“Portrait of this blogger as a young poofster” – parte prima

Il finocchietto in fieri che fui quand’ero bambino presentava già tutti i sintomi collaterali della sua futura evoluzione sessuale, ma allora non c’erano aruspici in grado di districarne il groviglio e di dirgli, in tono solenne: "Sarai gay!". Eppure la sua infanzia fu così scandalosamente leggibile nella sua tipicità: pallido e solitario, evitava le compagnie numerose e si ritirava in un angolo e forse s’inventava mondi che non c’erano; rifuggiva il gioco del calcio come il demonio l’acqua santa; non si mischiava con i suoi coetanei ma ascoltava, rapito e silenzioso, i discorsi spesso incomprensibili o banali degli adulti; facilmente lo si trovava con in mano qualcosa da leggere – fossero fumetti, riviste, libri o persino i fotoromanzi delle amiche della madre. Aveva, già allora, il pallino delle lingue straniere: come biasimarlo, giacché tutti gli insoddisfatti cercano scampo in un altro abito linguistico, la prima forma di travestimento e di recitazione. Così cominciò, da solo, a sei anni a studiare inglese – se si poteva definire studiare quel ripetere parole sconosciute e strutture grammaticali elementari – su un manuale che, per uno scherzo in anticipo della sorte, era stato scritto da quella che oltre un decennio dopo sarebbe stata sua professoressa di letteratura inglese all’università. Da piccolo s’innamorò di, in ordine cronologico: Sylvie Vartan, Patty Pravo, Amanda Lear. Tutte bionde, tutte un millimetro al di qua o al di là dell’androginia più sfrontata. Lo spaventavano invece Donna Summer e Grace Jones, ma forse era solo l’indice della sua precoce elezione del Nordeuropa a eden personale, a discapito delle abbronzature naturali dei tristi tropici. Ancora oggi rifugge il sole e i climi troppo caldi, preferendo ritirarsi all’ombra e subire i rigori climatici del Nord. Quelle furono dunque le sue uniche "icone gay": avute quelle non sarebbe caduto, in età meno acerba, preda delle malìe di altre come Madonna o Kylie Minogue. L’adolescenza trascorse, almeno da questo punto di vista, senza scossoni. A otto anni s’innamorò di un efebico Miguel Bosé, ma allora non avrebbe usato questo verbo, così incongruente – era il messaggio universale non dichiarato – se era un maschietto ad applicarlo a un altro maschietto. Solo qualche anno dopo ne avrebbe scrutato con rapimento, sotto la tuta elasticizzata da ballerino, il rigonfiamento inguinale sulla copertina di una rivista musicale ad alta tiratura. Ma tutto questo apparteneva al reame dell’inconsapevolezza: il bambino era semplicemente perverso polimorfo e non lo sapeva.

Quando scivolò invece dall’inconsapevolezza all’intenzionalità? Quando cominciò a desiderare altri ragazzi? Quando il suo sguardo si posò, per la prima volta e con intento preciso, sugli altri maschi? Che cosa significò per lui la parola omosessuale e, soprattutto, quando la udì pronunciare per la prima volta, in quel nido di provincia di cui oggi rammenta solo i lunghi inverni?

Non ricorda quando la sentì per la prima volta, né ricorda i sinonimi denigratori che pure avrà sentito articolare intorno a lui, senza coglierne il senso – così come non coglieva il senso di quel "putana", pronunciato così, alla lombarda, monco di una "t". Il concetto penetrò nella sua coscienza alle soglie dell’adolescenza: se il danno era stato compiuto, se il veleno dell’omofobia era stato iniettato – quel veleno che comincia con l’intossicare il giovane finocchio che è, al medesimo tempo, giudice e imputato -, ormai l’evento non doveva più essere reversibile e le escrescenze ideologiche avevano già proliferato sulla nuda realtà, come fa il muschio che copre la pietra spoglia e liscia.

Ebbe mai a che fare direttamente con qualcuno che fosse definito o riconosciuto come "omosessuale"? No, ma l’unico individuo in tutta la frazione della cittadina in cui era nato e viveva del quale fosse nota l’omosessualità – e la convivenza more uxorio con un altro uomo, e straniero per soprammercato! – era, per un gioco delle coincidenze, un tale M.B., il fratello di una cara amica della madre, a lui assai nota. Lui, però, non ebbe mai occasione di vederlo e ora non saprebbe nemmeno dire quando esattamente l’involucro della parola ("omosessuale" o, con pudìco eufemismo, "così") inglobò definitivamente quell’uomo. Tuttavia, a poco a poco, quella figura di omosessuale coraggioso – coraggioso perché pubblico, in una cittadina della provincia insubre alla fine degli anni settanta o all’inizio degli anni ottanta – ascese allo status di archetipo dell’omosessuale fino a diventare, nella sua percezione, l’ "unico omosessuale" del "triste luogo natìo".

[SEGUE…]

Questa voce è stata pubblicata in La gaia scienza. Contrassegna il permalink.

7 risposte a “Portrait of this blogger as a young poofster” – parte prima

  1. cascade ha detto:

    anche io leggevo molto e schifavo i coetanei, ma il calcio -adoratissimo e giocatissimo- mi ha reso eterosessuale.

  2. stefano ha detto:

    Niente seguzze adolescenziali negli spogliatoi?

  3. tato ha detto:

    Mah, che affermazione proditoria, cascade!

  4. stupidboy ha detto:

    trovo buffo che invece, la prima diva di cui m’innamorai fu proprio la selvaggia e spaventosa Grace Jones, quella dell’inizio degli anni 80, con il taglio di capelli a spazzola e gli abiti maschili.
    mi parve da subito l’incarnazione d’un ideale di bellezza alieno e ambiguo, per questo interessante, che mi terrorizzava (ero bimbo assai facile agli incubi notturni) ma mi attirava irrimediabilmente.
    durante l’infanzia fui anche vittima di un innamoramento per Stephanie di Monaco, che con i capelli corti assomigliava a Miguel Bose’.
    riguardo a quest’ultimo, ripensandoci ora, trovo strabiliante che nulla della sua ambiguita’ ai miei occhi trasparisse… lo trovavo perfettamente integrato, non percepivo in lui qualcosa di inconsueto…
    tuttavia, anche adesso, vaste dosi di effeminatezza in un uomo poco mi sconvolgono. rimango sempre sorpreso quando qualche amico se ne esce con frasi del tipo “quello non mi piace perche’ e’ troppo ‘donna’”, quasi sempre mi trovo a pensare “boh, a me non pareva…”…

  5. cascade ha detto:

    no ste. proprio no. cioè, mi hanno raccontato di tutto, ma mi domando com’è che attorno a me ci fosse la calma piatta.
    e mi rifiutavo pure di giocare con le varie parrocchie, la mia era una squadra laica e in molti ce l’avevano con la madonna e con san michele.
    io volevo essere capitan futuro, e forse un po’ franco baresi. e insomma mi piaceva quella di ritorno al futuro.

  6. stefano ha detto:

    Caschy, allora non ho perso niente. Be’, meglio così…
    Stupidboy: la Grace Jones che conobbi io nel ’77 era quella completamente rasata, col cappuccio rosso, che cantava “La vie en rose”. Più inquietante di quella che citi tu e che sarebbe venuta dopo.

  7. stupidboy ha detto:

    la grace jones con i capelli rasati ed i cappucci ai tempi de “la vie en rose”… ah che meraviglia… temo che anche da piccino l’avrei adorata.
    🙂
    ma nel 77 ero davvero troppo piccino per seguire le stelle della musica…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...