francia e il virus è stato ribattezzato "Hiv".

Il reportage di Shilts narra anche le vicende di quegli uomini e di quelle donne in carne e ossa che si trovano, inaspettatamente, catapultati in una crisi sanitaria senza precedenti. Il racconto delle loro vite e delle loro esperienze, delle loro reazioni e delle loro battaglie è spesso condotto con l’ausilio di documenti di prima mano: lettere, diari, testimonianze e interviste. "And the band played on" è, a sua volta, costruito con un ritmo serrato. I capitoli e i paragrafi sono per lo più abbastanza brevi e si succedono rapidamente, cambiando in continuazione scenario e riprendendo senza sosta i "protagonisti" della vicenda, il che facilita la lettura. Infatti, pur essendo un testo denso di fatti – è una vera e propria miniera di informazioni – come nella migliore tradizione del giornalismo americano d’inchiesta, mantiene una qualità narrativa che avvince il lettore. Impresa, questa, non di poco conto, considerando la mole del libro e l’argomento poco allegro. A tratti si ha la sensazione di leggere già la sceneggiatura di un film, per come è strutturato. Non mancano, secondo me, alcune ingenuità, come per esempio una certa ossessione per l’idea delle "origini", che tradisce una lieve semplificazione della complessità del problema. Tutto il libro, infatti, è percorso dall’idea del "momento zero" in cui tutto sarebbe cominciato o del "paziente zero" che avrebbe scatenato tutta l’epidemia e che viene identificato nell’ormai paradigmatico steward canadese Gaétan Dugas. Così come soggiacente a tutto il racconto è il mito molto radicato nella psiche americana della lotta solitaria di un eroe (o di pochi eroi) che, nonostante tutte le avversità, cerca di imporsi e perseguire la sua missione. E’ un po’ il mito della conquista dell’ovest, dello sfondamento delle frontiere. Ma, pur facendo la tara su questi piccoli trucchi narrativi, "And the band played on" resta un testo che consiglio a tutti coloro che non sanno o che non ricordano quello che succedeva venticinque anni fa. (E, per inciso, sembra che siano tanti anche in Italia oggi se è vera la notizia diffusa dall’Arcigay in questi giorni secondo la quale nell’ultimo anno sono aumentate le infezioni da Hiv per via sessuale e, per la prima volta, il governo italiano attualmente in carica non intende coinvolgere le associazioni gay nei programmi per promuovere la prevenzione e la lotta all’Aids).

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7 risposte a Randy Shilts: cronaca dei primi anni di una crisi

  1. v. ha detto:

    Non so Stefano se hai letto dell’indagine dell’Anlaids, appena pubblicata, che mostra come siano in aumento in Italia i sieropositivi fra gli omosessuali.
    Saranno contenti al Ministero della Sanità; è infatti sicuramente quello che desideravano: da quando è Presidente del Consiglio il Cavalier Banana infatti non è MAI stata fatta una campagna di informazione e prevenzione sull’Aids specificatamene rivolta gli omosessuali (ma più in generale non mi risulta che negli ultimi anni sia mai stata fatta alcuna campagna informativa sull’Aids, a parte il sublime opuscoletto di un paio d’anni fa, se ricordo bene, rivolto alle scuole e nel quale non veniva MAI menzionato il preservativo e veniva consigliato come metodo di prevenzione delle malattie a trasmissione sessuale l’astinenza.

  2. Trespolo ha detto:

    In quel periodo lavoravo, quasi fresco laureato, nel centro informatico di una clinica universitaria. Ne sono capitate di belle e, all’inizio, erano sbalestrati pure i medici e il personale infermieristico.
    Ricordo gente che arrivava al lavoro travestita da sub o quasi, persone che rifiutavano l’esame per la paura di essere marchiati se positivi, i trasferimenti in massa e al minimo sospetto dei pazienti al reparto infettivi, e discussioni interminabili su come fare ad operare uno o una che aveva rifiutato l’esame.
    Ora invece ho l’impressione che la malattia sia stata metabolizzata e che le difese, anche da parte di persone informate, tendano a calare. Purtroppo.
    E lasciamo perdere l’atteggiamento ipocrita della chiesa che già sono incazzato oggi e non mi va di alzare oltre il livello.
    Buona giornata. Trespolo.

  3. stefano ha detto:

    @ v. Sì, ho letto: è quanto ho scritto succintamente anch’io, in fondo, tra parentesi – attribuendo per errore le affermazioni all’Arcigay. Mi domando poi quando in Italia si sia fatta informazione esplicita e senza finti pudori.
    @ trespolo: l’esperienza che racconti è, più o meno, quella che descrive anche Shilts (le paranoie eccessive, le tute da sub, i timori di “internamento” ecc. ecc.). E credo che tu abbia ragione riguardo al fatto che, soprattutto i più giovani, abbiano “metabolizzato” il rischio e stiano abbassando troppo la guardia rispetto a chi, come me, ha avuto le prime esperienze sessuali proprio nei primi anni dell’Aids.

  4. v. ha detto:

    In effetti mi era sfuggito, non so perché, la tua ultima considerazione, espressa tra parentesi, che diceva già quello che ho scritto poi io nel mio commento. Comunque il carattere omofobico della scelta di non realizzare una campagna di informazione e prevenzione sull’Aids specificatamene rivolta agli omosessuali mi sembra evidente.

  5. Trespolo ha detto:

    @July, hai ragione su tutti i fronti: non informare o farlo in modo blando è assolutamente sbagliato e, purtroppo, sono anni che non vedo una campagna seria (anche se, essendo un felice non possessore di tv non faccio molto testo).
    Parlavo, qualche tempo fa, di questo argomento con un amico avvocato e lui era giunto alla conclusione che potrebbero esserci, per questa mancata attività di informazione, addirittura gli estremi per una denuncia riferita a non ricordo quale reato. Non sarebbe male se qualche Associazione alzasse il problema, visto che farlo da soli è quasi impossibile e da noi il “class act” non è previsto; non ancora almeno.
    Non è per nulla consolante come, lo stesso livello di disinformazione, sia riservato anche ad altre malattie (vedi epatiti varie, etc…) non meno pericolose e debilitanti; se considero inoltre che, fino a poco tempo fa, erano ancora in circolazione vaccini stabilizzati col mercurio e ancora adesso è difficile ottenere dalle strutture pubbliche un vaccino trivalente per i bimbi, direi che il quadro è completo.
    Drammaticamente completo.
    Buona giornata. Trespolo.

  6. tato ha detto:

    mi ricordo che il primo articolo che lessi, allora, su una rivista scientifica, parlava del riscontro, nella S. Francisco area, della c.d. “gay bowl syndrome”.
    era il 78, e mi ero appena laureato in medicina.

  7. stefano ha detto:

    Sì, insomma, la “cacarella gay” (però – da linguista – mi tocca correggerti: bowel e non bowl, che mi fa pensare a bowling 😉

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